In questi giorni si è sentito molto parlare di iniziative legate all’acquisto di portafogli di non-performing-loans (NPL). L’idea è molto semplice: le banche europee subiranno presto una nuova serie di test da parte della Banca Centrale Europea, e se non “passeranno gli esami” le istituzioni finanziarie meno meritevoli dovranno fare aumenti di capitale, chiedere aiuti allo Stato o invocare il Santo di turno – o meglio, direttamente l’apostolo (ed evangelista) Matteo, loro protettore. Perché con bilanci dissestati, quelle banche rappresenterebbero un problema per la stabilità del sistema monetario dell’area euro.
Quindi quello che succede è che alcune di queste banche cercano acquirenti specializzati nel trattamenti di crediti deteriorati, i quali sarebbero a quel punto svenduti a prezzi molto bassi (così da eliminare velocemente quelle poste non performanti dal bilancio della banca) e gestiti quindi dall’investitore “specializzato”. Al che mi sovviene una domanda banale, forse stupida: ma le banche non dovrebbero proprio essere quegli operatori specializzati nella gestione del credito? Faccio un passo indietro.
Tra le parole chiave che spesso vengono utilizzate sui mercati si parla di moral hazard, ovvero di quel meccanismo attraverso il quale gli operatori economici alterano il loro comportamento in seguito a certe regole che lo Stato crea, alterando l’equilibrio di variabili che – invece di diventare costi per l’intera collettività (come sta succedendo ormai da troppi anni) – dovrebbero più opportunamente rimanere associate a chi fa attività economiche “rischiose”. Il quale dovrebbe essere abbastanza diligente nel compierle (e se sbaglia, paga…).
La questione è infatti semplice: qui non si tratta di demonizzare le banche per comportamenti perfidi o ingannevoli nei confronti della clientela ignara dei depositanti; qui si parla di verificare la sussistenza di parametri di professionalità in capo a chi governa istituti bancari. Perché mai dovrebbero svendere crediti deteriorati se l’attività economica primaria di una banca è proprio quello di “gestire” tali crediti (ricevendone opportuna compensazione per i rischi che corre)? Se li svende perché non è capace di gestirli – e il fenomeno è diffuso a più istituti in più parti del mondo – allora si palesa un’incompetenza di sistema che va risolta in modo strutturale. Perché se le banche non sanno fare il loro mestiere, allora non si deve dare loro l’autorizzazione a farlo. E, come corollario, non si devono compensare…
Che diventino quindi solo degli intermediari “inconsapevoli”. Ovvero, consentano ai propri clienti di scegliere come allocare i propri depositi: dato che molti dei risparmiatori saranno avversi al rischio, le loro somme di denaro rimarranno in conto corrente non remunerato. E non verranno utilizzate per fare prestiti. Per quelli che invece sono più avvezzi al rischio, la banca offra l’opportunità di investire in veri specialisti che – in maniera atomizzata e non più sistemica – fanno il lavoro del prestatore di fondi.
Meno colossi che rischiano di mettere a repentaglio il sistema, più piccoli operatori che non fanno male a nessuno se falliscono. Con buona pace di San Matteo che di professione faceva l’esattore e che, con i problemi attuali del suo settore, poca voglia ha di stare appresso anche alla categoria dei banchieri…