All’ombra serale delle Petronas Towers – che, grazie ai prodigi dell’illuminazione artificiale, quasi sembrano due astronavi pronte a decollare per gli spazi siderali – una volta di più mi sono reso conto di cosa sta mancando al Vecchio Continente e, più in generale, alla civiltà occidentale di questo inizio secolo.
Le due torri costruite dalla compagnia petrolifera malese a cavallo tra gli anni ’90 e i primi scorci del ventunesimo secolo sono davvero due navicelle spaziali puntate verso il cielo, oltre i confini di questa Terra. Sono la metafora silenziosa ma imponente dell’idea di un popolo (e della sua leadership) che ha una profonda consapevolezza di dove vuole arrivare, che ha coscienza delle ragioni della sua corsa all’industrializzazione, che ha ben presente il “perché” di ogni sua iniziativa. Le Petronas Towers non sono altro che una rappresentazione fattuale di quelle idee, così come i miliardi che entrano nelle casse dello stato malese – poi reinvestiti in infrastrutture e in programmi per innalzare il benessere della popolazione – non sono che gli strumenti concreti verso un futuro più prospero e sicuro per tutta la società malese.
Nell’area euro (ma vale il medesimo ragionamento anche per gli Stati Uniti o il Giappone…forse persino per il colosso cinese) prevale invece un senso d’angosciosa inadeguatezza: siamo cercando di affrontare una crisi epocale utilizzando strumenti e soluzioni che, forse, ci porteranno in una nuova fase geopolitica dai contorni ancora incerti e, certamente, non ancora idealizzati dalla nostra leadership europea. Si ha come la sensazione che, attraverso determinate procedure e politiche economiche, stiamo cercando di raggiungere un qualcosa che manca tuttavia di qualsiasi appeal.
Mancano, in sostanza, la spinta emozionale, la tensione ideale, il “perché” stiamo vivendo tutto questo.
I paesi asiatici (e la Malesia ne è solo un esempio a campione) hanno negli ultimi 15 anni mosso le proprie economie partendo da una profonda e collettiva consapevolezza culturale: l’idea di raggiungere livelli di benessere pari a quelli osservati nei paesi occidentali e, quindi, di dare alla popolazione l’opportunità di realizzare le proprie aspirazioni. Empowering people, si potrebbe dire. Nei paesi occidentali, invece, abbiamo perso la rotta. Non sappiamo più “veramente” perché stiamo imponendo sacrifici enormi ai paesi dei PIIGS, perché il core deve (potenzialmente) sostenere le perdite relative a obbligazioni contratte dai paesi periferici e perché questa Europa deve avere questa forma e queste politiche, questi attori e questa moneta, queste tensioni e…quali ideali?
Sulla strada ci siamo persi i “perché” fondamentali che stanno alla base di questa Europa. Abbiamo confuso – e, infine, perso totalmente – ruoli e funzioni degli attori coinvolti. Cosa ne sarà della Grecia una volta che uscirà dalla depressione in cui è caduta? Che posto occuperà la Spagna all’interno dello spazio economico comune? Quali istanze porteranno avanti Irlanda e Portogallo, e quali opportunità avrà da offrire l’Italia a chi domanderà “dove vi sta portando tutta questa austerità”?
La chiave di volta dell’intera crisi è riposta in una semplice domanda: “perché”?
E non è troppo tardi per volgere lo sguardo indietro e ritrovare finalmente un senso a tutta questa entropia…
(segue…)
















