Memento audere semper

Memento audere semper

Altra super giornata per i risky assets: Eurostoxx +1.8%, FTSE MIB +2.45%, Hong Kong +1.3%, S&P 500 +0.5%, euro in ulteriore rafforzamento contro il dollaro (+0.49%, ma non è un positive per la crescita, come vedremo più oltre). Le banche europee fanno tantissimo: SocGen +13.15%, Commerzbank +14.9%, Unicredit +12.9%. È evidente che il posizionamento “risk-off” di molti investitori esteri ha costretto alcuni di essi a procedere con uno short-covering (e rotazione) di alcuni settori, in particolare di quello bancario. L’idea (o la speranza) è che l’effetto combinato di LTRO e della potenziale riduzione dei “capital requirements” sulle banche da parte dell’EBA (tanto rumoreggiata in questi ultimi giorni) elimini in parte uno sconto dal mercato. Ed essendo Europa e Italia molto cheap, ecco che godiamo di un buon rimbalzo: da inizio anno siamo già a +5.1% su Eurostox e a +9.3% sulle banche europee.

Molti catalyst – o presunti tali – nella giornata di oggi. Dall’asta spagnola che ha collocato 2bn in più del target previsto (6.6bn vs. 4.45bn, ma con effetto nullo sullo spread intraday) a quella francese, con Parigi in piazzamento con tassi significativamente più bassi rispetto alle precedenti emissioni (anche qui short-covering?). Da Commerzbank che dichiara di essere in grado di sostenere appieno i requirements dell’EBA (“has already fulfilled 57% of EBA capital requirements”) entro la fine di giugno, alle banche cinesi che potrebbero beneficiare di un ulteriore rilassamento da parte dell’autorità monetaria centrale, sia sul capitale che sulla liquidità re-immessa nel mercato. È un gennaio decisamente “risk-on”, con molti investitori in modalità “chase the rally”. E visti alcuni indicatori di sentiment tuttora in zona di panico, questo rally ha forse ancora abbastanza fiato in corpo.

Non nascondo di essere stato sinora decisamente cauto/scettico, sebbene molti segnali fossero stati già lanciati (e qui commentati) con effetti benefici sui mercati: mi sono focalizzato sempre sull’eventualità che gli imbalances macro “intra-eurozone” fossero più importanti per il mercato, nel breve, rispetto alle misure di liquidità. Potrei sbagliarmi, ma già si è discusso del momentum estremamente positivo sui dati negli Stati Uniti, che potrebbe invece rallentare; si è già fatto riferimento all’LTRO come un game-changer, o un Quantitative Easing immesso dalla porta di servizio, che avrebbe però solo spostato in là alcune problematiche, senza realmente risolverle. Certo è che diventa sempre più diffcile definire la finestra temporale su cui fare previsioni di mercato, a maggior ragione in un contesto così fluido dal punto di vista politico. Rimane quello il vero game-changer.

Ma volendo mantenere un atteggiamento dubbioso, più volte si è anche parlato dei rischi di “up-side” per quest’anno. Lo scetticismo è un’arma a doppia lama, quindi non si perda di vista anche la possibilità che l’Europa possa sperimentare un “decoupling” rispetto al resto del mondo. Se gli Stati Uniti riprendono a crescere, se i mercati emergenti proseguono nel loro run-rate positivo e se l’euro ritorna a deprezzarsi dolcemente (contribuendo a scongiurare una recessione qui da noi), non è improbabile che il 2012 possa essere un anno di festa per chi è un equity investor (o vuole cavalcare un trend di equitisation forzata o volontaria…)

Memento audere semper: proviamo quindi a seguire l’invito dannunziano e rimaniamo risk-on!

Broncopolmonite e recessione di stato patrimoniale

Broncopolmonite e recessione di stato patrimoniale

Iniziamo oggi dando immediatamente la parola ai mercati, che hanno dimostrato un’egregia propensione all’indifferenza nei confronti di avvoltoi, becchini e malaugurati scenaristi dell’ultima ora (a.k.a., agenzie di rating & C.). New York, as of writing, segna un onestissimo +0.78%, preceduta da una brillante performance del Brasile (+1.34%), star del firmamento emergente, anche se considerata in euro (da inizio anno, +15.19%). L’Europa oggi stalla, con l’Eurostoxx 50 che chiude a -0.25% e la Spagna che soffre a -1.34% (danneggiata dallo storno del 2.4% di Telefonica). L’euro è ben sostenuto, riprendendosi dallo sfogo delle ultime 6-8 settimane e dopo aver toccato minimi che, tuttavia, non escludono ulteriori fasi di debolezza. Di omogenea fattura la performance registrata dai BTP, che hanno stretto di 7bps – con minimi dello spread durante la giornata a +450bps. Non emulano tutti i titoli bancari italiani (Unicredit a -1.2%, ISP a +1.2%), mentre sovraperformano SocGen (+5.3%) e CredAgricole (+3.2%).

Memorizziamoci ora questo ultimo andamento: come più volte ricordato, se mai ci sarà una risoluzione della crisi in area euro, questo sarà il settore che farà meglio. I finanziari sono a valutazioni improponibili, e parte dello sconto deriva anche dal contesto politico in Europa. Personalmente ritengo che siamo non molto distanti dalla decisiva presa di posizione di Draghi e, soprattutto, vedo un Monti decisamente molto abile nei suoi recenti movimenti tra le capitali europee. È il più competente (forse l’unico) primo ministro dell’euro zona, è sicuramente il più imbalsamato e sicuramente il più genuinamente europeista: mi sbilancio a dire che ha proprio le doti che ci servono a livello europeo. Non dubito che sappia convincere i teutonici amici di Berlino a indossare finalmente il Tracht e ad allentare un po’ la loro severissima visione dell’Unione.

I nostri vicini tedeschi, infatti, stanno indossando al momento i panni di un austero primario che sta consigliando al proprio unico paziente – che soffre ahimè di broncopolmonite – di mettersi a dieta e fare più esercizio. Nessuno nega che l’attività fisica sia necessaria e importante, ma questa presume (e assume) un individuo sano. Se l’individuo è malato, prima è necessario riempirlo di ricostituenti, poi si può provare a vedere se è in grado di fare ancora esercizio ginnico. E non importa quanto il paziente sia sovrappeso: se è malato di broncopolmonite, il medico deve dargli per tempo il giusto antibiotico. Dopo tutto, più la malattia si protrae incurata, più alto è il rischio di morire, no?

Ma non è forse questa una metafora adatta allo stato di “recessione di stato patrimoniale” che viviamo in molti paesi del Vecchio Continente, dove tutti (pubblico e privato) stanno facendo deleverage, nonostante tassi ufficiali a livelli minimi? Sui bilanci “aggregati” nazionali si stanno accumulando enormi quantità di denaro che sono “stallate” nel sistema interbancario, senza riuscire a rientrare nell’economia: manca il “borrower of last resort”, ovvero i governi, che spendano in ottica anti-ciclica le risorse che l’economia nazionale sta risparmiando. Ed ecco forse spiegata anche la migliore performance economica relativa attesa della Gran Bretagna rispetto all’area euro: loro, la fiscal austerity, la stanno posticipando al ciclo economico che partirà a fine anno prossimo. In questo modo, gli stabilizzatori automatici possono ancora funzionare bene, soprattutto se accompagnati da una politica monetaria ultra-loose.

In the end, who cares of rating agencies: il concetto di “recessione di stato patrimoniale” non è nel loro vademecum e l’esperienza giapponese (e quella recente negli Stati Uniti e in Europa) insegna che il mercato sta già prendendo dimestichezza con l’argomento e probabilmente gli operatori reagirebbero bene a un chiaro piano di sostenibilità fiscale con riduzioni dello stock e del deficit nel corso degli anni, lasciando in campo alcune politiche anti-cicliche a sostegno dell’economia reale nel breve. Chissà se anche Monti ne mastica qualcosina di questi temi…

The toolkit is exhausted

The toolkit is exhausted

Sono state memorabili le parole scritte da Wolfgang Münchau sull’FT del 15 gennaio (http://tinyurl.com/6sbfhat). Mi permetto di iniziare questo aggiornamento quotando la parte finale del suo commento, fondamentale per commentare ulteriormente – nonostante l’ottima performance YTD di molti risky assets – lo scenario di questo inizio 2012:

I argued a while ago that the December summit was the last chance for a comprehensive systems reboot. Back then, one could have envisaged a grand bargain that combined a joint eurozone-level budget, a eurobond, a policy regime to address intra-eurozone imbalances and, in this context, also hard national budget constraints. Ms Merkel and her acolytes in Berlin and Brussels celebrated the outcome of the December 8-9 summit as a victory because it included none of the above, except the budget balancing component. Now that she has got everything she wanted, the system continues to unravel. With each turn of the spiral, the financial and political costs of an effective resolution increase. We have moved past the point where electorates and their representatives are willing to pay the ever-rising costs of repairing the system. Last week a couple of senior parliamentarians from the ruling CDU party, whom I had previously considered voices of moderation, argued that a Greek exit from the eurozone would not be such a big deal. Expectations are changing quickly, and so is the acceptance of a violent ending. And no, the European Central Bank’s huge liquidity boost is not going to fix the problem either. I do not want to underestimate the importance of that decision. The ECB prevented a credit crunch and deserves credit for that. The return of unlimited long-term money might even have a marginal impact on banks’ willingness to take part in government debt auctions. If we are lucky it might get us through the intense debt rollover period this spring. But a liquidity shower cannot address the underlying problem of a lack of macroeconomic adjustment. Even economic reforms, necessary as they may be for other reasons, cannot solve this problem. This is another European illusion. We are now at a point where effective crisis resolution would require a strong central fiscal authority, with the power to tax and allocate resources across the eurozone. Of course, it will not happen. This is the ultimate implication of last week’s ratings downgrades. We have moved beyond the point where a technical fix would work. The toolkit is exhausted.

Market-wise, anche oggi il rendimento dell’equity intraday è sostanzioso: Eurostoxx 50 guadagna l’1.49%, l’S&P 500 è su dello 0.76% e anche il Brasile performa bene (+1.38%). In Asia, la Cina ha fatto +4.2% dopo che i dati attesi ieri sul PIL hanno sorpreso al rialzo le aspettative (+8.9% vs. 8.7%): tuttavia, questa statistica segnala che la politica monetaria di Pechino continuerà a essere selettiva e non estremamente aggressiva. Potenzialmente questo è un “negative”, ma è d’altro lato è “positive” il fatto che Pechino – proprio ieri – abbia dato risposta positiva ad alcune proteste che citavo (http://t.co/1WpvPMm2).

Riporto alcune informazioni di mercato perché diventa sempre più importante capire se quello che stiamo vivendo sia un rally strutturale o se ciò che sta accadendo da inizio anno sia semplicemente la continuazione di uno short-covering iniziato a fine novembre e stimolato dall’azione coordinata delle principali banche centrali mondiali per alleggerire il peso sul funding in dollari. A questo proposito, quando venerdì scorso parlavo di “Alcuni risk (on/off) triggers” mi ero permesso di citare alcuni possibili eventi che avrebbero condotto a una ripresa più “sentita” dell’appetito per il rischio. L’azione della Banca Centrale Europea è certamente un possibile “contributor” positivo, e credo che all’interno dei corridoi della sede di Francoforte si stiano già preparando a qualche altra azione decisiva e tempestiva nel caso si concretizzino gli eventi negativi da me citati venerdì.

Per lo meno, Draghi è consapevole della gravità della situazione: ECB’s Chief Warns Situation Is “Very Grave”. Manterrei quindi un atteggiamento di trading: “sell on strenght, buy on weakness”.

Grecia e Cina: settimana intensa

Grecia e Cina: settimana intensa

La settimana che si è aperta oggi sarà caratterizzata da numerose discussioni e innumerevoli patemi, sia in Europa che nei mercati emergenti. Nel Vecchio Continente dovremo capire se le trattative sul Private Sector Involvement nella ristrutturazione del debito greco porteranno a un effettivo default di Atene (un funzionario di S&P’s citato da Bloomberg TV ritiene che la Grecia fallirà a breve) o a una risoluzione positivamente definitiva della questione. In Cina, la pubblicazione dei dati sull’economia reale conforteranno o meno gli analisti finanziari sulla capacità della politica pechinese di condurre in acque meno torbide un’imbarcazione così complessa domesticamente e ingombrante dal punto di vista geopolitico .

Relativamente al primo punto, se escludiamo l’ottima performance dei mercati azionari che – nonostante il downgrade di venerdì notte – si sono scrollati di dosso qualsiasi negatività, chiudendo la giornata con un bel segno più (Eurostoxx 50: +1.01%, BTP in restringimento di 2bps), i timori dei più scettici si concentrano sulla possibilità che mercoledì la discussione sul PSI greco riprenda per poi stallare nuovamente. Alcune fonti (http://tinyurl.com/78b3y5y) ritengono infatti che vi siano fondi hedge intenzionati a ostacolare a tutti i costi l’accordo, con l’obiettivo finale di innescare i contratti di Credit Default Swap, traendone profitto. La mia interpretazione è che alcuni speculatori abbiano comprato allo stesso tempo Titoli di Stato greci (a quotazioni distressed, fra l’altro aiutando alcune banche a scaricare questi asset dai propri bilanci) e CDS sullo stesso sottostante, arrivando poi al tavolo della trattativa potendo imporre una strategia che non rientra assolutamente nel quadro dei policymakers europei, influenzati – come molti altri market participants – da un perenne “optimism bias” (http://tinyurl.com/7ngp2xr) che non permette loro di vedere al di là del proprio naso: si legga ad esempio il commento a freddo della Merkel post-downgrade, la quale ha sottolineato nuovamente quanto sia importante proseguire nel percorso di austerità fiscale (!!!). Ritornando ai politici di Brussels, questi, nel migliore dei casi, vorrebbero che il 100% dei creditori partecipasse all’accordo; e in tempi utili rispetto alla scadenza di marzo, quando Atene dovrà restituire 14.5bn di nozionale. No way!

Se, passando brevemente al secondo punto odierno, posiamo il nostro sguardo sul Celeste Impero (per ripercorrerne velocemente la storia, consiglio questo bellissimo libro recentemente scritto da Kissinger: http://tinyurl.com/6oeklhu), domani leggeremo gli importantissimi dati sul PIL dell’ultimo trimestre del 2011, attesi in calo a +8.7% rispetto al +9.1% del 3Q. In linea di massima, se si confermassero queste aspettative, la crescita economica cinese si assesterebbe intorno a un decorosissimo +9.2% per l’intero anno. Ciononostante, come già menzionato in altre occasioni, Pechino si sta già muovendo per risolvere molti conflitti e sbilanci interni, tra cui ad esempio quello che permane tra zone rurali e aree costiere. L’anno scorso vi sono state numerose rivolte, alcune con picchi di migliaia di contadini in protesta ininterrotta per tre mesi affinché il governo bloccasse la confisca forzata di alcuni terreni: è solo una delle tante puntate dell’eterna lotta tra i ricchi commercianti delle coste e i poveri agricoltori della Cina centrale, un problema ricorrente nella storia cinese e che spesse volte ha causato non pochi problemi alla stabilità del Celeste Impero.

Tale questione non si risolverà certamente a breve, ma vedremo subito se le statistiche economiche sosterranno o meno un già depressissimo mercato azionario cinese.

Alcuni risk (on/off) triggers

Alcuni risk (on/off) triggers

Oggi, per quanto possibile, cercherò di sintetizzare una view personale sui mercati finaziari (almeno per la prima metà dell’anno), ritardando lo scenario geopolitico a un’altra occasione. La prima doverosa premessa è che – come avete letto durante il 2011 – ritengo il framework istituzionale in Europa non sostenibile, né credo sia possibile arrivare a una soluzione positiva continuando con questo “muddle-through” che preferiscono a Francoforte e Brussels. Fintanto che non si calmano i mercati fixed income intra-euro, permane una disconnection che altera le preferenze degli investitori: questi allocheranno risorse sui periferici in ottica di trading o perché avranno una convinzione strategica di medio-lungo periodo? La seconda premessa è che la volatilità è al momento troppo cheap: dall’estate è scesa e sono convinto che il 2012 ci riserverà ancora molte sorprese che la porteranno a risalire. Questo per dire che sarà più importante scegliere i “risk triggers” (on/off) rispetto ai quali posizionarsi, piuttosto che individuare gli “alpha generators” e i cavalli migliori (qui, come dicono molti strategist, l’unica regola è “quality of balance sheet” e “consistent business model”).

Il primo rischio, vicinissimo, è la risoluzione sul debito greco: entro la fine di marzo deve essere raggiunto un accordo tra creditori e governo relativamente alla perdita secca che gli investitori dovranno sostenere, mentre al contempo la Troika dovrà accertare la solvibilità di Atene nel medio termine per evitare che l’esborso di ulteriori risorse vada totalmente perduto (=rischio politico elevato, considerato che la discesa recessiva dall’Olimpo si sta protraendo da troppo tempo). È un rischio importante e, in caso di risoluzione negativa, potrebbe determinare una nuova fase di risk-off nel corso dei prossimi due mesi (o viceversa, se vi fosse un sereno agreement). Purtroppo, as of writing c’è stato l’annuncio dell’interruzione delle discussioni sul debito greco e il mercato, prevedibilmente, sta stornando (-2.3% l’Italia, -1.5% Eurostoxx 50 e -1.3% S&P).

Il secondo rischio è naturalmente rappresentato dal funding dei governi europei: oggi, a onor della cronaca, ci sono rumours che potremmo assistere nella notte al downgrade del rating di tutti i paesi dell’area euro, esclusa la Germania. Sarebbe un altro colpo basso che naturalmente comporterebbe moltissimi problemi tecnico-legali a molti investitori istituzionali che hanno nelle proprie investment guidelines dei limiti di rating stringenti.

Il terzo rischio, legato in parte a quanto sopra, è positivo, nel senso che se è vero che un deterioramento della crisi non solo è possibile, ma anche probabile, la Banca Centrale Europea dovrà prima o poi intervenire chiaramente sul mercato in ottica di Quantitative Easing, e lo farà solo quando la situazione sarà di nuovo peggiorata (vedi primo e secondo rischio): il suo è, infatti, l’unico bilancio che può avere la forza per correggere la “disconnection” a cui facevo cenno poco sopra. Che poi intervengano dichiarando un limite massimo sui rendimenti dei PIIGS o annunciando un piano di acquisti in termini nominali, l’effetto positivo sui risky asset inizierà il giorno dell’annuncio e proseguirà fintanto che non verrà esaurita la spinta dello “short-covering” atteso (si arriverà infatti alla data dell’annuncio con il mercato posizionato short-risk). Naturalmente, come in tante altre occasioni, la stessa spinta sarà direttamente proporzionale alla potenza dei mezzi che saranno impiegati dalla BCE, quindi the devil still hides in the details…

Il quarto rischio è altrettanto positivo, nel senso che il trend macro negli Stati Uniti (nuovi ordinativi, mercato immobiliare stabilizzato, fiducia in ripresa e mercato del lavoro più brillante del previsto) potrebbe aiutare l’appetito per il rischio globale a riallinearsi con il momentum della produzione industriale: la disconnection anche qui permane da troppo tempo. Se confermata la persistenza della performance economica degli Stati Uniti, il mercato americano potrebbe fare meglio in una fase generalizzata di deleverage (anche se è validissima la considerazione di temere l’impatto del rafforzamento del dollaro e della recessione in area euro sulle revenues delle società statunitensi).

Difficile ora dilungarmi su altri rischi all’orizzonte. Il BTP si sta allargando velocemente, il governo francese ha annunciato di essere stato informato del downgrade del debito nazionale e, come detto, l’Institute of International Finance e il governo greco hanno interrotto il dialogo. L’EUR/USD reagisce tornando sui minimi intorno a 1.2665, mentre i Bunds sono di nuovo vicini ai minimi nominali (=erosione di capitale in termini reali).

Ah, dimenticavo…oggi è venerdì 13…

2012 di transizione o di emergenza?

2012 di transizione o di emergenza?

Oggi in una sola giornata siamo stati sfiorati da tre elementi chiave per quest’anno. La Cina ha pubblicato i dati sull’inflazione (+4.1% nel mese di dicembre, il dato più basso degli ultimi 15 mesi) e la Banca Centrale Europea ha mantenuto i tassi inalterati all’1%, portando a casa un buon risultato soprattutto in termini di reputation, viste le due aste di Spagna e Italia. Madrid ha infatti piazzato quasi 10bn di Bonos (contro target di 5bn), con un tasso in netto calo (lo spread sul decennale stringe di 21bps) e una copertura tra l’1.7 e il 2.2x. Roma ha invece messo all’asta 12bn di BOT (target massimo) con un effetto straordinario sul differenziale: il tasso sul decennale prende fiato (siamo al 6.58%) e lo spread ha stretto di quasi 40bps a fine giornata. Davvero ottimo lavoro dei funzionari del Ministero del Tesoro, che sfruttano il contesto in relativo miglioramento per finanziarsi a breve piuttosto che cercare funding ai costi proibitivi sulla parte lunga della curva.

Se la normalizzazione sul fronte “inflazione cinese” è il primo degli elementi chiave per il 2012, il secondo è certamente collegato al miglioramento del funding in area euro, per lo meno sul fronte governativo (ma anche le banche respirano: Unicredit +13.5%, contro il FTSE MIB a +2% e il resto del mercato europeo “mostly flat” a +0.27%). Il terzo punto, però, è quello prettamente politico: si tratta purtroppo del caso Ungheria, citato anche da Draghi nella sua conferenza stampa. Chi l’altro giorno ha letto l’intervista di Mario Monti al Die Welt ricorderà certamente il riferimento al rischio “deriva populista” che potremmo osservare in area euro nel caso l’austerità forzata non sia accompagnata da aperture opposte – sul fronte intergovernativo e monetario – tali da bloccare qualsiasi risentimento nazionale verso il progetto europeo. L’Ungheria, che sta vivendo una transizione significativa dal punto di vista politico, rimane ancora sotto osservazione per il piano di salvataggio del 2008 ed è oggi sul banco degli “imputati” in Europa per le nuove leggi costituzionali entrate in vigore quest’anno, che gettano un’ombra sulle fondamenta democratiche del paese.

E non è insensato pensare – in anticipazione alla view geopolitica che sto sintetizzando – che stiamo ancora vivendo gli strascichi della crisi iniziata proprio nel 2008, che ci porterà inevitabilmente a una nuova configurazione politico-sociale. Il paragone più vicino che mi viene in mente è quello del triennio ’89-’91, quando l’impero sovietico è collassato, il miracolo economico giapponese è imploso, il trattato di Maastricht è stato firmato e il Partito Comunista Cinese ha confermato la sua dura leadership dopo gli eventi di piazza Tiananmen. Oggi, sull’onda di quanto accaduto negli ultimi 4 anni, abbiamo un’Unione Europea che sta ancora cercando una sua nuova identità, gli Stati Uniti che stanno spostando il proprio baricentro in termini di politica estera (creando opportunità in Medio Oriente per altri protagonisti/antagonisti) e la Cina che sta affrontando delle enormi criticità interne, che ne definiranno sicuramente il modello di sviluppo, almeno per il prossimo decennio.

La domanda legittima è ora: il 2012 sarà ancora un anno di transizione o potremo già osservare l’emergenza e la cristallizzazione di nuove dinamiche?

A New Normal?

A New Normal?

Nei prossimi giorni cercherò di sintetizzare una view sui mercati finanziari per il 2012, accompagnandola a uno scenario geopolitico adeguato. Intanto, credo sia utile fare qualche riflessione aggiuntiva sull’impatto che la crisi in Europa potrà avere per il business di un qualsiasi investitore istituzionale e, di conseguenza, per l’attività di una banca d’affari o di un asset manager. Più volte ho infatti parlato di come l’area euro non sia più considerabile come un “rifugio” per investitori: i grandi capitali preferiscono essere conservativamente investiti su asset in dollari, le banche stanno facendo deleverage, la recessione è iniziata in molti paesi dell’area e le relazioni politiche tra governi nazionali, Unione Europea e BCE rimangono nebulose (per non dire peggio).

I flussi di capitale prima della crisi si muovevano in modo da sostenere il “funding” dei PIIGS (molte risorse arrivavano anche dall’attività di diversificazione in euro delle banche centrali dei paesi emergenti), mentre oggi il funding è stato sostituito – per quanto possibile – da istituti centrali (Fed e BCE) i quali ovviamente hanno visto i propri bilanci inflazionarsi a dismisura, senza però riuscire a trasmettere correttamente la propria politica monetaria nel sistema economico. Ergo, siamo in un environment di “zombie banks” e di crescita nulla del credito. Giappone “docet”.

Ancora, pre-crisi (ovvero fino a pochi mesi fa) vivevamo in un contesto in cui gli asset fixed income europei erano associati al concetto di asset privi di rischio, e quindi erano una componente importante dei benchmark di molti investitori istituzionali (sovereign wealth funds, fondi pensione, assicurazioni, fondazioni bancarie, etc.): c’era la sicurezza della liquidità, della cedola certa e della correlazione negativa con l’azionario e molte altre asset class rischiose. Post-crisi (ma forse ci siamo ancora dentro) stiamo osservando quanto detto anche ieri: necessità degli investitori di detenere attività “safe”, le quali però sono in offerta limitata e, di conseguenza, causano un impasse notevole nella definizione del rischio di molti benchmark dei suddetti investitori istituzionali. Ovvero, che è irrealistico mantenere il set-up attuale del “framework a benchmark”, dove la componente fixed income in euro (ad esempio il JPM EMU) è quella con l’importanza maggiore, quella sulla quale si fondano anche i ragionamenti di “asset-liability management” di quegli stessi investitori.

Diventa invece più interessante rivedere le distribuzioni di rischio e i premi di liquidità/illiquidità delle asset class precedentemente considerate “risk-free”, così come la relazione complessiva tra “risk/return”, ormai già totalmente alterata dopo lo shock di Lehman.

È quindi finita l’era del benchmarking, mentre è iniziata quella degli investimenti “absolute/total return”, con un focus sulla gestione della volatilità (a prescindere da un indice di riferimento predefinito) e su scelte d’investimento più esplicite (visto il collasso dei rendimenti). Sarà un trend che osserveremo nei prossimi anni…

A new normal?

Erosione di capitale

Erosione di capitale

La giornata è iniziata bene, con la Cina in evidente spolvero: oggi ha chiuso a +2.69% e ieri ha fatto un altro 2.89% (considerate che questo rimbalzo è avvenuto dopo una fase di “congestione” sui minimi dalla primavera del 2009). Questo andamento è stato condiviso anche dalla Russia (+1.8%) e dalla Corea del Sud (+1.46%), fino a passare in Europa, dove l’Italia (+3.08%) ha sovraperformato un mercato comunque molto tonico (Eurostoxx 50: +2.67%, DAX: +2.42%). Sulla parte fixed income stringe la periferia, sebbene il BTP rimanga sopra la quota del 7%: a questo proposito, il 9 novembre avevo riportato un dato statistico relativo al numero di “working days” trascorsi in Grecia, Irlanda e Portogallo con il decennale sopra il 7% prima che si intervenisse con un “bail-out” (rispettivamente, passarono 18, 15 e 55 giorni). L’Italia per il momento non è ancora in “danger-zone”, ma il mercato non sta certamente premiando il nostro paese.

Ci sono purtroppo molte variabili fuori controllo sul tavolo “verde” e questa partita si giocherà nei primi due trimestri di quest’anno fatidicamente indicato anche dai Maya come catastrofico. Confido che sarà invece “catartico”, nel senso che il framework geopolitico-finanziario troverà un suo nuovo assestamento, con effetti positivi (alla fine) anche sul mondo degli investimenti, dove primeggia ancora la ricerca di sicurezza e di strumenti “safe-haven” dove parcheggiare la propria liquidità. Ne è un esempio palese l’asta di ieri a 6 mesi di 3.9bn di titoli tedeschi, piazzati con un rendimento medio “negativo” di 0.0122%, a dimostrazione del fatto che il mercato è pronto a soffrire qualche erosione di capitale pur di mantenere esposizione ad asset di prima qualità. Questo aspetto in particolare ci riporta ad altre riflessioni che abbiamo fatto in passato, ovvero quelle relative al decremento nell’ammontare di “safe assets” a disposizione degli investitori e il collegato fenomeno di apprezzamento di Treasuries, Bunds, Gilts e JGBs, nonostante i loro rendimenti molto bassi.

C’è però un ulteriore aspetto da considerare, ovvero che stiamo osservando a un “deficit” di collaterale per le banche stesse, le quali – molto spesso alla disperata ricerca di eligible collateral – contribuiscono moltissimo a questo fenomeno di riduzione dei tassi su alcuni mercati (e al conseguente aumento dei rendimenti su altre piazze). La supply scarsa di strumenti liquidi (ad esempio, la Germania non ha il debito outstanding sul mercato che ha invece l’Italia) constringe i rendimenti al ribasso, fino ad arrivare a livelli negativi come quelli osservati ieri sul sei mesi tedesco. Consideratelo come un “premio” che l’investitore deve pagare per parcheggiare il denaro in strumenti “sicuri”.

La conclusione è però poco confortante: che si tengano i risparmi in titoli in “deprezzamento” o si decida di investire in “BOT tedeschi”, l’erosione del capitale c’è, e l’effetto deflativo rimane. Se poi questo fenomeno non è limitato a un singolo paese ed è invece reso possibile su scala mondiale (paradossalmente, i capitali che si muovono liberamente stanno contribuendo a questo fenomeno), probabilmente si rende ancora più necessario un coordinamento a livello globale in termini di politica monetaria. Ma “we’re not there, yet”…

L’importanza della geopolitica

L’importanza della geopolitica

Ben trovati dopo questa breve pausa natalizia. Riprende la nostra analisi quotidiana dei mercati e del contesto geopolitico internazionale: quest’ultimo in particolare assumerà un’importanza ancora maggiore durante tutto il 2012, viste le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e in Russia, e considerato anche il cambio di leadership in Cina. Ovviamente, non possiamo sottovalutare quanto sta accadendo qui in Europa e quello che potrebbe avvenire nel vicino Medio Oriente (Siria e Iran sono gli hot-spots che inizieremo a monitorare con maggiore attenzione nelle prossime settimane). Come potete immaginare, sono tutti elementi che contribuiranno a mantenere i listini molto volatili e a rendere estremamente difficile qualsiasi lavoro di scelta su come allocare gli investimenti. Ma, per lo meno in ottica di “road-map”, possiamo così cercare di tenere a mente alcune delle “issues” che ci guideranno nel corso dell’anno.

Intanto, questo 2012 è iniziato con segno positivo per quasi tutte le piazze borsistiche (tralasciamo l’Italia, dove pesa Unicredit, -45.9% YTD). In euro, as of writing, l’S&P guadagna il 3.3%, il NASDAQ il 4.3%, il Brasile il 6.7% e il FTSE l’1.9%. Rimangono indietro, come accennavo, Milano (-4.56% da inizio anno) e l’area euro in generale (Eurostoxx 50: -1.3%). Sul fronte valutario finora c’è stata ulteriore debolezza dell’euro, che ha perso tra l’1% e l’1.8% contro la sterlina, il dollaro e lo yen. Gli spread sono rimasti sotto pressione per i periferici – con l’Italia a +527bps rispetto al Bund – mentre il “core” di Germania, Inghilterra e Stati Uniti ha beneficiato meno dell’interesse degli investitori, probabilmente più inclini a mettere qualche gettone in più sui risky-assets piuttosto che rimanere fuori dai giochi.

Tra le beta-play più legate agli aspetti di geopolitica vi è sicuramente la Russia, che da inizio anno sale del 3% (+5.5% in euro), dopo aver comunque perso oltre il 17% nel corso dell’anno scorso. Dopo i massimi di aprile, la borsa moscovita è scesa sino ai minimi di ottobre, recuperando poi sul finire d’anno parte della sottoperformance relativa. Nel corso dell’anno, i timori sulla crescita globale hanno spinto alcuni a scommettere su un deteriormento dello scenario anche sulle materie prime (e in particolare sul petrolio): essendo la Russia legata a doppio filo alle quotazioni del greggio, c’è stato un tentativo di anticipare uno storno mai concretizzatosi sui prezzi dell’energia attraverso uno short su Mosca (e la domanda è ora: tornerà l’equity russo a quotare in linea con il greggio, che invece ha sovraperformato il listino russo?). Inoltre, la politica domestica e le elezioni in particolare hanno non poco influenzato la già tenue propensione al rischio degli operatori, che hanno spesso utilizzato la Russia e il rublo come fonti di funding per incrementare la componente “cash” dei portafogli.

Per il 2012, credo che sia importante ricordare innanzitutto gli imperativi geopolitici russi. In primis, la necessità di mantenere un forte governo centrale e quindi un sistema economico sotto controllo. Storicamente, la Russia “imperiale” è stata sempre affaticata dalla necessità di allargare la sua sfera d’influenza per difendersi dalle minacce esterne (non ha confini difendibili) e di mantenere al contempo una coesione interna tra etnie estremamente eterogenee tra di loro (l’allargamento dell’impero moscovita ha, nel corso dei secoli, incluso popolazioni diversissime tra loro). Putin è consapevole di questo e credo che riuscirà a imporre un’agenda politica ancora più aggressiva in termini di “influenza geopolitica” russa nella cosiddetta Eurasia, ovvero la zona d’influenza russa (vale la pena rileggere http://www.reuters.com/article/2011/10/03/us-russia-putin-eurasian-idUSTRE7926ZD20111003). Questo porterà però a un rallentamento di alcune riforme (l’eccessiva libertà potrebbe infatti limitare la capacità della burocrazia centrale di gestire l’apparato economico-sociale russo) ma non per questo rappresenterà un aspetto negativo: anzi, la stabilità e il collante rappresentato da questa agenda potrà eliminare una parte dello sconto che tuttora pesa sulle quotazioni (e che dipende anche da goveranance poco trasparenti, corruzione diffusa e mancanza di politiche shareholders-friendly per gli azionisti esteri).

Quanto è accaduto nel 2008 in Georgia è stato certamente un’anticipazione di quanto continuerà ad accadere nel corso dei prossimi anni, appena Putin tornerà al seggio presidenziale. Non sarà quindi l’ultima volta che rifletteremo di geopolitica parlando della Matuška Rossija.

Castore e Polluce

Castore e Polluce

Giornata movimentatissima, con borse positive (Eurostoxx +2.45% e FTSE MIB +3.23% as of writing) ma BTP ancora e fermi al 6%. Il dollaro contro euro non ha direzionalità, in una seduta che ha visto il nostro Mario Draghi tagliare i tassi di 25bps e tenere banco durante una press conference gremita di giornalisti. La sua performance è stata eccellente e ha sostanzialmente fornito – da una parte – rassicurazioni a chi temesse di un suo atteggiamento eccessivamente “dovish” nei confronti della periferia e – dall’altra – sostegno a chi spera ancora che la BCE possa muoversi bene in questo “marasma” e sappia compiere fare scelte simili a quelle che il mitico Polluce (figlio immortale di Zeus-cigno e di Leda-umana) prese nei confronti del fratello Castore (figlio mortale di Tindaro e della sempre umana Leda).

Se il direttorio Germania-Francia è un potenziale black-swan per il nostro scenario (non dimentichiamoci che la coppia Leda-Zeus diede alla luce anche Elena, la causa della caduta del regno di Troia), i Dioscuri sono certamente la BCE e la periferia dell’area euro. Intanto Draghi ha segnalato continuità con Trichet: qualsiasi altra mossa sarà “data dependent”, quindi si baserà sui fondamentali che, in area euro, si stanno già deteriorando da qualche mese. Su questo, il mercato azionario ha già scontato molto (forse anche quello obbligazionario…), tanto che le valutazioni sembrerebbero essere tanto interessanti da escludere per il momento una posizione fortemente sottopesata in equity (salvo black-swan). Meglio stare neutralish e aspettare alla finestra? Globalmente non sta andando malissimo, visto che i PMI sono tornati nuovamente sopra il livello di 50, dopo otto mesi di peggioramento senza sosta, e i nuovi ordinativi stanno sovraperformando la creazione di scorte (buon segno per la produzione industriale).

Il problema nel fare scelte di asset allocation è che, come dicevamo altre volte, in questo momento bisogna essere bravi a interpretare gli umori della politica: i fondamentali sono quindi da accantonare, almeno per un istante. La politica in alcuni PIIGS sta soffrendo: Papandreou si è mosso in maniera dinoccolata, tanto da rischiare di perdere il posto prima ancora di arrivare al voto di fiducia di venerdì, mentre Berlusconi è alle corde per l’oggettiva difficoltà ad agire in maniera netta senza avere il tempo di generare il consensus necessario. Ecco, quindi, prospettarsi per entrambi i paesi l’idea di governi alternativi e/o tecnici. Volenti o nolenti, Germania e Francia stanno causando un significativo stress alla periferia, rendendo sempre più pericolosa la partita: se mai vi fosse un referendum e io fossi cittadino greco, c’è da domandarsi legittimamente che tipo di voto darei, sapendo che nei prossimi anni i tedeschi controlleranno le finanze di casa mia, il mio tenore di vita subirà un taglio di almeno 1/3, almeno un altro quinto di posti di lavoro saranno eliminati e per almeno dieci anni ci sarà una costrizione strutturale del credito per imprese, famiglie e Stato.

D’altra parte, la Grecia non ha mai generato “capitale” internamente (a differenza ad esempio della Germania), né si trova in una location che (almeno oggi) offre vantaggi geopolitici o economici strutturali. I greci hanno bisogno dell’Unione Europea e dell’area euro molto più di quanto abbiano bisogno di loro i tedeschi e i francesi. Se ci rammentiamo che l’Unione Europea doveva essera una sorta di tessuto muscolare per l’esoscheletro della NATO, non c’è da stupirci che l’Unione sia un po’ “molliccia” in questa fase…

Chiudo riportandovi una fonte (l’agenzia di intelligence STRATFOR), dalla quale risulta che russi e cinesi hanno discusso con Sarkozy per offrire ciascuno 73mld di euro circa per l’EFSF, condizionalmente a garanzie più chiare e alla certezza che il fondo sia effettivamente in grado di bloccare il caos che sta imperando in questo momento. Questo sarebbe un “positive”, ma tant’è…

Aspettiamo che i Dioscuri, contrariamente da quanto dice il mito, facciano la loro mossa “di salvataggio” un attimo prima dell’ultimo round…