De-escalation in Medio Oriente

La crisi in Siria sta subendo una nuova accelerazione: dopo l’uccisione di altri giornalisti europei, sale la pressione sui governi occidentali affinché si arrivi a un intervento. Permangono però molti dubbi, dato che la Siria non è come la Libia: i militari sono ben organizzati – nonostante le numerose defezioni – e le opposizioni sono invece confuse, abbassando quindi le probabilità di un attacco in stile-Libia. Forse è più probabile un contributo d’armamenti ai rivoltosi, o la creazione di una zona “buffer” dove possano rifugiarsi i civili e i disertori.

Ci sono poi gli americani che non muoiono dalla voglia di impelagarsi in un nuovo scontro mediorientale che sarebbe – anche in questo caso – caratterizzato da lotte settarie; e ci sono anche i russi, che hanno una base militare a Tartus (ex-possedimento della marinara Repubblica di Genova) e che spesso si sono posti a scudo del governo di Bashar al Assad, addirittura proponendosi come mediatori tra opposizioni ed elite dominante.

Ma il paradosso forse più eclatante è che sia nell’interesse di Israele che in quello americano, la Siria deve stare lì dove sta, mantenendo Assad al potere e influente rispetto ad Hamas e a Hezbollah (il Libano è pervaso da influenze siriane). E anche per russi e iraniani vale un discorso simile, benché nessuno dei due paesi abbia per forza un legame di sangue con la famiglia Assad, tanto da arrivare forse a considerare un accordo sotto banco per mantenere al potere una nuova elite alawita. Di fatto, seppur difficile da controllare, il regime di Assad (o un regime similare) è il minore dei mali quando si tratta di considerare l’entropia dei militanti islamici dell’area o dei terroristi che attraversano questi paesi.

Dall’altra parte, la crisi con l’Iran sta mutando seguendo una traiettoria che anche in passato abbiamo evidenziato. Dal lato iraniano, infatti, si sta cercando di arrivare a una de-escalation della strategia di contrapposizione forzata con gli Stati Uniti: ne sono un esempio gli esercizi militari annullati vicino allo stretto di Hormuz e spostati invece pochi giorni fa nell’entroterra del sud del Paese, in un chiaro tentativo di calmare gli animi dei guerrafondai. Allo stesso modo gli Stati Uniti hanno posticipato a loro volta degli esercizi militari da fare insieme a Israele (e schedulati prima ad Aprile), altro segno palese di “facilitazione” di un processo di negoziazioni che sta proseguendo dietro le quinte. L’obiettivo dell’Iran è di poter estendere la sua influenza egemone nell’area senza creare eccessive preoccupazioni in Washington, mentre dagli Stati Uniti si è già visto come il focus strategico si stia spostando nuovamente in Estremo Oriente. Una de-escalation fa bene a tutti e due, quindi.

In tutta questa confusione geopolitica, il petrolio ha comunque avuto un mese di febbraio piuttosto buono, in termini di performance. Salvo exploit israeliani nei mesi primaverili, le quotazioni petrolifere potrebbero non rappresentare un problema per l’economia globale, soprattutto perché è interesse di molti che in Siria si trovi una soluzione “negoziale” alla crisi.

Sui “nostri” mercati, invece, prosegue la fase di decompressione: Eurostoxx 50 -0.43%, FTSE MIB -1.48% e BTP in allargamento di 3.3bps. Senza per forza dover fare riferimento a un momento di “risk-off”, molti indicatori segnalano che è il momento di adottare un approccio più calmo: anche l’anno scorso i mercati hanno avuto un inizio strabiliante, per poi deludere le aspettative per molti mesi; il posizionamento degli investitori rimane ancora piuttosto estremo e decisamente non corale in termini di rischio; e la “picture” macro potrebbe subire un offuscamento per il semplice fatto che è impossibile mantenere un ritmo di sorprese così forte per troppo tempo. Therefore, stay neutral…ma ricordiamoci che dobbiamo essere pronti a comprare “on weakness”!

Mettere fieno in cascina?

È forse arrivato il momento della “decompressione”: dopo una salita che – dai minimi di fine settembre 2011 – ha portato l’S&P 500 a registrare un sonoro +27% e l’Eurostoxx 50 un ancor più strabiliante (e volatile) +30%, ora sembra che sia iniziata una breve pausa. Il fatto è che ci siamo abituati a vedere i risky asset performare molto bene giorno dopo giorno, e quasi ci pare strano che per due giorni consecutivi ci sia il segno rosso sui nostri screen. As of writing, l’area euro ha chiuso a -0.89%, mentre l’S&P 500 è a -0.39%. Peggio ha fatto la Russia (-1.51%) e meglio la Cina (+0.93%), dove l’incremento dell’indice HSBC PMI da 48.8 a 49.7 mostra da una parte che la politica monetaria e fiscale cinese potrebbe aiutare la congiuntura macro (un dato sotto il livello di 50, infatti, rappresenta ancora “contrazione”) e dall’altra che qualche “tentative sign” di recupero può – in prospettiva – rincuorare sul resto dell’anno. Certo è che in Europa gli stessi dati di PMI non rallegrano ancora, soprattutto con l’euro ancora relativamente così alto: per aggiungere basis point positivi al PIL dell’area è necessario che la nostra valuta si deprezzi almeno fino a 1.10/1.20.

Quindi, non è insensato ripescare la nostra tesi di qualche settimana fa: ovvero, che può essere prudente portare del “fieno in cascina” e poi fare un re-assessment della situazione una volta che la marea cambia (e mi riferisco qui anche al prossimo LTRO di fine febbraio). A livello politico, infatti, siamo nell’occhio del ciclone o – come scriveva ieri sul Financial Times il capo economista di HSBC, Stephen King – al punto di svolta del sistema “tolemaico” centrato sull’egemonia tedesca. La metafora è molto più azzeccata delle tante altre che noi più volte abbiamo tentativamente pensato: Berlino sta ancora pensando a un sistema europeo dove le sue contraddizioni fondamentali la portano a esprimere ulteriori paradossi, come ad esempio quando proclama l’auspicio che i paesi periferici si guadagnino una via d’uscita dalla crisi attraverso una deflazione auto-inflitta – senza considerare però che questo comporterebbe molto probabilmente un aumento di inflazione in Germania (mal digerito dai grandi e piccoli elettori tedeschi).

Ma la rivoluzione copernicana che ci attende non è stata ancora impostata. Anche in questo caso, ne abbiamo profusamente discusso in passato: bisogna pensare a una “teoria della relatività” dell’area euro. Se vogliamo arrivare a una soluzione definitiva della crisi, il pacchetto chiuso lunedì notte e colto con così assordante indifferenza dalla comunità finanziaria non ne rappresenta sicuramente un inizio. È un’altra pezza che tappa una falla ma crea ulteriori debolezze (come ad esempio la “seniority” della BCE). Quei 130 miliardi – e pure quelli di un potenziale Greek Bail-out III – potrebbero essere meglio spesi se indirizzati a un “piano Marshall” per la periferia, dove gli investimenti vanno nell’economia reale, con la creazione di imprese dove una manodopera a più basso costo (a tendere) sarà più produttivamente occupata; dove un atteggiamento più tollerante verso l’inflazione farà da sfondo a un maggiore consumo da parte dei tedeschi; e dove un framework fiscale ancora tutto da finalizzare permetterà di bilanciare shock ciclici attraverso opportuni trasferimenti fiscali.

Ma fintanto che la Germania tolemaica si perde nella trascendenza della Presidenza della Repubblica (che figuraccia anche per la Merkel!!), noi tutti rischiamo che il futuro dell’Europa – quello strano costrutto politico economico che si supponeva dovesse avere in sé il proprio principio e la propria fine, quindi d’essere immanente – venga trascurato oltremodo.

Meglio quindi mettere fieno in cascina, che dopo questi guadagni, male non fa…

Commissariamento cantonale della Grecia

Nonostante l’agreement di ieri notte (more on this below), l’Eurostoxx 50 ha chiuso la giornata negativamente (-0.34%), con la Germania che ha fatto addirittura qualche basis point peggio (DAX: -0.58%), mentre oltreoceano – as of writing – l’S&P 500 è a +0.46% (ma non dimentichiamoci che ieri negli Stati Uniti i listini azionari erano chiusi e dovevano inseguire l’ottimo lunedì europeo). Se nel nostro continente l’equity è rimasto “indietro”, l’obbligazionario si è invece comportato relativamente bene, con il BTP di nuovo in restringimento (-6.3bps) e a quota 5.40%, preceduto dalla Spagna (-7.2bps) e seguito dall’Irlanda (-2.8bps).

Graficamente il rally dei mercati è abbastanza impressionante, dato che dall’inverno scorso è stata un’impennata piuttosto “steep”. Ma tant’è: market is always right! Più proni all’errore sono invece i singoli individui, anche e soprattutto quando si avventurano in stime e previsioni. Prendiamo ad esempio quanto è uscito dall’accordo di ieri sera – per lo meno in termini di “sostenibilità” del debito greco: l’impressione è che si tratti di un’operazione tutta sul filo del rasoio, dove anche il minimo scostamento rispetto al piano può produrre effetti collaterali indesiderati.

Lo scenario di base della Troika è che il prodotto interno lordo di Atene si contragga di un altro 4% quest’anno, per stabilizzarsi poi nel 2013 e crescere infine intorno al 2.7% all’anno nel lustro successivo. Le stime dei nostri burocrati incorporano anche una posizione fiscale nel 2014 già in avanzo primario (4.5% del PIL), surplus poi assunto tale per gli anni a seguire. Con questi presupposti, il debito greco scenderebbe al 129% nel 2020: alcune opzioni aggiuntive aiuterebbero però a raggiungere l’obiettivo del 120% (che, come sappiamo, non rappresenta comunque una soglia “sostenibile”).

Ora, la Troika ha anche incluso nei suoi documenti un cosiddetto “tailored downside scenario”, ovvero una stima di come potrebbero andare le cose se Atene mantenesse lo status quo in termini di politica economica: in questo caso, il PIL scenderebbe del 4.8% quest’anno (mezzo punto peggio del caso “base”), contraendosi anche nel 2013 dell’1% e poi crescendo in media dell’1.9% negli anni successivi. Con queste previsioni la Grecia non raggiungerebbe un avanzo primario del 4.5% almeno fino al 2017 e il rapporto debito/PIL finirebbe al 159% nel 2020.

Come alcuni analisti si stanno domandando in queste ore, questa stima è davvero rappresentativa di un “tail risk” o si tratta forse di un’ipotesi realistica visto il track-record dei politici greci? Ecco perché la Troika ha deciso di perseverare con l’idea di una “nanny” che faccia da balìa e da controllore su Atene, “…ensuring the timely and full implementation of the programme”. Difficile sapere se questo commissariamento cantonale della Grecia sarà facilmente digerito dalla popolazione…

Il rally si estende

Anche questo lunedì si è chiuso con forti guadagni: i listini europei hanno esteso il rally ai massimi degli ultimi sei mesi, probabilmente un po’ nella speranza che dal meeting odierno tra i ministri delle finanze dell’Eurogruppo arrivi qualcosa di nuovo sulla Grecia (ancora no news sui nostri screen) e un po’ in seguito alla riduzione (a sorpresa) del tasso di riserva obbligatoria da parte della banca centrale cinese, che potrebbe liberare ulteriore liquidità per alcuni settori dell’economia. Quindi, Eurostoxx 50 a +1.19%, l’Italia a +1.07% e la Germania – con il DAX – a +1.46%. Sul fronte tasso si sono stretti gli spread sull’Italia (-12.8bps) e sulla Spagna (-13.3bps), mentre i “core rates” della Germania si sono un po’ allargati. Rimane molto resiliente anche l’euro, che contro il dollaro quota a 1.3249 e contro lo yen sta a 105.42 (peccato non aver colto questo storno della valuta nipponica).

Valute, spread, riserve obbligatorie: comunque sia, stiamo sempre parlando di liquidità, di una fase “risk-on” quasi completamente liquidity-driven, dove addirittura le lezioni del passato a poco sono servite per adottare gli strumenti corretti per risolvere la crisi attuale. Se Ludwig von Mises o Friedrich von Hayek fossero tra noi, scriverebbero che l’ultima crisi è stata generata da banchieri centrali che hanno incentivato un notevole “mis-pricing of the cost of capital”, forzando quindi una sua “mis-allocation” e conducendo quindi a un ciclo vizioso di bolle, di leva e di debito. Le bolle sono poi scoppiate, ma i debiti e la leva sono rimaste, anzi, si sono ingigantite. E oggi i banchieri centrali ripropongono la medesima formula. Per questo risulta molto difficile distinguere tra scelte tattiche e decisioni strategiche, perché quando la marea di liquidità sale, si porta con sé un po’ tutto. L’importante diventa quindi capire quando portare le fiche via dal tavolo.

Detto ciò, il framework che seguiamo – ovvero la correlazione tra appetito per il rischio e momentum della produzione industriale globale – ci segnala come possa arrivare una primavera mite nonostante l’impasse greco (dove, mal che vada, si potrebbe evitare comunque un “default” attraverso un prestito ponte, così da prendere ulteriore tempo). Data la forte crescita della domanda nel corso dell’ultima parte dell’anno scorso – un po’ fuori dalle aspettative di tutti – il lato della produzione ha ancora ampi margini per espandersi e fare un po’ di “catch-up”, il che potrebbe significare investimenti/creazioni di scorte/assunzioni. Poi, come detto, le politiche monetarie rimangono straordinariamente espansive – anche la Bank of Japan è rientrata in partita, attivando un nuovo round di acquisti e fissando un target d’inflazione intorno all’1%. Come dice il nostro economista Neal Soss, “all together now, let’s ease”. E questo comporta che viene anche minimizzato l’effetto negativo di qualsiasi shock finanziario, consentendo anzi di fare leva sulla ripresa del ciclo economico globale.

Rimanere risk-on potrà quindi premiare ancora, almeno fintanto che non si raggiunge un limite all’espansione “tossica” dei bilanci delle banche centrali. A quel punto, quale shock vivremo? Deflativo (deleverage colossale) o inflativo (perdita totale di credibilità da parte delle banche centrali)?

La scelta di Eracle

Pare incredibile come il Mito e la Storia vengano oggi in aiuto nell’interpretazione delle vicissitudini greche. A suo tempo, Georg Friedrich Händel compose un oratorio sulla storia della “scelta di Eracle”, ovvero di quella parte del mito che racconta di un figlio di Zeus (e della mortale Alcmena) ancora non molto eroico e alle prese con la difficile scelta tra una vita fatta di virtù etica e morale e un’altra colma di piaceri e di peccato. Alla fine, come sappiamo, Ercole scelse la strada della rettitudine – facendo la fortuna dei “copy-writer” antichi che ne descrissero le eroiche gesta. Nel 2012, invece, i non molto eroici politici greci si ritrovano tirati per la giacchetta da una parte e dall’altra, da una famiglia europea che spesse volte non sa essere rigorosa e al contempo benevola (si vedano gli atteggiamenti diversi di Schäuble e Merkel) e da una deriva populista e pseudo-indipendentista che, facendo leva su sentimenti esasperati di una popolazione stremata dall’austerità, vede in una uscita dall’area euro una sorta di catarsi collettiva per la nazione tutta.

Oltre a questo dilemma “morale” per i poltici ateniesi, vi è però il ben più complesso “aut-aut” tecnico per le controparti europee, ovvero quell’insieme di dettagli che determineranno il successo o meno della ristrutturazione del debito greco. E qui, come sappiamo, sono pochi i parlamentari che hanno le competenze e la pazienza per addentrarsi in meandri tanto oscuri e allo stesso tempo così contradditori.

C’è ad esempio la condizione della Banca Centrale Europea, che con il debt-swap agreement con la Repubblica Ellenica paventato ieri (e forse implementato oggi) potrebbe uscire dal tavolo del PSI, eliminando da una parte il “free-riding” di creditori furbetti (la BCE è il maggior detentore di obbligazioni greche e non potrebbe mai accettare un “hair-cut”, perché implicherebbe un finanziamento monetario del bilancio greco) ma creando contemporaneamente un grosso problema per altri creditori. Infatti, tale swap offrirebbe alla BCE lo status di “preferred creditor”, ovvero al di sopra di qualsiasi azione coercitiva di Atene, poiché eviterebbe all’istituto centrale di registrare una perdita sulle obbligazioni greche che detiene in portafoglio – e permettendole quindi di non contravvenire ai Trattati istitutivi (divieto di “monetary-financing” degli Stati sovrani dell’area euro). L’effetto indiretto è che tale “preferred status” – lo stesso che gode di fatto il Fondo Monetario Internazionale – causerebbe probabilmente uno scossone negli altri mercati governativi dell’area euro, poiché in caso di altre ristrutturazioni (Portogallo? Irlanda?) la BCE otterrebbe un trattamento diverso rispetto agli altri creditori. Ergo, non sarebbe da escludere un altro re-pricing dei Titoli di Stato della periferia.

Un altro tecnicismo di difficile comprensione per i parlamentari di mezza Europa è rappresentato dalla “time-line” di questa ristrutturazione. Prendiamo l’attuale ipotesi di PSI, per esempio: nonostante che non vi siano dettagli ufficiali, il governo di Atene dovrebbe avere disposizione di almeno una decina di giorni per consentire ai bond-holders di leggere e valutare l’offerta, procedendo quindi a dichiarare il proprio interesse a partecipare. Ma i creditori vorrebbero aspettare prima la votazione dei parlamenti europei a favore del secondo pacchetto di aiuti, così da avere la certezza che dietro la ristrutturazione ci sono i soldi dell’EFSF e dei contribuenti. Allo stesso tempo, bisogna intervenire anche su quelle obbligazioni greche che stanno alla base di alcune operazioni di riacquisto (“repo”) che varie istituzioni europee hanno in piedi con la BCE: questo collaterale dovrebbe essere sostituito con altri asset (magari debito dell’EFSF), in tempi utili affinché si possa procedere poi all’effettivo swap del debito greco attuale con quello “nuovo”.

Ma, come potete intuire, quello appena illustrato non è un banale manierismo finanziario: è quell’insieme di dettagli e di minuziose regole che determina o meno l’avverarsi di un incidente “tecnico” che potrebbe portare a conseguenze non “scontate” dai mercati. Ecco quindi che si inizia a comprendere il perché di un certo balletto a cui stiamo assistendo a livello europeo, con Schäuble che commette “gaffe” diplomatiche, con i politici greci che quasi sperano di posticipare il PSI a un post-elezioni (dopo aprile, quindi), con il dibattito che si riaccende su un potenziale default di Atene o sul prosieguo della tragedia “Greek bail-out”.

Come per Eracle, la scelta tra virtù e vizi non è stata ancora fatta…

Pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei

Pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei

I risky assets stanno recuperando parte di quello che hanno perso durante la giornata di venerdì: ad Atene la votazione parlamentare di ieri notte è servita a qualcosa, nonostante che spaventino ancora le dinamiche di “strada” (more on this later). Benché i media siano dominati da questo tema, la crisi greca rimane probabilmente un capro espiatorio per giustificare la fatica del mercato in questi ultimi giorni. Non c’è convinzione né verso l’alto né verso il basso e vedo con difficoltà una rottura rialzista nel breve, anche se “the pain trade remains higher”. L’Eurostoxx 50 ha chiuso a +0.43%, seguito dall’S&P 500 che – as of writing – è a +0.40% e il Brasile che è a +1.89%, mentre l’Italia ha chiuso flattish.

Per quanto riguarda le nostre elucubrazioni quotidiane, vi riporto che tra venerdì e lunedì sono uscite alcune interessantissime analisi del Financial Times che vale la pena riprendere, perché racchiudono bene parte del pensiero che abbiamo sviluppato in questi mesi sul tema Grecia e su quello “Europa”. Stamattina l’editorialista Wolfgang Münchau ha esordito nel suo articolo richiamando l’attenzione sull’incompetenza della leadership europea (i nostri “pigmei” di qualche giorno fa). Quoto: “they lacked experience in managing financial crises. They did not even consult with policymakers in other parts of the world who had dealt with crises in previous decades. Armed with ignorance and arrogance, they ended up repeating everyone else’s mistakes. They thought they were clever when they came up with the idea of an expansionary fiscal contraction”. Touché. Münchau ricorda inoltre che, nonostante la votazione di ieri notte, il secondo pacchetto di salvataggio per Atene deve essere votato dai parlamenti nazionali (ad esempio, dal Bundestag): quindi, c’è sempre il rischio che il treno deragli prima di arrivare a destinazione. Aggiungo poi una mia valutazione a quanto scritto da Münchau: se prendiamo ad esempio il target di riduzione del debito sul PIL al 120% nel 2020 (obiettivo che fa parte del programma di salvataggio), questo è semplicemente un modo per “tutelare” l’Italia rispetto al proprio rapporto debito/PIL, perché di fatto non è sostenibile per noi né a maggior ragione per la Grecia. Dovrebbe scendere sotto il 60% per avere effetti positivi. Meglio quindi lasciarla fallire (la Grecia) e utilizzare le risorse europee per attivare un piano Marshall che aiuti il paese a ricostruire un’infrastruttura economica e sociale e garantisca alla nazione un futuro realisticamente raggiungibile.

Altra riflessione, stesso quotidiano. Quentin Peel – corrispondente dalla Germania per l’FT – ha partecipato a un convegno settimana scorsa al quale la Merkel si è prestata per gli introductory remarks, e il pensiero che ne è scaturito spiega in parte ciò che la nostra mente apparentemente “obnubilata” non ha saputo cogliere nel corso di questi mesi: la Merkel non vuole solo un’unione fiscale, un’austerità diffusa e una riduzione del peso dei debiti statali; il Primo Ministro tedesco vuole imprimere un’accelerazione al fenomeno politico che si chiama Europa e che, purtroppo, sinora è stato il dilettuoso rompicapo di una serie di raffinati “bricoleur”. Si tratta di quella “visione” (meglio dire forse, “una” delle visioni) di cui l’Unione ha bisogno, ma che certamente non è condivisa da tutti, in primis dalla Francia che non vuole assolutamente abbandonare la Quinta Repubblica. Se la Merkel vuole infatti trasferire “step-by-step” le competenze governative nazionali a Bruxelles, deve prima avere dalla sua parte le cosiddette constituencies, ovvero gli elettori.

E rimango quindi basito che Angela Merkel ritenga “giocabile” ora questa mano, in un contesto politico-sociale che sta evidenziando sempre di più uno scollamento strutturale tra la politica e la strada. Parafrasando l’ahinoi poco letto Massimo d’Azeglio, “pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei”. Che siano pragmatici i tedeschi, che seguano la realpolitik! Perché le molotov per le strade di Atene non sono mai da sottovalutare, nemmeno all’ennesimo anno di recessione.

La necessità può dare slancio alla politica

La necessità può dare slancio alla politica

Difficile fare “timing” sui mercati, ma ne parliamo da un po’ di giorni ormai: la volatilità implicita dei mercati era troppo bassa. Oggi, finalmente, vediamo uno strappo sul VIX e un po’ di debolezza across the board. Eurostoxx è a -1.4%, l’S&P 500 a -0.77% e il Brasile fa -1.7%. L’Italia allarga di 17bps, seguita dalla Spagna a +18.6bps. L’euro torna indietro rispetto alla media mobile a 100 giorni (intorno ai 1.333) e quota al momento 1.319. E sul fronte macro arrivano le prime delusioni: i dati sulle importazioni in Cina hanno deluso le aspettative (-15.3% vs. -3.6%) riaccendendo una spia d’attenzione sulla performance economica di Pechino, e negli Stati Uniti la fiducia dei consumatori, espressa dalla University of Michigan Confidence, è scesa nuovamente e in misura maggiore rispetto alle attese.

Sul fronte politico ieri si è persa un’altra occasione per andare avanti nella risoluzione della crisi (ed è forse uno degli spunti per la correzione di oggi). Ma, come ha scritto Henry Kissinger nel suo libro sulla Cina, “la necessità può dare slancio alla politica”: questo per dire che, forse, in Grecia o in Europa la paura di dover affrontare spettri peggiori porterà un po’ di buon senso ai vari partecipanti. Purtroppo, sempre Kissinger ricorda che la necessità “non indica per forza gli strumenti” per uno slancio, ovvero la politica potrebbe in buona fede prendere scelte sbagliate. Tra le tante notizie sul tema, poco fa mi è arrivato il lancio dell’agenzia Athens News che riporta – senza citare la fonte – che il primo ministro Lucas Papademos farà un rimpasto di governo a brevissimo. Lì in Grecia sono volate parole forti, soprattutto dopo la lavata di capo del solito incontentabile ministro delle finanze tedesco: ha risposto il suo alter-ego Venizelos che oggi ha sostanzialmente detto (quoto una traduzione dal greco) “this is a time of difficult decisions. We have to choose between difficult decisions and decisions even more difficult. We unfortunately have to choose between sacrifice and even greater sacrifices incomparably more dear. We have to choose between humiliation suffered by a country, one nation and proud history and even greater humiliation that would have to suffer if the illusion that we keep our pride and our dignity, lead to solutions that have a much larger social, economic and institutional cost. Cost for each citizen, for every family, every business. We spent longer the era of demagoguery, ease and hallucinations. Now we must make decisions”.

Parole confusamente inclini a farmi ritenere che la corda si stia per spezzare e che la situazione possa sfuggire velocemente di mano al controllo della politica. Altrettanto tesa è la corda di un altro scenario geopolitico, ovvero quello in Medio Oriente. Leggevo proprio oggi la recentissima analisi di Alistair Newton, ex-collaboratore di Tony Blair, diplomatico di carriera e ora analista politico da Nomura, che faceva emergere un calcolo politico molto interessante (e pericoloso). Di base, lo spunto viene da un articolo dell’Economist del 20 gennaio di quest’anno, nel quale il prestigioso settimanale ha scritto “the chances of Israel launching a unilateral strike against Iran this year may be rising”. Ebbene, se si considera che Netanyahu si sta già muovendo per anticipare una tornata elettorale che, in situazioni meno tese, sarebbe avvenuta a ottobre 2013, non è difficile concludere che la costruzione di un “core” strategico che supporti l’attacco all’Iran sia già iniziato. Mi spiego: Benji non potrebbe attacare l’Iran con l’attuale governo/maggioranza, perché gli effetti di tale mossa avrebbero ripercussioni militari/politiche che lo penalizzerebbero elettoralmente. Meglio quindi chiamare il popolo alle urne in anticipo e, con un nuovo assetto politico, sferrare l’attacco a Tehran. Ma c’è dell’altro: negli Stati Uniti le elezioni presidenziali sono un altro momento chiave per la strategia di Netanyahu: se le quotazioni del futuro candidato repubblicano lasciano intravedere una sconfitta per Obama, Israele potrebbe anche attendere ad attivare l’opzione militare (un presidente repubblicano potrebbe infatti essere “supportive” senza se e senza ma). Viceversa, se Obama fosse dato per vincente, l’attacco di Israele dovrebbe avvenire prima dell’elezioni americane: un Obama al secondo “term” avrebbe infatti la forza politica per opporsi a Netanyahu e per non supportare una strategia militare non condivisa.

Il 2012 rimane quindi un anno topico, nella speranza che veramente la “necessità” possa dare finalmente slancio alla politica.

I pigmei della politica

As of writing, l’Eurogruppo si sta riunendo a Bruxelles per discutere del caso Grecia: Jean-Claude Juncker ha detto che stasera non ci sarà alcuna decisione finale sul tema (delusione). A pranzo, invece, c’è stata la press conference a Francoforte con un Mario Draghi che ha ricordato i rischi al ribasso per la crescita economica dell’area euro, ma che ha al contempo detto ai giornalisti che i leader dei partiti greci hanno raggiunto un accordo (euforia). Quale che sia il risultato della discussione all’interno dell’Eurogruppo – e comunque considerando prospettive di crescita ottimistiche per la Grecia – Atene raggiungerà nel 2020 un rapporto debito su PIL del 120% (!!!). Quindi, nonostante gli sforzi sinora compiuti e l’ingente esborso di risorse da parte della collettività, rispetto a oggi la situazione sarà solo migliorata in termini relativi. È anche vero che probabilmente si riuscirà a evitare un “disorderly default” della Grecia anche per quest’anno, ma allo stesso modo – visti i risultati del primo pacchetto di salvataggio – rimangono molti dubbi sulla possibilità che il secondo “bail-out package” consegua migliori risultati. Un po’ anche per la mancata “catarsi” politica di cui si parlava qualche giorno fa: nonostante i vari proclami, il problema sarà l’execution, e nel caso di un’implementazione insufficiente delle richieste della Troika, la scelta per Atene sarà molto più “harsh”.

I mercati rimangono però ancora ben sostenuti, soprattutto perché se si elimina il problema “sovereign”, i fondamentali sono in continuo miglioramento. Il BTP stringe di 13bps e siamo al 5.45%, il Portogallo fa anch’esso bene (soprattutto rispetto a fine gennaio) con il tasso “solo” al 12.8%, la Cina ha chiuso flat nonostante dati d’inflazione peggiori delle attese, l’Eurostoxx ha segnato un altro guadagno (+0.37%) mentre gli Stati Uniti rimangono flattish (se si esclude una stellare Apple, a nuovi massimi storici). Noiosamente, i broker ripetono il mantra che abbiamo anche noi menzionato in questi giorni, ovvero che “the tape is tired and many would like to see a sell-off”: questo è vero, com’è vero che molti investitori conservativi sono stati “sucked in” da questo rally proprio all’inizio della settimana (e in seguito alle rotture tecniche importanti in area euro…quindi sperando che il rally continui senza sell-off), ma questo genere di condizioni possono durare molto a lungo. Meglio quindi non pensarci troppo e affrontare più la questione della “big picture” evitando di fare “timing” di mercato. Ovvero, non facciamo l’errore dei nostri politici.

Infatti, se si considerasse uno scenario più ampio – e prendendo a prestito quanto scrive uno strategist di SocGen – quello che vediamo oggi nell’arena politica è uno spettacolo per certi versi grottesco: “i pigmei che popolano le elite politiche e monetarie preferiscono genuflettersi di fronte alla corte suprema dell’opinione pubblica nel tentativo patetico di non esser messi sotto accusa per la loro dozzinale e imperdonabile incompetenza nella gestione di questa crisi”. Giudizio pesante, che probabilmente si rifletterà nelle varie tornate elettorali che vedremo quest’anno e l’anno prossimo.

Intanto, non avendo quasi altra scelta, le banche centrali continuano a inondare di liquidità il mercato: anche oggi la Bank of England ha aumentato di altri 50bn di sterline il proprio programma di acquisti di Gilts. A fine mese, poi, ci si attende un altro potente LTRO della BCE che rimetta in moto anche il “lending” dell’area euro. Ma essendo quest’ultimo sostanzialmente un “repo”, quali sono i rischi di mark-to-market, di margin call, di mancanza di collaterale da postare per ottenere prestiti? Ah, sì…ci si dimentica del fatto che ora si possono utilizzare anche i crediti bancari (mutui, unsecured claims alle PMI e prestiti alle società pubbliche) e che, sicuramente, la BCE rivedrà gli hair-cut in caso di downgrade di qualche paese.

I pigmei saranno piccoli, ma sono flessibili e non mancano certo di (pericolosa) creatività…

Pausa per i mercati

Pausa per i mercati

Il tema “Grecia” continua a essere utilizzato come capro espriatorio per giustificare qualsiasi movimento sul mercato: ad esempio ieri giravano news sulla possibilità che la Banca Centrale Europea potesse “concedere” qualcosa al PSI, mentre oggi è arrivata nel pomeriggio una smentita. Su questo punto, però, credo che alla fine prevarrà un calcolo politico più pragmatico, ovvero si cercheranno di spostare le obbligazioni greche “over-the-counter” dal bilancio della BCE a quello dell’EFSF, così da non avere problemi relativamente all’irrigidemento di Francoforte rispetto al PSI stesso (mentre con l’EFSF il problema non si dovrebbe porre).

In tema di flussi e di posizionamento, ho la percezione che il mercato sia più affannato oggi, con molti operatori in attesa di una correzione per allungare ulteriormente le posizioni rischiose, dato che il “pain-trade” rimane comunque verso l’alto. È un po’ il “feeling” generale, invece, che vi sia poca convinzione tra i grandi conti istituzionali, che hanno forse iniziato a coprire i corti solo nelle ultime due settimane: gli americani, infatti, pare che abbiano appena incominciato ad acquistare titoli bancari italiani. Quello che stiamo vivendo rimane un rally “liquidity driven” e, quindi, fintanto che tutte le banche centrali globali hanno i rubinetti aperti, è sciocco mettersi contro corrente. Ciò non toglie che su alcuni mercati, ormai, sia stato ampiamente scontato l’effetto delle Longer-Term-Refinancing-Operations della BCE, e che quindi a fine febbraio ci potrebbe essere un movimento opposto sul genere “sell the news”.

Tale operazione si accavallerà con le tempistiche molto strette del PSI. Facendo due conti, se la scadenza dei 14.4bn di debito greco è il 20 marzo, c’è bisogno di almeno una settimana abbondante per procedere al “settlement” dell’operazione di ristrutturazione, ipotizzando che vi sia piena partecipazione dei creditori (e avendo “liberato” preventivamente dal suo impasse anche la BCE). Nel caso invece si scoprisse tra oggi e domani che la partecipazione fosse bassa, il governo greco dovrebbe decidere entro questo venerdì se introdurre retroattivamente una sottospecie di CAC (Collective Action Clauses) per forzare la mano ai creditori, i quali però a loro volta dovrebbero avere il tempo di riunirsi con la necessaria maggioranza per stabilire cosa fare (un’altra settimana che se ne va). Arriviamo quindi al 17 febbraio, momento in cui si dovrebbe attivare anche una sorta di “contingecy plan” che limiti i danni di un possibile peggioramento del sentiment (=contagio, motivato anche dal “credit event” che potrebbe derivare dall’inserimento di queste clausole “CAC”). E il 29 febbraio è una data molto vicina per consentire alle banche di fare ulteriore cheap funding ed evitare per un altro po’ di tempo la volatilità del mercato.

C’è quindi ancora grande confusione, che in parte aiuta a “stoppare” il rally di mercato. Ma anche a livello politico non c’è chiarezza: le presidenziali francesi si avvicinano (primo turno il 22 aprile) e abbiamo assistito negli scorsi giorni a particolarissime quanto inusuali “cortesie” tra Merkel e Sarkozy: Angela ha fatto un’endorsement di Nicolas, proprio in un momento in cui si evidenziava ancora una volta la differenza di performance economica tra Francia (in deficit commerciale) e la Germania (in surplus). A un lettore domestico – come ha detto il socialista Hollande – sembrerebbe quasi che Sarkozy stia piacevolmente accettando il ruolo di “secondo” alla Merkel, con quest’ultima pericolosamente esposta su un tema che potrebbe crearle non poche difficoltà: che avverrebbe, ad esempio, se Sarkozy perdesse le elezioni contro Hollande? Con che faccia la Merkel potrebbe affrontare il nuovo Presidente francese? C’è forse qualcosa che è sfuggito alla nostra comprensione?

Russia vs. Stati Uniti

Russia vs. Stati Uniti

Come sapete, questo è un anno di “elezioni presidenziali”. Negli Stati Uniti le primarie repubblicane stanno procedendo intensamente, mentre in Russia la bagarre di piazza ha incuriosito molto gli osservatori internazionali, poiché potrebbe influenzare notevolmente il futuro politico di Vladimir Putin. In questo contesto le relazioni tra i due colossi sono proiettate verso nuove tensioni, in parte anche per via degli spunti che la campagna elettorale americana potrà fornire nei prossimi mesi (sull’onda della sorpresa di Reagan dopo Carter negli anni ’80). Certamente un punto fondamentale di questo “stand-off” deriva dal desiderio di Mosca di mantenere un’influenza concreta e indisturbata sui numerosi paesi satelliti nati dal crollo dell’Unione Sovietica – ambizione di cui abbiamo discusso più volte in questi aggiornamenti. Gli Stati Uniti, a causa del loro focus nei paesi arabi, hanno però da recuperare un deficit di attenzione verso Mosca, che nel frattempo ne ha approfittato per rafforzarsi considerevolmente (ricordate il caso Georgia?). A nulla sono valse le proposte di allargamento NATO a quest’ultima e all’Ucraina: l’Eurasia non è il focus di Washington da molti anni, e non vi sono molte leve da esercitare.

Ne abbiamo parlato il 9 gennaio di quest’anno, quando raccontavamo della Russia “imperiale” come di una nazione che “è stata sempre affaticata dalla necessità di allargare la sua sfera d’influenza per difendersi dalle minacce esterne (non ha confini difendibili) e di mantenere al contempo una coesione interna tra etnie estremamente eterogenee tra di loro (l’allargamento dell’impero moscovita ha, nel corso dei secoli, incluso popolazioni diversissime tra loro). Putin è consapevole di questo e credo che riuscirà a imporre un’agenda politica ancora più aggressiva in termini di “influenza geopolitica” russa nella cosiddetta Eurasia, ovvero la zona d’influenza russa”. Mosca ha cercato di contestare ripetutamente i tentativi degli Stati Uniti di riposizionarsi in Europa Centrale in ottica di “contenimento” (anche se, tra i tanti esempi di attrito, il sistema balistico americano è ufficialmente stato progettato per contrastare minacce dal Medio Oriente), tanto da arrivare a posizionare propri missili ai confini con i suoi ex-satelliti in Europa. Se poi ricordiamo l’incidente avvenuto ai bordi tra Pakistan e Afghanistan alla fine dell’anno scorso (un elicottero americano che ha sbagliato totalmente bersaglio), non è difficile pensare all’ulteriore “punto” segnato dai russi, visto che l’alternativa all’approvigionamento delle truppe in Afghanistan tramite il Pakistan potrebbe avvenire proprio tramite la Russia.

Poi, d’improvviso, gli Stati Uniti si sono ritrovati nuovamente in vantaggio: le proteste di strada degli ultimi mesi lasciano intendere che il controllo del potere del clan Putin è assai più lasco: addirittura il clan stesso è diviso tra falchi e colombe, tanto che – seppur non escludendo una vittoria schiacciante dell’attuale primo ministro – il nuovo Presidente avrà certamente difficoltà a gestire l’apparato burocratico con la stessa efficacia del suo primo “term”. Per questo, lo scacchiere geopolitico si è rinnovato con nuove mosse (ad esempio, il probabile finanziamento dei gruppi di protesta su foraggiamento statunitense), che potrebbero ulteriormente accelerare lo “stand-off” in autunno quando sapremo chi è il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Per il momento, il mercato non vuole dare eccessivo peso a queste considerazioni: la Russia è uno dei best performers tra i mercati emergenti. Ma, certamente, lo sconto importante che il listino azionario mantiene rispetto ai suoi peers deriva anche da questa persistente incertezza di relazioni. Se dovessimo segnalare un altro check-point critico per riverificare la situazione, potremmo indicare il prossimo meeting NATO-Russia, che si terrà a Chicago a maggio. Keep an eye on triggers for escalation…