Grecia e Cina: settimana intensa

Grecia e Cina: settimana intensa

La settimana che si è aperta oggi sarà caratterizzata da numerose discussioni e innumerevoli patemi, sia in Europa che nei mercati emergenti. Nel Vecchio Continente dovremo capire se le trattative sul Private Sector Involvement nella ristrutturazione del debito greco porteranno a un effettivo default di Atene (un funzionario di S&P’s citato da Bloomberg TV ritiene che la Grecia fallirà a breve) o a una risoluzione positivamente definitiva della questione. In Cina, la pubblicazione dei dati sull’economia reale conforteranno o meno gli analisti finanziari sulla capacità della politica pechinese di condurre in acque meno torbide un’imbarcazione così complessa domesticamente e ingombrante dal punto di vista geopolitico .

Relativamente al primo punto, se escludiamo l’ottima performance dei mercati azionari che – nonostante il downgrade di venerdì notte – si sono scrollati di dosso qualsiasi negatività, chiudendo la giornata con un bel segno più (Eurostoxx 50: +1.01%, BTP in restringimento di 2bps), i timori dei più scettici si concentrano sulla possibilità che mercoledì la discussione sul PSI greco riprenda per poi stallare nuovamente. Alcune fonti (http://tinyurl.com/78b3y5y) ritengono infatti che vi siano fondi hedge intenzionati a ostacolare a tutti i costi l’accordo, con l’obiettivo finale di innescare i contratti di Credit Default Swap, traendone profitto. La mia interpretazione è che alcuni speculatori abbiano comprato allo stesso tempo Titoli di Stato greci (a quotazioni distressed, fra l’altro aiutando alcune banche a scaricare questi asset dai propri bilanci) e CDS sullo stesso sottostante, arrivando poi al tavolo della trattativa potendo imporre una strategia che non rientra assolutamente nel quadro dei policymakers europei, influenzati – come molti altri market participants – da un perenne “optimism bias” (http://tinyurl.com/7ngp2xr) che non permette loro di vedere al di là del proprio naso: si legga ad esempio il commento a freddo della Merkel post-downgrade, la quale ha sottolineato nuovamente quanto sia importante proseguire nel percorso di austerità fiscale (!!!). Ritornando ai politici di Brussels, questi, nel migliore dei casi, vorrebbero che il 100% dei creditori partecipasse all’accordo; e in tempi utili rispetto alla scadenza di marzo, quando Atene dovrà restituire 14.5bn di nozionale. No way!

Se, passando brevemente al secondo punto odierno, posiamo il nostro sguardo sul Celeste Impero (per ripercorrerne velocemente la storia, consiglio questo bellissimo libro recentemente scritto da Kissinger: http://tinyurl.com/6oeklhu), domani leggeremo gli importantissimi dati sul PIL dell’ultimo trimestre del 2011, attesi in calo a +8.7% rispetto al +9.1% del 3Q. In linea di massima, se si confermassero queste aspettative, la crescita economica cinese si assesterebbe intorno a un decorosissimo +9.2% per l’intero anno. Ciononostante, come già menzionato in altre occasioni, Pechino si sta già muovendo per risolvere molti conflitti e sbilanci interni, tra cui ad esempio quello che permane tra zone rurali e aree costiere. L’anno scorso vi sono state numerose rivolte, alcune con picchi di migliaia di contadini in protesta ininterrotta per tre mesi affinché il governo bloccasse la confisca forzata di alcuni terreni: è solo una delle tante puntate dell’eterna lotta tra i ricchi commercianti delle coste e i poveri agricoltori della Cina centrale, un problema ricorrente nella storia cinese e che spesse volte ha causato non pochi problemi alla stabilità del Celeste Impero.

Tale questione non si risolverà certamente a breve, ma vedremo subito se le statistiche economiche sosterranno o meno un già depressissimo mercato azionario cinese.

2012 di transizione o di emergenza?

2012 di transizione o di emergenza?

Oggi in una sola giornata siamo stati sfiorati da tre elementi chiave per quest’anno. La Cina ha pubblicato i dati sull’inflazione (+4.1% nel mese di dicembre, il dato più basso degli ultimi 15 mesi) e la Banca Centrale Europea ha mantenuto i tassi inalterati all’1%, portando a casa un buon risultato soprattutto in termini di reputation, viste le due aste di Spagna e Italia. Madrid ha infatti piazzato quasi 10bn di Bonos (contro target di 5bn), con un tasso in netto calo (lo spread sul decennale stringe di 21bps) e una copertura tra l’1.7 e il 2.2x. Roma ha invece messo all’asta 12bn di BOT (target massimo) con un effetto straordinario sul differenziale: il tasso sul decennale prende fiato (siamo al 6.58%) e lo spread ha stretto di quasi 40bps a fine giornata. Davvero ottimo lavoro dei funzionari del Ministero del Tesoro, che sfruttano il contesto in relativo miglioramento per finanziarsi a breve piuttosto che cercare funding ai costi proibitivi sulla parte lunga della curva.

Se la normalizzazione sul fronte “inflazione cinese” è il primo degli elementi chiave per il 2012, il secondo è certamente collegato al miglioramento del funding in area euro, per lo meno sul fronte governativo (ma anche le banche respirano: Unicredit +13.5%, contro il FTSE MIB a +2% e il resto del mercato europeo “mostly flat” a +0.27%). Il terzo punto, però, è quello prettamente politico: si tratta purtroppo del caso Ungheria, citato anche da Draghi nella sua conferenza stampa. Chi l’altro giorno ha letto l’intervista di Mario Monti al Die Welt ricorderà certamente il riferimento al rischio “deriva populista” che potremmo osservare in area euro nel caso l’austerità forzata non sia accompagnata da aperture opposte – sul fronte intergovernativo e monetario – tali da bloccare qualsiasi risentimento nazionale verso il progetto europeo. L’Ungheria, che sta vivendo una transizione significativa dal punto di vista politico, rimane ancora sotto osservazione per il piano di salvataggio del 2008 ed è oggi sul banco degli “imputati” in Europa per le nuove leggi costituzionali entrate in vigore quest’anno, che gettano un’ombra sulle fondamenta democratiche del paese.

E non è insensato pensare – in anticipazione alla view geopolitica che sto sintetizzando – che stiamo ancora vivendo gli strascichi della crisi iniziata proprio nel 2008, che ci porterà inevitabilmente a una nuova configurazione politico-sociale. Il paragone più vicino che mi viene in mente è quello del triennio ’89-’91, quando l’impero sovietico è collassato, il miracolo economico giapponese è imploso, il trattato di Maastricht è stato firmato e il Partito Comunista Cinese ha confermato la sua dura leadership dopo gli eventi di piazza Tiananmen. Oggi, sull’onda di quanto accaduto negli ultimi 4 anni, abbiamo un’Unione Europea che sta ancora cercando una sua nuova identità, gli Stati Uniti che stanno spostando il proprio baricentro in termini di politica estera (creando opportunità in Medio Oriente per altri protagonisti/antagonisti) e la Cina che sta affrontando delle enormi criticità interne, che ne definiranno sicuramente il modello di sviluppo, almeno per il prossimo decennio.

La domanda legittima è ora: il 2012 sarà ancora un anno di transizione o potremo già osservare l’emergenza e la cristallizzazione di nuove dinamiche?

L’importanza della geopolitica

L’importanza della geopolitica

Ben trovati dopo questa breve pausa natalizia. Riprende la nostra analisi quotidiana dei mercati e del contesto geopolitico internazionale: quest’ultimo in particolare assumerà un’importanza ancora maggiore durante tutto il 2012, viste le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e in Russia, e considerato anche il cambio di leadership in Cina. Ovviamente, non possiamo sottovalutare quanto sta accadendo qui in Europa e quello che potrebbe avvenire nel vicino Medio Oriente (Siria e Iran sono gli hot-spots che inizieremo a monitorare con maggiore attenzione nelle prossime settimane). Come potete immaginare, sono tutti elementi che contribuiranno a mantenere i listini molto volatili e a rendere estremamente difficile qualsiasi lavoro di scelta su come allocare gli investimenti. Ma, per lo meno in ottica di “road-map”, possiamo così cercare di tenere a mente alcune delle “issues” che ci guideranno nel corso dell’anno.

Intanto, questo 2012 è iniziato con segno positivo per quasi tutte le piazze borsistiche (tralasciamo l’Italia, dove pesa Unicredit, -45.9% YTD). In euro, as of writing, l’S&P guadagna il 3.3%, il NASDAQ il 4.3%, il Brasile il 6.7% e il FTSE l’1.9%. Rimangono indietro, come accennavo, Milano (-4.56% da inizio anno) e l’area euro in generale (Eurostoxx 50: -1.3%). Sul fronte valutario finora c’è stata ulteriore debolezza dell’euro, che ha perso tra l’1% e l’1.8% contro la sterlina, il dollaro e lo yen. Gli spread sono rimasti sotto pressione per i periferici – con l’Italia a +527bps rispetto al Bund – mentre il “core” di Germania, Inghilterra e Stati Uniti ha beneficiato meno dell’interesse degli investitori, probabilmente più inclini a mettere qualche gettone in più sui risky-assets piuttosto che rimanere fuori dai giochi.

Tra le beta-play più legate agli aspetti di geopolitica vi è sicuramente la Russia, che da inizio anno sale del 3% (+5.5% in euro), dopo aver comunque perso oltre il 17% nel corso dell’anno scorso. Dopo i massimi di aprile, la borsa moscovita è scesa sino ai minimi di ottobre, recuperando poi sul finire d’anno parte della sottoperformance relativa. Nel corso dell’anno, i timori sulla crescita globale hanno spinto alcuni a scommettere su un deteriormento dello scenario anche sulle materie prime (e in particolare sul petrolio): essendo la Russia legata a doppio filo alle quotazioni del greggio, c’è stato un tentativo di anticipare uno storno mai concretizzatosi sui prezzi dell’energia attraverso uno short su Mosca (e la domanda è ora: tornerà l’equity russo a quotare in linea con il greggio, che invece ha sovraperformato il listino russo?). Inoltre, la politica domestica e le elezioni in particolare hanno non poco influenzato la già tenue propensione al rischio degli operatori, che hanno spesso utilizzato la Russia e il rublo come fonti di funding per incrementare la componente “cash” dei portafogli.

Per il 2012, credo che sia importante ricordare innanzitutto gli imperativi geopolitici russi. In primis, la necessità di mantenere un forte governo centrale e quindi un sistema economico sotto controllo. Storicamente, la Russia “imperiale” è stata sempre affaticata dalla necessità di allargare la sua sfera d’influenza per difendersi dalle minacce esterne (non ha confini difendibili) e di mantenere al contempo una coesione interna tra etnie estremamente eterogenee tra di loro (l’allargamento dell’impero moscovita ha, nel corso dei secoli, incluso popolazioni diversissime tra loro). Putin è consapevole di questo e credo che riuscirà a imporre un’agenda politica ancora più aggressiva in termini di “influenza geopolitica” russa nella cosiddetta Eurasia, ovvero la zona d’influenza russa (vale la pena rileggere http://www.reuters.com/article/2011/10/03/us-russia-putin-eurasian-idUSTRE7926ZD20111003). Questo porterà però a un rallentamento di alcune riforme (l’eccessiva libertà potrebbe infatti limitare la capacità della burocrazia centrale di gestire l’apparato economico-sociale russo) ma non per questo rappresenterà un aspetto negativo: anzi, la stabilità e il collante rappresentato da questa agenda potrà eliminare una parte dello sconto che tuttora pesa sulle quotazioni (e che dipende anche da goveranance poco trasparenti, corruzione diffusa e mancanza di politiche shareholders-friendly per gli azionisti esteri).

Quanto è accaduto nel 2008 in Georgia è stato certamente un’anticipazione di quanto continuerà ad accadere nel corso dei prossimi anni, appena Putin tornerà al seggio presidenziale. Non sarà quindi l’ultima volta che rifletteremo di geopolitica parlando della Matuška Rossija.

Spunti geopolitici

Spunti geopolitici

Ponte di fuoco quello appena trascorso. Sugli schermi di Bloomberg il BTP è stabile sopra il 6% e non accenna a rientrare, nonostante l’intervento della BCE e un rimbalzo delle borse (Eurostoxx 50 a +1.42%, S&P a +0.8% e FTSE MIB a +2.3%). L’Italia sta affrontando una congiuntura “sfidante”, con impatti negativi anche sulla fiducia delle imprese: oggi, il dato PMI sul settore manifatturiero (ovvero il sondaggio dei direttori degli acquisti) nel mese di ottobre ha registrato una flessione maggiore di quanto atteso dagli analisti (43.3 vs. 48.3 di settembre, dove il livello di 50 punti è “soglia” tra contrazione ed espansione). Questo significa che il rischio di contrazione del PIL nel quarto trimestre aumenta considerevolmente, dopo una crescita praticamente nulla durante il terzo. Avrete poi sentito dei rumours sul consiglio dei ministri straordinario di stasera, dove potrebbero essere implementate ulteriori misure (patrimoniale?) o dove potrebbe prendere forma l’ipotesi di individuare un primo ministro “tecnico” (Monti è molto quotato) per adottare le misure più draconiane dai risvolti elettorali negativi.

Intanto, in Grecia Papandreou ha giocato d’anticipo: la sua puntata è decisamente rischiosa, perché se riuscisse a passare il voto di fiducia di questa settimana, lanciare il referendum a dicembre e, alla fine, ottenere un endorsement dalla popolazione per continuare nelle misure di austerità fiscale, nulla potrebbe più ostacolarlo nell’implementazione delle stesse. Viceversa, se riuscisse ad arrivare al referendum e, di fatto, ricevere un voto di sfiducia in quel preciso istante, la Grecia si troverebbe nell’odiosa situazione di non poter ricevere più sostegno dalla Troika (che, a onore della cronaca, è lo stesso appellativo utilizzato da tre advisor bavaresi che nei primi anni dell’ottocento gestivano in nome del principe Otto l’allora neonato Regno di Grecia). E senza più sostegno, Atene sarebbe costretta al default (per l’ennesima volta nella sua storia). Ma, mentre prima la Grecia era importante per “contenere” il nemico russo – fosse esso impersonificato dagli zar o dai soviet – oggi la sua strategicità geopolitica è meno rilevante, soprattutto se si considera come l’Unione Europea sta evolvendo in questi ultimi anni.

Il costrutto europeo era infatti nato con un due obiettivi primari (ora dimenticati): difendersi dalla Russia sovietica e risorgere dagli orrori delle guerre mondiali basandosi su prosperità economica e non più su alleanze militari. In questo disegno, gli americani hanno ovviamente svolto un ruolo chiave, stimolando nei partner europei la propensione a trovare un compromesso basato sul libero scambio, con la speranza che commercio e ricchezza “sopprimessero” i nazionalismi che tanto avevano martoriato nella prima metà del secolo il nostro continente.

Il presupposto di questa “unione” è però la prosperità economica: nel momento in cui il ciclo economico devia dal percorso ottimale, entrano in gioco dinamiche differenti che sono accomunate da un unico fattore, il sacrificio. Ed è qui che sia i tedeschi che i greci non trovano un accordo. E, io direi pericolosamente, svestendo i panni di “europei”, i tedeschi ritornano a essere tedeschi e i greci ridivengono greci. Non ci sono imperativi morali o nazionalistici. Quando la prosperità sparisce, sparisce anche l’avversione al conflitto politico. E l’hanno rilevato lucidamente anche i cinesi, che forse con eccessivo pragmatismo hanno domandato al capo dell’EFSF: “ma se il parlamento tedesco ha votato di non aumentare le garanzie per il fondo salva-stati, perché mai dovrebbe convenire a noi investire nel vostro debito in questo momento?”. Attenzione poi alla Germania (totalmente riunificata e molto più forte) proiettata verso la Russia, con la quale potrebbe avere maggiori interessi in comune rispetto alla Francia o ai PIIGS…

Chiudo con un’altra annotazione geopolitica (proveniente da Israele), che vi quoto nella sua interezza: il giornale “Haaretz reported Nov. 2 that Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and Defense Minister Ehud Barak are attempting to gather a majority in the Cabinet in favor of military action against Iran, an unnamed Israeli official said. According to that source, opponents of an attack currently have a small advantage in the Cabinet. Netanyahu and Barak recently persuaded Foreign Minister Avigdor Lieberman to favor an attack.”

Si aprono nuovi scenari?