Le due città dickensiane

Charles Dickens iniziava il suo famoso “Racconto di due città” con un paragrafo che ci va particolarmente a genio: “Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi”.

Parimenti ci sembra oggi che la narrativa delle più importanti banche centrali del mondo – Federal Reserve e Banca Centrale Europea – sia altrettanto divergente. E da questo racconto contemporaneo, ne consegue che anche le prospettiva di crescita tra Stati Uniti e Unione Monetaria Europea siano (almeno per quest’anno) opposte: +2.1% per i primi e -0.3% per la seconda. Questa divergenza deriva anche da come i due istituti hanno fatto fronte alle rispettive problematiche interne. La crisi americana era stata affrontata trattando direttamente lo “stock” di debito privato (i mutui), mentre per quella dell’area euro l’ingaggio è stato limitato più che altro ai “flussi” di debito bancario, con l’LTRO che ha sostenuto il funding delle banche senza alterare però il profilo creditizio delle stesse. E oggi la BCE di Draghi ha purtroppo condiviso un messaggio che non includeva alcun taglio del costo del denaro né indicazioni che lo scenario base sia per loro mutato: ovvero, la politica monetaria è già accomodante a sufficienza, quindi nessun movimento sui tassi d’interesse.

Il mercato – prima dell’annuncio di Draghi – stava registrando una buona performance intraday. Vicino alla chiusura, sull’onda della delusione, è invece tornato flat rispetto alla giornata di ieri. Questo perché molti temono che le politiche sinora adottate (austerità, LTRO 1 ed LTRO 2) non permetteranno all’area euro di uscire velocemente da una pericolosa spirale deflativa (recessione, credit crunch e crescita potenziale sempre più misera). Lo si vede da tempo comparando la performance degli indicatori anticipatori statunitensi rispetto a quelli europei (più forti i primi dei secondi). Lo si osserva anche sulle misure approssimative di volatilità dei listini azionari, rappresentate dal VIX (sull’S&P 500) e dal V2X (sull’Eurostoxx 50): 10 punti di differenza tra i due, ben al di sopra della media degli ultimi 4 anni (il picco – quasi 15 punti – lo si è visto nell’autunno dell’anno scorso). E se sul fronte dei prestiti all’economia reale in area euro abbiamo visto un piccolo recupero, per lo meno per quanto riguarda i lending standard del primo trimestre, con gli spread che da inizio aprile sono nuovamente saliti abbiamo qualche dubbio che il trend sugli impieghi possa migliorare sensibilmente nel breve. Soprattutto se si considera il deleveraging che, ad esempio, bisogna ancora fare in Spagna e in molti altri paesi dell’area.

E come nel “Racconto delle due città” di Dickens, anche le quotazioni azionarie riflettono due condizioni opposte: S&P 500 a +11% da inizio anno, contro un Eurostoxx 50 a -1.3% e un Italia a -6.4%. Tra fede e incredulità, quanto possiamo ancora sperare nel “deep value” del nostro mercato azionario?

2 pensieri su “Le due città dickensiane

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