España es el problema, Europa la solución

José Ortega y Gasset – per il suo convinto europeismo – viene citato spesso sui giornali spagnoli. E forse, trova una sponda di simpatia anche sui quotidiani tedeschi, che in questi giorni riflettono un atteggiamento differente su questo problema della ricapitalizzazione delle banche. Per la prima volta, non abbiamo assistito al solito melodramma paneuropeo che si protrae, interminabile, per settimane: appare chiaro, invece, che qualcuno (a Bruxelles o a Berlino) ha deciso di calibrare la gestione della situazione con un approccio diverso. E si tratta, quindi, di un nuovo “livello di conduzione” della crisi europea.

Apparentemente, non ci sono condizioni annesse al prestito di €100 miliardi: è verosimile però che saranno incluse delle richieste per ristrutturare il sistema bancario spagnolo. Berlino, da parte sua, sta finalmente realizzando l’inevitabile: un po’ come la Cina fa con gli Stati Uniti, anche la Germania dovrà riciclare parte del suo surplus per finanziare chi acquista i suoi prodotti. Mi rendo conto che è un paragone estremamente tirato, ma riflette l’imperativo geopolitico tedesco, che più volte abbiamo riportato nelle nostre analisi: il sistema attuale (l’area euro) deve essere preservato, migliorato e ulteriormente allargato. È una priorità strategica che riflette gli interessi nazionali teutonici, e che si riverbera nell’atteggiamento che la Merkel sta avendo ora relativamente al problema delle banche spagnole: abbiamo assistito a una battaglia senza feriti, senza alcuna “condanna” a maggiore austerità.

Certo rimane un problema: chi salva il sistema bancario di Madrid – as of writing – non avrà alcun controllo sullo stesso. Ed è proprio su questo aspetto – allargato anche al tema della “mutualizzazione” del debito sovrano – che si stanno invece affilando le armi. Se siamo infatti tutti corresponsabili dei debiti reciproci, chi ha le maggiori risorse in gioco ha altresì il diritto di mantenere un certo controllo sull’andamento dei prestiti futuri. È il concetto espresso dal Presidente della BuBa di “regalare la propria carta di credito a chi non ha limiti di spesa”. È anche lo specchio di una persistente divergenza di visioni relativamente alle origini di questa crisi: per i tedeschi, troppo debito; per i PIIGS, mancanza di competitività valutaria. Entrambi i fronti hanno ragioni e torti, ma è innegabile che in questa congiuntura globale sia estremamente difficile per la periferia dell’area euro competere con la Germania, proprio in virtù di un tasso di cambio “bloccato”.

Ma il problema più grande è di “sovranità”: se ipotizzassimo un ministro delle finanze paneuropeo e un’agenza di debito comunitaria, risolveremmo una questione, per portarne a galla una nuova. Gestire un bilancio statale è infatti un elemento centrale della sovranità nazionale: trasferirlo a funzionari non eletti nominati da un’entità multinazionale – come sono i piani attuali – comporta una trasformazione radicale del concetto di democrazia in Europa (cosa non impossibile, e già avvenuta in passato per altri “capitoli”). Ma è una trasformazione che costringe la libertà di pianificazione dei singoli governi europei.

È allora da considerare un re-orientamento dell’agenda politica verso una partecipazione attiva dell’elettorato pan-Europeo su queste scelte, evitando derive tecnocratiche, influenzate quest’ultime da quel pessimo approccio hegeliano che favorisce una piena razionalizzazione anche del processo politico. Un’idea che ha molto influenzato la politica comunitaria e che è chiaramente dietro al framework che si sta ora delineando.

Siamo davvero pronti a rinunciare alla nostra sovranità, con il rischio di ritrovarci di fronte a una crisi di legittimazione? Quale sarà il collante di questa nuova compagine europea?

In morbum recidere

L’euforia della mattinata si è esaurita completamente in chiusura di sessione (Eurostoxx 50: -0.29%, FTSEMIB: -2.79%, Bonos a dieci anni in allargamento a +32bps). La ricaduta sulle borse europee è stata pesante, con alcuni titoli bancari che sono tornati vicini ai minimi delle ultime settimane. Col senno di poi, il breve rally degli ultimi giorni era stato guidato dall’attesa di significativi interventi politici – che di fatto abbiamo avuto durante il week-end, con le notizie del pacchetto di salvataggio per le banche spagnole. Ma a conti fatti, la sensazione è che – come dicevamo giovedì scorso – questo rally fosse da vendere più che da comprare.

I dati macro sul lato dell’offerta sono ancora deboli, soprattutto in Europa (e ora anche in Germania): riflettono sostanzialmente l’incertezza delle imprese in relazione al “passo” che la politica comunitaria sta mantenendo. Come scriveva oggi sul Financial Times Munchau, “whereas until recently financial markets knew nothing about EU politics, they now know too much”: ovvero, qualsiasi comunicato dell’Unione Europea e dei suoi leader verrà scandagliato e analizzato a fondo, riflettendosi quindi anche sui mercati ed evidenziando un impatto sempre più limitato sugli stessi corsi azionari. L’effetto sorpresa stile-LTRO sarà sempre più limitato, a meno di veri cambi di paradigma. Le imprese non stanno investendo, ed è quindi difficile prevedere quale sarà il momentum della produzione industriale globale nel breve e medio termine (elemento che ci aiuta a capire anche come performeranno i risky asset). A bocce ferme, stiamo assistendo a un rallentamento della supply che è figlio dell’incertezza sul futuro dell’area euro. E dal lato del mercato, i rischi dello scenario sono scontati in modo eccessivo rispetto alle reali dinamiche del lato demand (ovvero, le valutazioni dei safe asset sono abnormemente care).

In Spagna, questa paventata ricapitalizzazione del sistema bancario avrà le vesti di un prestito ufficiale (100bn = 10% del PIL iberico), addobbato però in modo tale da far percepire meno che, di fatto, peggiora la situazione debitoria di Madrid (e, quindi, va ad alterare nuovamente le dinamiche del funding sovrano). Non è cinico vederla così, ma con le limitate informazioni a nostra disposizione, ci sembra che quanto è uscito dal week-end fosse già ampiamente atteso e scontato dai mercati nel corso della settimana scorsa. Ed ecco quindi, su volumi leggeri, un po’ di profi taking tra chi era andato lungo negli ultimi dieci giorni. Anche l’Italia soffre di riflesso, ma non per una reale forza di vendita caratteristica di un nuovo trend: tra i desk si parla più che altro di fondi macro che stanno chiudendo dei lunghi sul mercato nel suo complesso, mentre c’è pochissima attività sui singoli nomi.

L’attenzione degli operatori è sulle elezioni in Grecia del prossimo fine settimana, e sulla preparazione del meeting dei leader europei a fine giugno: se nel primo caso non credo vi saranno sorprese negative (la mossa del week-end dell’Eurogruppo potrebbe trasformarsi in un assist elettorale per i partiti pro-bailout), sul secondo tema si fa sempre più strada l’ipotesi che anche la Germania accetti formalmente l’avvio di un cosiddetto European Redemption Fund per affrontare il problema del debito in eccesso del 60% sul PIL dei paesi dell’area euro.

Quindi, ancora volatilità nel breve termine fintanto che dalle pianure teutoniche non arriveranno novità sostanziose.

Ricordandoci sempre che “si minus morbo evadit, non eius, sed Medici est culpa”.

Alla ricerca di equilibrio

Ritorniamo brevemente sul tema delle banche. Molte di queste hanno valutazioni “bust”, ovvero il mercato sconta che, per una ragione o per l’altra, possano alla fine implodere. La realtà è che alcune (molte) rimarranno in piedi – forse zoppicanti – mentre altre (poche) dovranno fondersi o scomparire. Il problema è che in questo momento il mercato (non solo il settore bancario) sta vivendo un rally che tenta di anticipare una soluzione che ancora non c’è, ed è probabilmente un movimento più da vendere che da inseguire. Draghi (ieri) e Bernanke (oggi) non hanno lasciato spunti e – a mio parere – preferiscono mantenere la pressione ancora alta sulla politica. Non dimentichiamoci che tra dieci giorni ci saranno le elezioni in Grecia e a fine mese i leader europei si incontreranno nuovamente per un summit comunitario dal quale dovranno uscire forzatamente con una soluzione credibile. E se vogliamo impostare un “lungo” sul mercato, è più prudente farlo quando la nostra check-list si completa di altre componenti.

Una di queste potrebbe arrivare da Berlino. Oggi la Merkel ha detto che la Germania è pronta a utilizzare gli strumenti attualmente a disposizione all’area euro per risolvere la crisi (EFSF o ESM). Non è una novità, ma il mercato ha voluto prenderla comunque come un’apertura: dopo l’euforia iniziale – durata tutta la mattinata, fino all’intervento di Bernanke – l’Eurostoxx ha chiuso comunque in positivo a +0.25%, l’Italia ha fatto +0.88% e il FTSE ha sovraperformato di +1.18%. Significativo il movimento sul Bund, che si è assestato intorno all’1.38% dopo aver raggiunto anche l’1.4% Gli spread si restringono un po’ ovunque (ad esempio in Spagna siamo tornati vicini al 6% nominale sul Bonos a dieci anni) e le valute accompagnano questa mossa risk-on. L’impressione rimane che in molti “salotti” politici stiano finalmente arrivando a comprendere la gravità delle decisioni che spettano loro, anche se mancano all’appello solo pochi commensali…i soliti noti, insomma.

La prima scadenza per “alleggerire” o “appesantire” le posizioni azionarie è quella delle elezioni in Grecia, la nazione dove l’Occidente inizia e finisce, la terra che ha dato i natali a Euripide, le cui tragedie erano tanto complesse e convolute che solo l’intervento di un deus ex machina riusciva a sbloccare la situazione. Oggi è ancora presto per fare pronostici sul risultato elettorale, mentre è legittimo ritenere che le “polizze” sui rischi dello scenario di quest’anno siano eccessivamente care.

La seconda scadenza è un “obiettivo mobile”, ed è più soft: si tratta della possibilità che la Merkel riesca finalmente a convincere il suo elettorato e la comunità europea nel suo complesso che la tendenza della Germania a utilizzare questa crisi come una sorta di monito “morale” sulle virtù di frugalità e disciplina, si trasformi invece in un balzo in avanti nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Non dimentichiamoci infatti che quando Berlino stava implementando misure di austerità all’inizio del secolo, il resto del mondo stava marciando con i motori a pieno regime, con in particolare i partner europei in pieno boom dei consumi (aiutando quindi le esportazioni tedesche).

È una questione di equilibrio, più che di deus ex machina. Un equilibrio apollineo…

Il 6 giugno: che giornata!

Oggi è un giorno aneddoticamente famoso: il 6 giugno del 1944 c’è stato lo sbarco in Normandia (l’Operazione Overlord) e nel 1861, a casa nostra, morì Camillo Benso Conte di Cavour. Dal punto di vista astronomico, oggi c’è stato l’unico passaggio di Venere, per questo secolo, sulla traiettoria del Sole, mentre a livello di mercato ci sono le banche che fanno +3.6%. Ma sono altre le citazioni/coincidenze che ci interessano…

Sul Financial Times di oggi Martin Wolf ci illumina scrivendo che “before now, I had never really understood how the 1930s could happen. Now I do. All one needs are fragile economies, a rigid monetary regime, intense debate over what must be done, widespread belief that suffering is good, myopic politicians, an inability to co-operate and failure to stay ahead of events. But investors who are buying bonds at current rates are indicating a deep aversion to the downside risks. Policy makers must eliminate this panic, not stoke it”. Una delle firme più influenti dell’FT elenca crudamente quali elementi stanno oggi avvelenando il sentiment di mercato, e “ci azzecca” su tutta la linea.

Dall’altro lato dell’Oceano Atlantico, sento per caso su CNBC Marc Faber e Jeremy Siegel (uno noto investitore bear, l’altro esimio professore dell’università di Wharton e famoso permabull) che discernono sull’opportunità dell’investimento azionario rispetto a quello obbligazionario. Faber dice che “everything looks bad at the present time and people are relatively bearish. At the same time, you have the 10-year note at less than 1.5 percent and you have stocks like Johnson & Johnson yielding almost 4 percent”. Siegel proclama con più convinzione che “this is the first time in 60 years that dividend yields on the market exceed long-term interest rates. It’s the first time in 60 years when you don’t need gains in stocks, that you don’t need higher returns than gains in bonds. You don’t have to worry so much about the day-to-day volatility if the corporation, if the firm has good coverage on its dividend, because it’s going to continue to pay.

Ora, per tornare a noi, il rimbalzo del “gatto morto” si può sempre verificare in un mercato ribassista (oggi gli spread si riducono di 10bps in Italia, il FTSE MIB chiude a +3.5% e le banche sono uno dei migliori settori di oggi) soprattutto dopo giornate di volumi molto bassi e di aspettative ancora più depresse. Molti si attendevano un intervento della BCE di Draghi, magari con la proposta di un nuovo LTRO o di un rilassamento delle regole per la collateralizzazione dei prestiti che la banca centrale fa ai singoli istituti commerciali, ma niente di tutto ciò è avvenuto. Anche perché è importante (per Draghi) mantenere la pressione ancora alta sul fronte politico: non c’è nient’altro che può avere infatti la forza sufficiente per smuovere la macchina riformatrice europea nella direzione giusta e con l’adeguata velocità. L’abbrivio sembra esserci, anche se ancora oggi il presidente della Buba si è lasciato intercettare da Le Monde (giornale francese che si è schierato con le proposte di Holland sui temi che ci interessano) giusto per reiterare ovvi e intelligentissimi messaggi, che tuttavia fanno sempre male al sentiment. Come ad esempio, quella in cui dice che “non si presta la propria carta di credito a qualcuno su cui non si ha alcun controllo di spesa”. E in effetti, dal lato tedesco, non ha tutti i torti.

Comunque, il 6 giugno del 1971 c’è anche stato il lancio della Soyuz 11, una navicella che aveva il compito di agganciarsi alla stazione spaziale sovietica (come effettivamente fece). Gli astronauti, purtroppo, morirono tutti al rientro sulla Terra, per un banale incidente (la classica valvola difettosa). Speriamo che questo “aggancio” della Germania nella partita riformatrice “depressurizzante” non abbia le medesime conseguenze per l’equipaggio di Europa…

Vali più da morto…

Il paradosso per molte banche europee (e soprattutto italiane) è che – ai multipli odierni – se vi fosse una liquidazione forzata degli istituti finanziari dell’area euro, il mercato pagherebbe i tangible assets molto meno di quanto sia il loro attuale (e stimato) valore di bilancio. Come a dire che il banchiere, da vivo, vale meno che da morto. Ovviamente, questo tipo di situazione l’abbiamo già vissuta negli ultimi due trimestri dell’anno scorso – quando ad esempio alcune banche italiane hanno toccato i minimi storici in termini valutativi. Ed è una condizione che è stata sperimentata dagli investitori anche tra il 2008 e il 2009. Forse, vista la complessità della congiuntura, l’unica cosa che non è ancora stata scontata è il rischio di “nazionalizzazione” – ma anche in questo caso, come dicevamo tempo fa, tra i PIIGS ci sono alcune notable exceptions

Tendenzialmente, il business di una banca dovrebbe essere orientato alla gestione oculata dei rischi (soprattutto la “conversione” delle scadenze) sebbene, dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, siano poi proliferati libelli e pamphlet che rimarcano quanto le istituzioni finanziarie commerciali si avvicinino molto più agli hedge fund che alla definizione didascalica di “istituto di credito” (salvo che, a dispetto dei fondi hedge, le banche hanno un paracadute statale a copertura dei depositanti = moral hazard, e nonostante questo hanno un pessimo impatto sistemico). A prescindere da queste polemiche, l’azionista di una banca:

1. investe in un buon management che è atteso prendere buone decisioni;

2. acquista indirettamente asset valutati relativamente a sconto;

3. si espone all’andamento economico di una certa area geografica e scommette quindi sulle dinamiche dei prestiti di quella regione.

A fronte di queste “scommesse” l’investitore può verificare quanto capitale e quali e quante riserve il management ha saputo allocare per affrontare i diversi cicli economici e i rischi a essi correlati. Oggi il mercato ritiene che – a prescindere dal valore dei singoli manager – gli asset in pancia alle banche europee siano destinati a ulteriori svalutazioni, che la recessione nei periferici perdurerà e sarà peggiore di quanto previsto dagli stessi governi e che, di conseguenza, i prestiti alle famiglie, alle imprese e agli Stati sovrani subiranno un ulteriore peggioramento in termini di qualità.

È quindi lecito domandarsi oggi – in ragione di un approccio puramente speculativo – se vi sia la possibilità di vedere alcune delle variabili di cui sopra migliorare nel breve termine. Ad esempio, che dire dei rischi di ulteriore diluizione derivanti da possibili nuove ricapitalizzazioni? O come valutare l’impatto delle misure pro-cicliche di austerità fiscale? E che commenti fare sull’erosione di capitale che consegue dal peggioramento dell’asset quality a sua volta impattata dalla decelerazione economica in area euro? Certo è che ci sono alcuni rischi – soprattutto sul fronte economico – che è impossibile eliminare in un colpo solo. Ma ve ne sono altri che non attendono altro che una decisa novità in termini di policy: pensate al potenziale re-rating se, a livello europeo, si arrivasse a stabilire un’unione bancaria efficace, dotata altresì degli strumenti adatti per ricapitalizzare il sistema bancario; o immaginate l’impatto sulle valutazioni di una decisiva risoluzione dei problemi fiscali in area euro, con conseguente restringimento degli spread; e, infine, considerate quale effetto avrebbe un rilassamento delle collateral rules da parte della BCE…

A quel punto, eliminati uno per uno alcuni degli sconti valutativi, potremmo assistere a un apprezzamento dei titoli bancari in ottica risk-on e per un lasso di tempo determinato. Sebbene, in buona pace di chi vorrebbe liquidare questi business ai prezzi attuali, è ancora opinabile se il premio per il rischio oggi bilanci pienamente le incertezze di domani e di dopo domani…

I film più attesi dell’estate

Nei dati macro di venerdì scorso – quelli sul mercato del lavoro negli Stati Uniti – non ci è stato possibile scovare nulla di buono. E il mercato si è subito dimostrato ansioso di raggiungere rapidamente i primi posti al “cinema” per assistere al film più atteso della seconda metà dell’anno: Quantitative Easing 3, diretto da Ben Bernanke. Il rendimento sul decennale americano ha toccato i minimi all’1.45%, scontando che la Federal Reserve – visti i dati in deterioramento – sia piuttosto attiva nel breve termine a intervenire nuovamente sul mercato. Ma come molti hanno potuto osservare in questi ultimi 4 anni, creare inflazione e spostare l’interesse degli investitori lungo lo spettro delle asset class non è affatto semplice in un contesto di public deleveraging & fiscal austerity. Ciononostante, a causa della possibilità di vedere nuova “carta” sul mercato, l’oro ha comunque segnato un buon venerdì, chiudendo a +4%, e il dollaro si è deprezzato di un punto percentuale abbondante tra la fine della settimana scorsa e l’inizio di questa. Rimane quindi ancora aperta la battaglia tra euro e dollaro, visto che anche dalle nostre parti ci si attende a breve un qualche intervento di rilassamento monetario.

Oggi è possibile assistere a qualche rimbalzo tecnico all’interno dell’Unione Europea, con la Spagna a +3% e l’Italia a +1.2%, mentre la Germania e l’Olanda chiudono entrambe male (-1.1%). Sembra quasi che gli investitori abbiano iniziato a riapprezzare il rischio che il core dell’Europa dovrà finalmente sostenere qualche costo in più a sostegno dell’Unione Monetaria stessa (cosa già vista sui CDS di Berlino, in apprezzamento da aprile a oggi). E se è vero che la teoria economica contemporanea (tutta fatta di austerità) ha dimostrato anche questa volta di essere fallimentare – d’altro canto, com’è possibile basare un metodo di studio degli eventi “sociali” attraverso un approccio “euclideo” o pseudo-newtoniano? – il pragmatismo politico sta iniziando a mostrarsi all’orizzonte di questo torbido mare tardo primaverile: si vocifera che il 23 maggio scorso i leader dell’area euro abbiano commissionato a Draghi (Presidente della BCE), Van Rompuy (Presidente del Consiglio Europeo), Barroso (Presidente della Commissione Europea) e Juncker (capo dell’Euro-gruppo dei ministri delle finanze) una sorta di “Master Plan” dagli obiettivi ambiziosissimi: integrazione delle politiche fiscali, creazione di un’unione bancaria, implementazione di un’unione politica e proposta di alcune riforme strutturali al framework europeo.

Questo altro “attesissimo film per l’estate” sarà presentato al prossimo summit dell’Unione Europea a fine giugno, insieme a una roadmap per la sua effettiva implementazione da qui a fine anno, e si tratta sicuramente di un elemento in più che, senza averne ancora letto i dettagli, permette di essere marginalmente più costruttivi sul completamento di altri importanti punti della nostra checklist. Abbiamo una finestra di tempo piuttosto limitata, come ha detto Soros questo week-end: 100 giorni di passione prima che diventi praticamente impossibile persuadere l’elettorato tedesco ad accettare nuove responsabilità “europeiste”. Perché è qui che giace ancora il nostro problema fondativo: fintanto che Berlino non riuscirà a risolvere il suo impasse interno (ricordiamoci che i tedeschi le riforme strutturali le hanno fatte anni fa, e quindi non concepiscono l’idea di sostenere altri costi “nominali” per il progetto europeo), lo stress di mercato continuerà a esercitare tutto il proprio peso sugli attori politici (e finanziari) di questa odissea.

À rebours

Nel nostro lavoro è spesso molto più importante arrivare in ufficio la mattina e – dopo aver letto le news – convincersi di non agire a tutti i costi, piuttosto che lasciarsi andare alla tentazione di fare operazioni, di fare trading. Spesso, però, vince la logica del cosiddetto tactical asset management rispetto ad altri approcci, dove la due diligence e la pazienza portano a migliori risultati rispetto alle scelte mensili di sovrappeso o di sottopeso rispetto a un benchmark.

Dico questo riprendendo una riflessione che altri, prima di me, hanno fatto in relazione ai grandi trend secolari del mercato azionario, che possono essere bull (rialzisti) o bear (ribassisti). Oggi credo che stiamo vivendo l’ultima gamba di un secular bear market iniziato ormai dodici anni fa con lo scoppio della bolla IT (e mi riferisco ai listini globali nel loro complesso): nel 2000 c’è stato un forte crollo durato tre anni, quindi un forte reflation rally fino al 2008, un altro crash con nuovi minimi e poi un altro rally che si è stoppato l’anno scorso con la crisi del debito sovrano in area euro. Ora, l’ipotesi è che si possa assistere a un altro, ultimo storno azionario prima di poter finalmente scrivere la parola fine a questo lungo secular bear market: il problema, per noi, è di capire se il crash sarà globale o – come sta avvenendo in questi mesi – localizzato solo in una certa regione del globo.

Certo spaventa molto scoprire (per caso) che Bloomberg sta già testando sui propri terminali la nuova dracma (non vi dico il codice, perché l’hanno già oscurato). E intimorisce notevolmente registrare che gli Stati Uniti stanno decelerando il proprio passo, sia sul fronte delle nuove assunzioni che su quello prettamente produttivo. Infine, lascia piuttosto perplessi la forza complessiva del dollaro, che se pesato rispetto ai partner commerciali degli Stati Uniti, ha guadagnato in un anno oltre il 13%.

If the job of a fund manager is to seek inflation-beating real returns whilst minimizing risk, then now is probably one of the worst times ever to be in this business”. La sensazione è che per la maggioranza delle persone ora sia il momento buono di aprire i materassi e gonfiarli nuovamente di banconote (quali??), dato che gli “investimenti” in generale sembrano offrire rendimenti reali assurdamente bassi. In più – come abbiamo detto più volte – è estremamente difficile ottenere visibilità sugli sviluppi macro, data la incredibile mediocrità politica di chi vuole fare il policymaker. E, infine, subiamo quell’ondata di flussi risk-off che – anche in questo caso – abbiamo spesso analizzato anche nell’ottica della loro funzione di “collaterale” nel sistema finanziario moderno.

Ma vorrei invece trascorrere il week-end ripensando alle parole di un Barone Rothschild che, nel XVIII secolo, aveva giustamente affermato “the time to buy is when there’s blood in the streets”. È forse una view contrarian, ma questo momento storico potrebbe davvero rappresentare la più grande opportunità per un fund manager di potersi accaparrare affari straordinari: se pensiamo a quanto stiano aumentando le richieste di alcuni clienti istituzionali che si orientano sempre di più verso strategie passive o che minimizzano il tracking error, o se ponderiamo l’avversione che in media è possibile registrare nei confronti dell’asset class azionaria, allora ci accorgiamo che stanno arrivando veramente i saldi.

E allora riprendiamo un libro di Gustav LeBon – “The Crowd” – per ricordarci come, in estrema sintesi, il mercato sia una folla irrazionale che tende a pensare per connessioni illogiche, spesso prive di praticità, e che reagisce emozionalmente prendendo l’iniziativa senza un pensiero coerente che la giustifichi. Meglio quindi fare due diligence, e provare a essere disciplinatamente contrarian…perché andare controcorrente potrebbe regalare ghiotte soddisfazioni!