Una politica fiscale sbagliata

Vorrei parlare del famigerato tax rebate che l’amministrazione americana ha recentemente approvato per sostenere l’economia statunitense.

Sarò approssimativo: si parla di $100 miliardi da distribuire sotto forma di tax rebate in assegni di circa $800 per tax payer o forse addirittura di $145 miliardi (i $45 miliardi in più non sono altro che deduzioni per le imprese nell’ammortamento degli investimenti).

Sembrano numeri molto grandi. Ma proviamo a metterci nei panni di una giovane coppia americana, che riceve dallo Stato un assegno extra di $1’600.

Ovviamente, questa cifra non copre assolutamente il pagamento di una rata mensile del mutuo 100% appena aperto un anno fa.

Probabilmente la giovane coppia utilizzerebbe questi soldi per ridurre un po’ il debito che già pesa sulla carta di credito, dove i tassi debitori sono molto più elevati che sui mutui. Oppure cercherebbe di rimettere a posto qualche bolletta che si sta portando avanti da troppo tempo. O ancora, potrebbe…

…potrebbe spendere questi $1’600 in consumi?

Innanzitutto, la coppia è consapevole che si tratta di una cifra one-short: non ci sarà un aumento dello stipendio, né altri bonus in vista. Quindi, se la coppia è consapevole delle proprie difficoltà attuali e percepisce incertezza per il futuro, sarà portata a risparmiare questo denaro.

Al limite, questo tax rebate potrà aiutarla ad allargare la cintura per un mese, ma non la sosterrà certo nei prossimi mesi.

Perché il problema di un tax rebate è che si tratta di una sorta di regalo, di un bonus, di una boccata d’ossigeno momentanea.

Le imprese sono consapevoli di questa situazione: non vedono i consumatori sollevati dalle difficoltà che stanno vivendo. Immaginano che le famiglie potranno al limite fare qualche acquisto in più da Wal-Mart, ma non ci sarà incentivo per nessuno per aumentare gli investimenti. Come si dice alle volte relativamente agli utili delle società quotate, non c’è visibilità!

La visibilità che manca è proprio quella sugli utili dei consumatori. Questi, come ho già raccontato in un altro post, hanno difficoltà a risparmiare (che sia colpa loro o meno, questo è un altro discorso). Ora ci sono tutti gli incentivi per iniziare finalmente a tirare la cinghia e a mettere via qualche risparmio per i tempi duri che forse potranno esserci.

Le imprese investono se vedono un potenziale di vendita nel mercato di sbocco. Questo potenziale deve essere nel medio-lungo termine, perché gli investimenti (quelli che aumentano la produttività) non sono mai veloci da implementare e rappresentano certamente una spesa che deve avere poi un ritorno adeguato nel futuro. L’imprenditore scommette razionalmente e quando non c’è visibilità gli investimenti diventano più rischiosi.

Da questo punto di vista diventa forse più importante l’intervento dello Stato, ma in termini keynesiani: la spesa aggregata dell’economia dev’essere mantenuta a un certo livello grazie all’intervento della spesa pubblica.

Una spesa che tuttavia dev’essere orientata agli investimenti in infrastrutture, soprattutto. Questo perché grossi investimenti infrastrutturali, oltre che attualmente necessari negli Stati Uniti, possono nel medio termine aiutare tutto il sistema a ritrovare fiducia e quindi possono supportare la crescita economica futura.

Una volta che le imprese ritrovano fiducia, lo Stato può ridurre il suo intervento e operare per una riduzione del deficit di bilancio che si è venuto naturalmente a creare.

Ecco perché rimango ancora negativo sul pacchetto fiscale messo in piedi dall’amministrazione Bush. Non ha i presupposti per aiutare l’economia in questa fase difficile.

Il problema, poi, per i mercati finanziari è che gli investitori vogliono essere positivi, hanno bisogno di ottimismo, abituati ad anni di bull market. E quindi rischiano di sottostimare tutti quei segnali che invece dovrebbero portare a una maggiore prudenza.

Mi domando quanto potrà andare avanti il mercato con movimenti dei prezzi nell’ordine dell’1%-2% in alto e in basso ogni giorno…

Too much volatility…someone has to benefit from it.
Who?

Panic selling e risparmi

Oggi non c’erano contrattazioni negli Stati Uniti.

Eppure in Asia e poi in Europa, come hanno scritto alcuni giornali, si è assistito a un black monday.

Durante la giornata l’indice DJ Euro Stoxx 50 € ha perso oltre il 7%. Hong Kong ha chiuso a -5.49% mentre il Nikkei ha corretto “solo” del 3.86%. Nei mercati emergenti, Cina e India hanno chiuso la giornata registrando rispettivamente -5.14% e -7.41%. La Russia ha perso il 7.38% e il Brasile il 6.60%.
Ormai è chiaro come i mercati stiano scontando (a torto o a ragione?) una recessione negli Stati Uniti e, soprattutto, un rallentamento a livello globale. Questo possibile periodo di crescita negativa porterà evidentemente a una contrazione degli utili, contrazione della quale non ci sono ancora stime attendibili.

Come si dice in questi casi, non siamo ancora out of the woods. Ma può anche darsi che il mercato stia esagerando: come si è già detto, che stia andando in overshooting.

Gli analisti non hanno ancora fattorizzato pienamente nei loro modelli l’eventualità di un rallentamento più marcato della congiuntura economica, una decelerazione della crescita che questa volta, a differenza del 2001, vede direttamente coinvolti i consumatori americani. I quali, come si può osservare dal grafico qui allegato (tratto dalla Federal Reserve Bank di St. Louis), sono diventati strutturalmente incapaci di risparmiare.
A questo proposito mi viene in mente una riflessione che si collega all’analisi della curva dei rendimenti. I risparmi, come insegnano ai corsi di macroeconomia di base, rappresentano la fonte principale di capitali per l’economia: in particolare, sono la contropartita degli investimenti. Il tasso d’interesse è il prezzo di risparmi/investimenti, ovvero del fattore capitale, e viene determinato sul mercato dal libero incontro tra domanda e offerta: se la prima eccede la seconda, il prezzo del bene deve aumentare, viceversa il prezzo deve diminuire. È la formulazione più semplice della teoria dell’equilibrio economico.

Ora, si è osservato come il tasso di risparmio negli Stati Uniti sia attualmente negativo. Questo significa che c’è un’offerta limitata di capitali da parte dei consumatori americani. Di conseguenza, se si ponesse l’irrealistica ipotesi di “economia chiusa”, ciò comporterebbe ceteris paribus un innalzamento del costo del capitale, ovvero un incremento del tasso d’interesse per le scadenze corrispondenti alla durata media degli investimenti che le imprese intraprenderebbero se avessero a disposizione tale capitale.

Allo stesso tempo, si ponga l’ipotesi di una Federal Reserve in procinto di intervenire sul costo del denaro (ovvero sulla parte a breve della curva), per implementare una politica monetaria espansiva.

Risultato: si osserverebbe un irripidimento marcato della curva dei rendimenti, con i tassi a breve che scenderebbero e quelli a lunga che salirebbero (fra l’altro, una delle condizioni migliori per gli istituti finanziari, che appunto si finanziano a breve e investono a lungo termine).

Eliminando l’ipotesi di “economia chiusa”, le considerazione sinora fatte possono contemplare l’inserimento della componente dei risparmi esteri, in massima parte di quelli asiatici e dei pasi produttori di petrolio, che Alan Greenspan era solito chiamare in causa per giustificare il suo conundrum e che Ben Bernanke ha analizzato per spiegare il saving glut. Secondo le loro riflessioni, i risparmi asiatici e quelli dei paesi produttori di petrolio (veicolati secondo loro attraverso le banche centrali di queste economie) hanno mantenuto bassi i tassi d’interesse sulla parte medio-lunga della curva, in quanto vera e propria offerta di capitale a caccia di rendimenti.

Ma se si ritiene che questo saving glut non si ridimensioni in tempi brevi, allora si ottiene non un irripidimento bensì un appiattimento della curva dei rendimenti (la condizione peggiore per gli istituti finanziari, che vedrebbero così compressi enormemente i propri margini d’interesse, a causa di uno spread ridotto tra tasso creditore e tasso debitore).

La conseguenza immediata è rappresentata da una contrazione dell’offerta di credito. Già il tasso di risparmio dei consumatori è basso, si aggiunga quindi una possibile ritrosia da parte delle banche di effettuare prestiti, ed ecco gli ingredienti principali per una crisi economica sulla falsa riga di quanto è successo in Giappone.

Non si dimentichi che sebbene i quotidiani e i giornali continuino a parlare di inflazione (che si ricordi, significa incremento generalizzato del livello dei prezzi nel tempo), ci sono alcune considerazioni che possono far pensare all’opposto: rallentamento della congiuntura economica, discesa dei prezzi nel mercato immobiliare, crollo delle quotazioni degli asset finanziari, correzione delle materie prime.

Probabilmente è troppo presto per iniziare a parlare di deflazione. La maggior parte dei commentatori sono più attenti al tema della stagflazione. Certamente, credo che un mutamento nel trend di risparmio negli Stati Uniti debba avere luogo. E questo non potrà essere portato avanti se non da una contrazione del credito offerto da parte delle banche.
P.s.: oggi ho acquistato qualche punto percentuale dell’ETF db x-trackers DJ EURO STOXX 50 Short, per scommettere su un ulteriore ribasso dei mercati. Inoltre, sono andato lungo di yen, facendo leva su una riduzione progressiva del fenomeno dei carry-trades.