Deflazione

I rendimenti negativi rappresentano soltanto un fenomeno transitorio? Oggi – dopo un’asta a 2-anni uscita al -0.06% – i tassi a due anni sul Bund hanno toccato nuovi record in termini di rendimenti reali negativi, e anche le altre parti della curva hanno subito cali: il decennale è all’1.19% e il cinque anni quota 0.25%, nonostante che altre asset class ben più rischiose abbiano registrato buone performance giornaliere (ad esempio, Eurostoxx 50 a +1.5%, NASDAQ a +1.3%). Non si spiega quindi la dicotomia apparente tra risk-on e risk-off manifestata da alcuni strumenti finanziari. Perciò, nel dubbio, è importante farsi alcune domande, e la più importante è forse quella relativa al return OF capital vs. return ON capital.

Pochi esprimono la view che interpreta il contesto attuale come un chiaro scenario deflativo, ma è evidente che il deleveraging dei bilanci privati e pubblici stia avendo un impatto anche sulle percezioni degli investitori rispetto alla certezza dei propri investimenti (visto che ci sono nuovi rischi di credito che prima non erano scontati). O, per esprimere lo stesso concetto con parole differenti – estendendo anche il significato dei tassi reali negativi prima citati – oggi ci sono molte persone (e molte istituzioni) che sono pronte a pagare per il privilegio di dormire tranquille la notte. E, in conseguenza di ciò, si potrebbe anche ritenere che tassi reali negativi potrebbero fungere da stimolo all’economia, facendo da propulsori ai consumi – salvo poi ricordarsi che, visti i nostri problemi demografici, le pensioni in questo scenario perdono di potere d’acquisto (non hanno abbastanza rendimento reale, o capital compound) e quindi si concretizza il fenomeno inverso: si risparmia di più.

Ovvero, il tasso di risparmio è fortemente legato anche al ritorno sugli investimenti, che poi diventa ritorno dell’investimento stesso: queste due valutazioni sono estremamente importanti per il civis, che spererebbe in media di andare in pensione verso i 70 anni e viverne altri 15 con una pensione “reale” che sia almeno una frazione accettabile rispetto all’ultimo stipendio incassato. Ma con rendimenti bassi o negativi, quanto sarebbe necessario risparmiare ogni per riuscire ad avere abbastanza capitale proprio – diciamo 3/5 dell’ultimo stipendio ogni mese – per vivere almeno fino a 85 anni? Il 10%? Il 20%? Il 30%?

E lo Stato, in tutto ciò, che ruolo può avere? Perché in Germania, ad esempio, non approfitta di questi rendimenti reali per stimolare i consumi, allocare intelligentemente le risorse prese a prestito e abbattere questo karma deflativo-negativo per l’area euro? Rimane il dubbio e rimangono aperte molte domande: quale ruolo, ad esempio, per i cosiddetti hard assets come argento, oro, oggetti d’arte o vino (i.e.: SWAG)? Quale il potere d’acquisto che ci rimane? Alla fine, possiamo davvero illuderci di diventare tutti dei rentier?

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