Ritrovare il perché – parte prima

All’ombra serale delle Petronas Towers – che, grazie ai prodigi dell’illuminazione artificiale, quasi sembrano due astronavi pronte a decollare per gli spazi siderali – una volta di più mi sono reso conto di cosa sta mancando al Vecchio Continente e, più in generale, alla civiltà occidentale di questo inizio secolo.

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Le due torri costruite dalla compagnia petrolifera malese a cavallo tra gli anni ’90 e i primi scorci del ventunesimo secolo sono davvero due navicelle spaziali puntate verso il cielo, oltre i confini di questa Terra. Sono la metafora silenziosa ma imponente dell’idea di un popolo (e della sua leadership) che ha una profonda consapevolezza di dove vuole arrivare, che ha coscienza delle ragioni della sua corsa all’industrializzazione, che ha ben presente il “perché” di ogni sua iniziativa. Le Petronas Towers non sono altro che una rappresentazione fattuale di quelle idee, così come i miliardi che entrano nelle casse dello stato malese – poi reinvestiti in infrastrutture e in programmi per innalzare il benessere della popolazione – non sono che gli strumenti concreti verso un futuro più prospero e sicuro per tutta la società malese.

Nell’area euro (ma vale il medesimo ragionamento anche per gli Stati Uniti o il Giappone…forse persino per il colosso cinese) prevale invece un senso d’angosciosa inadeguatezza: siamo cercando di affrontare una crisi epocale utilizzando strumenti e soluzioni che, forse, ci porteranno in una nuova fase geopolitica dai contorni ancora incerti e, certamente, non ancora idealizzati dalla nostra leadership europea. Si ha come la sensazione che, attraverso determinate procedure e politiche economiche, stiamo cercando di raggiungere un qualcosa che manca tuttavia di qualsiasi appeal.

Mancano, in sostanza, la spinta emozionale, la tensione ideale, il “perché” stiamo vivendo tutto questo.

I paesi asiatici (e la Malesia ne è solo un esempio a campione) hanno negli ultimi 15 anni mosso le proprie economie partendo da una profonda e collettiva consapevolezza culturale: l’idea di raggiungere livelli di benessere pari a quelli osservati nei paesi occidentali e, quindi, di dare alla popolazione l’opportunità di realizzare le proprie aspirazioni. Empowering people, si potrebbe dire. Nei paesi occidentali, invece, abbiamo perso la rotta. Non sappiamo più “veramente” perché stiamo imponendo sacrifici enormi ai paesi dei PIIGS, perché il core deve (potenzialmente) sostenere le perdite relative a obbligazioni contratte dai paesi periferici e perché questa Europa deve avere questa forma e queste politiche, questi attori e questa moneta, queste tensioni e…quali ideali?

Sulla strada ci siamo persi i “perché” fondamentali che stanno alla base di questa Europa. Abbiamo confuso – e, infine, perso totalmente – ruoli e funzioni degli attori coinvolti. Cosa ne sarà della Grecia una volta che uscirà dalla depressione in cui è caduta? Che posto occuperà la Spagna all’interno dello spazio economico comune? Quali istanze porteranno avanti Irlanda e Portogallo, e quali opportunità avrà da offrire l’Italia a chi domanderà “dove vi sta portando tutta questa austerità”?

La chiave di volta dell’intera crisi è riposta in una semplice domanda: “perché”?

E non è troppo tardi per volgere lo sguardo indietro e ritrovare finalmente un senso a tutta questa entropia…

(segue…)

Pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei

Pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei

I risky assets stanno recuperando parte di quello che hanno perso durante la giornata di venerdì: ad Atene la votazione parlamentare di ieri notte è servita a qualcosa, nonostante che spaventino ancora le dinamiche di “strada” (more on this later). Benché i media siano dominati da questo tema, la crisi greca rimane probabilmente un capro espiatorio per giustificare la fatica del mercato in questi ultimi giorni. Non c’è convinzione né verso l’alto né verso il basso e vedo con difficoltà una rottura rialzista nel breve, anche se “the pain trade remains higher”. L’Eurostoxx 50 ha chiuso a +0.43%, seguito dall’S&P 500 che – as of writing – è a +0.40% e il Brasile che è a +1.89%, mentre l’Italia ha chiuso flattish.

Per quanto riguarda le nostre elucubrazioni quotidiane, vi riporto che tra venerdì e lunedì sono uscite alcune interessantissime analisi del Financial Times che vale la pena riprendere, perché racchiudono bene parte del pensiero che abbiamo sviluppato in questi mesi sul tema Grecia e su quello “Europa”. Stamattina l’editorialista Wolfgang Münchau ha esordito nel suo articolo richiamando l’attenzione sull’incompetenza della leadership europea (i nostri “pigmei” di qualche giorno fa). Quoto: “they lacked experience in managing financial crises. They did not even consult with policymakers in other parts of the world who had dealt with crises in previous decades. Armed with ignorance and arrogance, they ended up repeating everyone else’s mistakes. They thought they were clever when they came up with the idea of an expansionary fiscal contraction”. Touché. Münchau ricorda inoltre che, nonostante la votazione di ieri notte, il secondo pacchetto di salvataggio per Atene deve essere votato dai parlamenti nazionali (ad esempio, dal Bundestag): quindi, c’è sempre il rischio che il treno deragli prima di arrivare a destinazione. Aggiungo poi una mia valutazione a quanto scritto da Münchau: se prendiamo ad esempio il target di riduzione del debito sul PIL al 120% nel 2020 (obiettivo che fa parte del programma di salvataggio), questo è semplicemente un modo per “tutelare” l’Italia rispetto al proprio rapporto debito/PIL, perché di fatto non è sostenibile per noi né a maggior ragione per la Grecia. Dovrebbe scendere sotto il 60% per avere effetti positivi. Meglio quindi lasciarla fallire (la Grecia) e utilizzare le risorse europee per attivare un piano Marshall che aiuti il paese a ricostruire un’infrastruttura economica e sociale e garantisca alla nazione un futuro realisticamente raggiungibile.

Altra riflessione, stesso quotidiano. Quentin Peel – corrispondente dalla Germania per l’FT – ha partecipato a un convegno settimana scorsa al quale la Merkel si è prestata per gli introductory remarks, e il pensiero che ne è scaturito spiega in parte ciò che la nostra mente apparentemente “obnubilata” non ha saputo cogliere nel corso di questi mesi: la Merkel non vuole solo un’unione fiscale, un’austerità diffusa e una riduzione del peso dei debiti statali; il Primo Ministro tedesco vuole imprimere un’accelerazione al fenomeno politico che si chiama Europa e che, purtroppo, sinora è stato il dilettuoso rompicapo di una serie di raffinati “bricoleur”. Si tratta di quella “visione” (meglio dire forse, “una” delle visioni) di cui l’Unione ha bisogno, ma che certamente non è condivisa da tutti, in primis dalla Francia che non vuole assolutamente abbandonare la Quinta Repubblica. Se la Merkel vuole infatti trasferire “step-by-step” le competenze governative nazionali a Bruxelles, deve prima avere dalla sua parte le cosiddette constituencies, ovvero gli elettori.

E rimango quindi basito che Angela Merkel ritenga “giocabile” ora questa mano, in un contesto politico-sociale che sta evidenziando sempre di più uno scollamento strutturale tra la politica e la strada. Parafrasando l’ahinoi poco letto Massimo d’Azeglio, “pur troppo s’è fatta l’Europa, ma non si fanno gl’europei”. Che siano pragmatici i tedeschi, che seguano la realpolitik! Perché le molotov per le strade di Atene non sono mai da sottovalutare, nemmeno all’ennesimo anno di recessione.

La necessità può dare slancio alla politica

La necessità può dare slancio alla politica

Difficile fare “timing” sui mercati, ma ne parliamo da un po’ di giorni ormai: la volatilità implicita dei mercati era troppo bassa. Oggi, finalmente, vediamo uno strappo sul VIX e un po’ di debolezza across the board. Eurostoxx è a -1.4%, l’S&P 500 a -0.77% e il Brasile fa -1.7%. L’Italia allarga di 17bps, seguita dalla Spagna a +18.6bps. L’euro torna indietro rispetto alla media mobile a 100 giorni (intorno ai 1.333) e quota al momento 1.319. E sul fronte macro arrivano le prime delusioni: i dati sulle importazioni in Cina hanno deluso le aspettative (-15.3% vs. -3.6%) riaccendendo una spia d’attenzione sulla performance economica di Pechino, e negli Stati Uniti la fiducia dei consumatori, espressa dalla University of Michigan Confidence, è scesa nuovamente e in misura maggiore rispetto alle attese.

Sul fronte politico ieri si è persa un’altra occasione per andare avanti nella risoluzione della crisi (ed è forse uno degli spunti per la correzione di oggi). Ma, come ha scritto Henry Kissinger nel suo libro sulla Cina, “la necessità può dare slancio alla politica”: questo per dire che, forse, in Grecia o in Europa la paura di dover affrontare spettri peggiori porterà un po’ di buon senso ai vari partecipanti. Purtroppo, sempre Kissinger ricorda che la necessità “non indica per forza gli strumenti” per uno slancio, ovvero la politica potrebbe in buona fede prendere scelte sbagliate. Tra le tante notizie sul tema, poco fa mi è arrivato il lancio dell’agenzia Athens News che riporta – senza citare la fonte – che il primo ministro Lucas Papademos farà un rimpasto di governo a brevissimo. Lì in Grecia sono volate parole forti, soprattutto dopo la lavata di capo del solito incontentabile ministro delle finanze tedesco: ha risposto il suo alter-ego Venizelos che oggi ha sostanzialmente detto (quoto una traduzione dal greco) “this is a time of difficult decisions. We have to choose between difficult decisions and decisions even more difficult. We unfortunately have to choose between sacrifice and even greater sacrifices incomparably more dear. We have to choose between humiliation suffered by a country, one nation and proud history and even greater humiliation that would have to suffer if the illusion that we keep our pride and our dignity, lead to solutions that have a much larger social, economic and institutional cost. Cost for each citizen, for every family, every business. We spent longer the era of demagoguery, ease and hallucinations. Now we must make decisions”.

Parole confusamente inclini a farmi ritenere che la corda si stia per spezzare e che la situazione possa sfuggire velocemente di mano al controllo della politica. Altrettanto tesa è la corda di un altro scenario geopolitico, ovvero quello in Medio Oriente. Leggevo proprio oggi la recentissima analisi di Alistair Newton, ex-collaboratore di Tony Blair, diplomatico di carriera e ora analista politico da Nomura, che faceva emergere un calcolo politico molto interessante (e pericoloso). Di base, lo spunto viene da un articolo dell’Economist del 20 gennaio di quest’anno, nel quale il prestigioso settimanale ha scritto “the chances of Israel launching a unilateral strike against Iran this year may be rising”. Ebbene, se si considera che Netanyahu si sta già muovendo per anticipare una tornata elettorale che, in situazioni meno tese, sarebbe avvenuta a ottobre 2013, non è difficile concludere che la costruzione di un “core” strategico che supporti l’attacco all’Iran sia già iniziato. Mi spiego: Benji non potrebbe attacare l’Iran con l’attuale governo/maggioranza, perché gli effetti di tale mossa avrebbero ripercussioni militari/politiche che lo penalizzerebbero elettoralmente. Meglio quindi chiamare il popolo alle urne in anticipo e, con un nuovo assetto politico, sferrare l’attacco a Tehran. Ma c’è dell’altro: negli Stati Uniti le elezioni presidenziali sono un altro momento chiave per la strategia di Netanyahu: se le quotazioni del futuro candidato repubblicano lasciano intravedere una sconfitta per Obama, Israele potrebbe anche attendere ad attivare l’opzione militare (un presidente repubblicano potrebbe infatti essere “supportive” senza se e senza ma). Viceversa, se Obama fosse dato per vincente, l’attacco di Israele dovrebbe avvenire prima dell’elezioni americane: un Obama al secondo “term” avrebbe infatti la forza politica per opporsi a Netanyahu e per non supportare una strategia militare non condivisa.

Il 2012 rimane quindi un anno topico, nella speranza che veramente la “necessità” possa dare finalmente slancio alla politica.

I pigmei della politica

As of writing, l’Eurogruppo si sta riunendo a Bruxelles per discutere del caso Grecia: Jean-Claude Juncker ha detto che stasera non ci sarà alcuna decisione finale sul tema (delusione). A pranzo, invece, c’è stata la press conference a Francoforte con un Mario Draghi che ha ricordato i rischi al ribasso per la crescita economica dell’area euro, ma che ha al contempo detto ai giornalisti che i leader dei partiti greci hanno raggiunto un accordo (euforia). Quale che sia il risultato della discussione all’interno dell’Eurogruppo – e comunque considerando prospettive di crescita ottimistiche per la Grecia – Atene raggiungerà nel 2020 un rapporto debito su PIL del 120% (!!!). Quindi, nonostante gli sforzi sinora compiuti e l’ingente esborso di risorse da parte della collettività, rispetto a oggi la situazione sarà solo migliorata in termini relativi. È anche vero che probabilmente si riuscirà a evitare un “disorderly default” della Grecia anche per quest’anno, ma allo stesso modo – visti i risultati del primo pacchetto di salvataggio – rimangono molti dubbi sulla possibilità che il secondo “bail-out package” consegua migliori risultati. Un po’ anche per la mancata “catarsi” politica di cui si parlava qualche giorno fa: nonostante i vari proclami, il problema sarà l’execution, e nel caso di un’implementazione insufficiente delle richieste della Troika, la scelta per Atene sarà molto più “harsh”.

I mercati rimangono però ancora ben sostenuti, soprattutto perché se si elimina il problema “sovereign”, i fondamentali sono in continuo miglioramento. Il BTP stringe di 13bps e siamo al 5.45%, il Portogallo fa anch’esso bene (soprattutto rispetto a fine gennaio) con il tasso “solo” al 12.8%, la Cina ha chiuso flat nonostante dati d’inflazione peggiori delle attese, l’Eurostoxx ha segnato un altro guadagno (+0.37%) mentre gli Stati Uniti rimangono flattish (se si esclude una stellare Apple, a nuovi massimi storici). Noiosamente, i broker ripetono il mantra che abbiamo anche noi menzionato in questi giorni, ovvero che “the tape is tired and many would like to see a sell-off”: questo è vero, com’è vero che molti investitori conservativi sono stati “sucked in” da questo rally proprio all’inizio della settimana (e in seguito alle rotture tecniche importanti in area euro…quindi sperando che il rally continui senza sell-off), ma questo genere di condizioni possono durare molto a lungo. Meglio quindi non pensarci troppo e affrontare più la questione della “big picture” evitando di fare “timing” di mercato. Ovvero, non facciamo l’errore dei nostri politici.

Infatti, se si considerasse uno scenario più ampio – e prendendo a prestito quanto scrive uno strategist di SocGen – quello che vediamo oggi nell’arena politica è uno spettacolo per certi versi grottesco: “i pigmei che popolano le elite politiche e monetarie preferiscono genuflettersi di fronte alla corte suprema dell’opinione pubblica nel tentativo patetico di non esser messi sotto accusa per la loro dozzinale e imperdonabile incompetenza nella gestione di questa crisi”. Giudizio pesante, che probabilmente si rifletterà nelle varie tornate elettorali che vedremo quest’anno e l’anno prossimo.

Intanto, non avendo quasi altra scelta, le banche centrali continuano a inondare di liquidità il mercato: anche oggi la Bank of England ha aumentato di altri 50bn di sterline il proprio programma di acquisti di Gilts. A fine mese, poi, ci si attende un altro potente LTRO della BCE che rimetta in moto anche il “lending” dell’area euro. Ma essendo quest’ultimo sostanzialmente un “repo”, quali sono i rischi di mark-to-market, di margin call, di mancanza di collaterale da postare per ottenere prestiti? Ah, sì…ci si dimentica del fatto che ora si possono utilizzare anche i crediti bancari (mutui, unsecured claims alle PMI e prestiti alle società pubbliche) e che, sicuramente, la BCE rivedrà gli hair-cut in caso di downgrade di qualche paese.

I pigmei saranno piccoli, ma sono flessibili e non mancano certo di (pericolosa) creatività…

Pausa per i mercati

Pausa per i mercati

Il tema “Grecia” continua a essere utilizzato come capro espriatorio per giustificare qualsiasi movimento sul mercato: ad esempio ieri giravano news sulla possibilità che la Banca Centrale Europea potesse “concedere” qualcosa al PSI, mentre oggi è arrivata nel pomeriggio una smentita. Su questo punto, però, credo che alla fine prevarrà un calcolo politico più pragmatico, ovvero si cercheranno di spostare le obbligazioni greche “over-the-counter” dal bilancio della BCE a quello dell’EFSF, così da non avere problemi relativamente all’irrigidemento di Francoforte rispetto al PSI stesso (mentre con l’EFSF il problema non si dovrebbe porre).

In tema di flussi e di posizionamento, ho la percezione che il mercato sia più affannato oggi, con molti operatori in attesa di una correzione per allungare ulteriormente le posizioni rischiose, dato che il “pain-trade” rimane comunque verso l’alto. È un po’ il “feeling” generale, invece, che vi sia poca convinzione tra i grandi conti istituzionali, che hanno forse iniziato a coprire i corti solo nelle ultime due settimane: gli americani, infatti, pare che abbiano appena incominciato ad acquistare titoli bancari italiani. Quello che stiamo vivendo rimane un rally “liquidity driven” e, quindi, fintanto che tutte le banche centrali globali hanno i rubinetti aperti, è sciocco mettersi contro corrente. Ciò non toglie che su alcuni mercati, ormai, sia stato ampiamente scontato l’effetto delle Longer-Term-Refinancing-Operations della BCE, e che quindi a fine febbraio ci potrebbe essere un movimento opposto sul genere “sell the news”.

Tale operazione si accavallerà con le tempistiche molto strette del PSI. Facendo due conti, se la scadenza dei 14.4bn di debito greco è il 20 marzo, c’è bisogno di almeno una settimana abbondante per procedere al “settlement” dell’operazione di ristrutturazione, ipotizzando che vi sia piena partecipazione dei creditori (e avendo “liberato” preventivamente dal suo impasse anche la BCE). Nel caso invece si scoprisse tra oggi e domani che la partecipazione fosse bassa, il governo greco dovrebbe decidere entro questo venerdì se introdurre retroattivamente una sottospecie di CAC (Collective Action Clauses) per forzare la mano ai creditori, i quali però a loro volta dovrebbero avere il tempo di riunirsi con la necessaria maggioranza per stabilire cosa fare (un’altra settimana che se ne va). Arriviamo quindi al 17 febbraio, momento in cui si dovrebbe attivare anche una sorta di “contingecy plan” che limiti i danni di un possibile peggioramento del sentiment (=contagio, motivato anche dal “credit event” che potrebbe derivare dall’inserimento di queste clausole “CAC”). E il 29 febbraio è una data molto vicina per consentire alle banche di fare ulteriore cheap funding ed evitare per un altro po’ di tempo la volatilità del mercato.

C’è quindi ancora grande confusione, che in parte aiuta a “stoppare” il rally di mercato. Ma anche a livello politico non c’è chiarezza: le presidenziali francesi si avvicinano (primo turno il 22 aprile) e abbiamo assistito negli scorsi giorni a particolarissime quanto inusuali “cortesie” tra Merkel e Sarkozy: Angela ha fatto un’endorsement di Nicolas, proprio in un momento in cui si evidenziava ancora una volta la differenza di performance economica tra Francia (in deficit commerciale) e la Germania (in surplus). A un lettore domestico – come ha detto il socialista Hollande – sembrerebbe quasi che Sarkozy stia piacevolmente accettando il ruolo di “secondo” alla Merkel, con quest’ultima pericolosamente esposta su un tema che potrebbe crearle non poche difficoltà: che avverrebbe, ad esempio, se Sarkozy perdesse le elezioni contro Hollande? Con che faccia la Merkel potrebbe affrontare il nuovo Presidente francese? C’è forse qualcosa che è sfuggito alla nostra comprensione?

Russia vs. Stati Uniti

Russia vs. Stati Uniti

Come sapete, questo è un anno di “elezioni presidenziali”. Negli Stati Uniti le primarie repubblicane stanno procedendo intensamente, mentre in Russia la bagarre di piazza ha incuriosito molto gli osservatori internazionali, poiché potrebbe influenzare notevolmente il futuro politico di Vladimir Putin. In questo contesto le relazioni tra i due colossi sono proiettate verso nuove tensioni, in parte anche per via degli spunti che la campagna elettorale americana potrà fornire nei prossimi mesi (sull’onda della sorpresa di Reagan dopo Carter negli anni ’80). Certamente un punto fondamentale di questo “stand-off” deriva dal desiderio di Mosca di mantenere un’influenza concreta e indisturbata sui numerosi paesi satelliti nati dal crollo dell’Unione Sovietica – ambizione di cui abbiamo discusso più volte in questi aggiornamenti. Gli Stati Uniti, a causa del loro focus nei paesi arabi, hanno però da recuperare un deficit di attenzione verso Mosca, che nel frattempo ne ha approfittato per rafforzarsi considerevolmente (ricordate il caso Georgia?). A nulla sono valse le proposte di allargamento NATO a quest’ultima e all’Ucraina: l’Eurasia non è il focus di Washington da molti anni, e non vi sono molte leve da esercitare.

Ne abbiamo parlato il 9 gennaio di quest’anno, quando raccontavamo della Russia “imperiale” come di una nazione che “è stata sempre affaticata dalla necessità di allargare la sua sfera d’influenza per difendersi dalle minacce esterne (non ha confini difendibili) e di mantenere al contempo una coesione interna tra etnie estremamente eterogenee tra di loro (l’allargamento dell’impero moscovita ha, nel corso dei secoli, incluso popolazioni diversissime tra loro). Putin è consapevole di questo e credo che riuscirà a imporre un’agenda politica ancora più aggressiva in termini di “influenza geopolitica” russa nella cosiddetta Eurasia, ovvero la zona d’influenza russa”. Mosca ha cercato di contestare ripetutamente i tentativi degli Stati Uniti di riposizionarsi in Europa Centrale in ottica di “contenimento” (anche se, tra i tanti esempi di attrito, il sistema balistico americano è ufficialmente stato progettato per contrastare minacce dal Medio Oriente), tanto da arrivare a posizionare propri missili ai confini con i suoi ex-satelliti in Europa. Se poi ricordiamo l’incidente avvenuto ai bordi tra Pakistan e Afghanistan alla fine dell’anno scorso (un elicottero americano che ha sbagliato totalmente bersaglio), non è difficile pensare all’ulteriore “punto” segnato dai russi, visto che l’alternativa all’approvigionamento delle truppe in Afghanistan tramite il Pakistan potrebbe avvenire proprio tramite la Russia.

Poi, d’improvviso, gli Stati Uniti si sono ritrovati nuovamente in vantaggio: le proteste di strada degli ultimi mesi lasciano intendere che il controllo del potere del clan Putin è assai più lasco: addirittura il clan stesso è diviso tra falchi e colombe, tanto che – seppur non escludendo una vittoria schiacciante dell’attuale primo ministro – il nuovo Presidente avrà certamente difficoltà a gestire l’apparato burocratico con la stessa efficacia del suo primo “term”. Per questo, lo scacchiere geopolitico si è rinnovato con nuove mosse (ad esempio, il probabile finanziamento dei gruppi di protesta su foraggiamento statunitense), che potrebbero ulteriormente accelerare lo “stand-off” in autunno quando sapremo chi è il nuovo Presidente degli Stati Uniti.

Per il momento, il mercato non vuole dare eccessivo peso a queste considerazioni: la Russia è uno dei best performers tra i mercati emergenti. Ma, certamente, lo sconto importante che il listino azionario mantiene rispetto ai suoi peers deriva anche da questa persistente incertezza di relazioni. Se dovessimo segnalare un altro check-point critico per riverificare la situazione, potremmo indicare il prossimo meeting NATO-Russia, che si terrà a Chicago a maggio. Keep an eye on triggers for escalation…

Il ruolo della Germania

Il ruolo della Germania

Molti di voi l’hanno già capito ed espresso più volte: questa crisi in area euro non è più della Grecia, dell’Italia o della Spagna, bensì si sta sempre più delineando come una questione sulla Germania e sul suo ruolo all’interno dell’Unione Europea. Berlino ha bisogno di una zona di libero scambio in Europa. Berlino ha bisogno di una domanda forte in Europa. Berlino ha bisogno che vi sia coesione attorno alla sua “dottrina” fiscale. Ma, purtroppo, quello che si sta osservando è un incremento dei sentimenti negativi verso la Bundesrepublik Deutschland. E, verrebbe da dire, chi è causa del suo mal, pianga se stesso.

La Merkel (protégé di Kohl) si è dimostrata un’abilissima politica, per lo meno a livello domestico: attraverso un attento “framing”, Angela ha convinto l’elettorato tedesco che la colpa della crisi è tutta di Atene e dei cittadini greci, mentre il modello tedesco è vincente e dovrebbe essere assunto a paradigma per la gestione fiscale in Europa. È riuscita ad avere con sé l’opinione pubblica. Peccato che lo stesso Helmut Kohl, in una rara intervista, abbia dichiarato che è il momento di dire la verità alla popolazione, spiegare che è necessario affiancare la Grecia in tutto e per tutto, e finalmente arrivare a tracciare una linea per chiudere la crisi. Qual è l’incentivo per i tedeschi? È quello di non cadere in una depressione autoinflitta, per aver causato deliberatamente il crollo della domanda in Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Irlanda. È quello di recuperare in credibilità, soprattutto nei confronti di chi vede ancora la Germania come un incubo storico, uno spettro che ancora oggi osa mettere in discussione addirittura la sovranità nazionale e l’indipendenza degli Stati. Perché è qui il paradosso: l’elettorato greco ha deliberatamente scelto di sostenere l’entrata nell’Unione Monetaria Europea, procedendo quindi a un “out-sourcing” rilevantissimo, ovvero quello della politica monetaria. Ora, con la richiesta tedesca di attivare una procedura simile a quella del mondo corporate, l’Unione Europea sembra voler mettere in discussione anche quel poco di “sovrano” che è rimasto al governo greco e al suo parlamento. Ed è questo il punto di svolta.

Finora si è discusso del cosiddetto PSI, ovvero del Private Sector Involvement nella ristrutturazione del debito greco, con annesse le ben note condizioni draconiane sull’economia e sulla spesa pubblica di Atene (e per inciso, non dimentichiamoci che tale spesa pubblica è anche figlia del nostro sistema democratico occidentale, dove l’elettorato è un “bambino” capriccioso che la politica vizia per ammansirlo). Oggi invece si parla della figura di un “Commissioner”, una proposta che getta benzina sul fuoco: di fronte alla scelta di cedere forzatamente la propria sovranità fiscale – e quindi perdere enormi consensi elettorali, con il rischio di sfaldare la società civile – o di dichiarare bancarotta – e quindi perdere l’accesso al mercato, mantenendo però la dignità e l’orgoglio nazionale – voi cosa scegliereste? Considerate anche che tornare alla propria valuta (conseguenza del default) significherebbe aumentare la propria sovranità.

Il paradosso, noto a Kohl ma anche a noi sui mercati, è che la Germania è stata motore e beneficiaria del fenomeno “euro”, chiudendo un occhio moltissime volte per agevolare le proprie esportazioni. Non ha una domanda interna sufficientemente forte per sostituire quella dei paesi periferici. E non è detto che la sua strategia di “partnenariato” con la Russia (e allontanandosi dagli Stati Uniti) possa consegnarle i risultati attesi.

Kohl era uno statista, capace di unire le due Germanie e di riallacciare i rapporti con i vicini francesi. Come ha detto recentemente, “If I had reacted to Germany’s reunification with that much despondence as is the case for Greece, then it would never have happened”. Temo che all’appello oggi manchino persone della sua “stazza”.

Italia: il re è nudo?

Italia: il re è nudo?

Oggi vorrei riflettere nuovamente sulle difficili prospettive del nostro Paese. Il passato ci è testimone, con l’economia italiana che negli ultimi 15 trimestri si è contratta per ben otto, riportando – dopo la Grande Recessione del 2008-2009 – il PIL ai livelli del 2005. Se si escludono i numerosi accadimenti esterni che hanno colpito l’economia globale, l’avventura dell’Unione Monetaria Europea non ha ripagato l’Italia degli sforzi compiuti: soprattutto oggi, il non poter aggiustare il valore della valuta nazionale pesa sull’impossibilità di bilanciare la perdita di competitività della nostra struttura produttiva “as a whole”. Come ci hanno spiegato bene da Berlino, questo significa che per ritrovare smalto dobbiamo percorrere una valle di lacrime e sangue: la cosiddetta “internal devaluation”.

Il problema è che se misuriamo la media mobile del tasso di crescita degli ultimi 10 anni, fino al 2010 il nostro Paese ha registrato un magro +0.28% per annum. Se ipotizziamo un tasso di crescita dello 0.5% per il 2011 e una recessione dell’1% per quest’anno, arriviamo velocemente a scoprire che la nostra economia, in media, si è contratta ogni anno dell’ultima “gloriosa” decade. La traiettoria, in definitiva, è stata costantemente al ribasso. E ce lo diciamo ogni giorno, sui giornali e sui report degli analisti: una delle ragioni di tale disfatta la ritroviamo nella perdita di competitività causata da tassi d’inflazione medi – nel lungo periodo – più elevati che nel resto dell’area euro (pensate soltanto alla differenza tra il costo del lavoro da noi e in Germania). Ma l’altro problema – che in questo caso ci accomuna alla Germania e al Giappone – è l’impatto della “demografia”: stiamo invecchiando, spendiamo poco e non siamo in grado di dare una rinfrescata al nostro modello di “business”.

Ci sono poi alcuni – ma io sono in netto disaccordo – che ritengono che questa anemia italiana sia causata in larga parte dal peso strozzante del nostro debito pubblico, di quel famigerato 120% di stock su PIL. In effetti, pagare questo debito e i suoi interessi ha assorbito molto dello scarso “reddito” pubblico degli ultimi anni. Ma, di nuovo, se ci confrontiamo a paesi come il Giappone, scopriamo che un paese può arrivare ad avere il 200% del debito su PIL, e riuscire al contempo a mantenere una buona traiettoria di crescita grazie alla competitività e alla dinamicità del settore delle esportazioni, che aiuta ad avere una bilancia commerciale positiva e un surplus di partite correnti, i quali a loro volta attirano investimenti, sostengono la crescita e finanziano il debito. Noi, invece, registriamo la situazione opposta, con deficit commerciali in deterioramento continuo negli ultimi anni (salvo vedere qualche “recupero” quando le importazioni calano nel momento in cui il PIL si contrae, come sta accadendo dalla metà del 2011 a causa del calo nella spesa pubblica…che timing!).

Dicevo prima che l’avventura europea non ha ripagato l’Italia anche perché la nostra economia non ha assolutamente partecipato al boom dei consumi e del mercato immobiliare osservato in altri paesi (ad esempio la Spagna): di fatto, le vendite al dettaglio e la spesa per costruzioni sono in calo costante da diversi anni. Ed è deprimente vedere grafici in cui tutte queste variabili, associate anche all’invecchiamento della popolazione e al deterioramento delle partite correnti, hanno di fatto provocato – come unica reazione – l’aumento della spesa pubblica per sostenere il PIL. In prospettiva, il vero problema è che ora l’Unione Europea (ooops, volevo dire la Germania…) sta costringendo tutti a ristrutturarsi per non avere deficit di bilancio: questo comporta che, se non riusciamo a recuperare competitività con l’estero e a segnare importanti surplus di partite correnti, la nostra economia continuerà a contrarsi in termini reali (danneggiando ulteriormente la dinamica debito/PIL).

Ora, la sfida è “entusiasmante”, per chi ha coraggio: dobbiamo virare la rotta di un declino ormai trentennale, attraverso riforme strutturali che devono restituirci competitività (investiamo in “tradeable goods industries”), efficientare la spesa pubblica (chiamiamo un consulente?) e, come ultimo step, ridurre lo stock di debito (facciamo come in Cile, attraverso un debt-to-equity swap).

Si tratta di una sterzata che nessuno è mai stato in grado di fare, se escludiamo ovviamente i casi non altrettanto entusiasmanti di default e di colossali svalutazioni.

Ma il re è ormai nudo…saremo in grado di rivestirlo?

Dov’è il punto d’appoggio per l’Europa?

Dov’è il punto d’appoggio per l’Europa?

Oggi mi permetto di prendere a prestito quanto ha scritto sul Financial Times odierno il governatore della Bank of Greece, il quale a sua volta cita Archimede: “datemi un punto d’appoggio e solleverò la Terra”. Ora, non solo in Grecia ma anche nel resto d’Europa manca esattamente questo punto d’appoggio, un “fondamento” sul quale basare l’Europa del domani. Già il 9 novembre scorso, infatti, menzionavo Jacques Derrida e la sua visione di un’Unione sempre “in costituzione” piuttosto che di una federazione di Stati tenuta insieme da trattati inviolabili e di per se stessi in ritardo coi tempi. Ora, l’eccessivo zelo sui temi di austerità fiscale e l’incongruente gestione della crisi dei paesi insolventi sta rischiando di trascinare la situazione oltre i limiti della sensatezza.

Cerco di spiegarmi con un esempio tratto da un passato non troppo lontano. Nel 2002 l’Uruguay ha avuto la sua corsa agli sportelli bancari e il Paese si è conseguentemente trovato nell’impossibilità di pagare i conti. Contrariamente all’Argentina, che ha subìto anni di malagestione e di scelte d’economia politica errate, Montevideo ha adottato un approccio più pragmatico e si è accordata con i creditori per ripagare l’80% del dovuto, estendendo le scadenze del debito outstanding. Dopo cinque mesi dalla ristrutturazione, l’Uruguay era di nuovo sul mercato, mentre l’Argentina si sta ancora oggi affidando alla propria banca centrale e ai fondi pensione per sostenere la spesa pubblica corrente. Questo per dire che la gestione del “tempo” in queste crisi è di importanza cruciale, dato che la veloce realizzazione da parte dei policy-makers che una nazione è strutturalmente zoppa aiuta a risparmiare il denaro dei creditori (e dei contribuenti) nelle necessarie operazioni di ristrutturazione. Difficile ora stupirsi che S&P’s dichiari che qualsiasi negoziazione sul debito greco porterà inevitabilmente a un nuovo “stato delle cose” etichettabile come “default” dall’agenzia di rating.

Ma che altra soluzione si prospettava? Quella greca è un’economia che ha sempre deficitato strutturalmente di alcune leve: oggi, in particolare, non ha la possibilità di svalutare, perché è all’interno dell’Unione Monetaria Europea. Inoltre, non può nemmeno pensare di imporre una svalutazione interna per un periodo di tempo prolungato: non ci sono più i Colonnelli e non è l’Italia della fine degli anni ’20, quando Mussolini – insieme al ministro Volpi – fu in grado di tagliare i salari del 20% anche attraverso politiche non prettamente democratiche. È ovvio che Atene prima o poi dovrà fallire su tutto o parte del suo debito. Quello che rimane meno ovvio è lo spirito di questa Unione, dove un vero “statista” avrebbe forse anticipato gli eventi di questi ultimi due anni e avrebbe schiacciato il pedale sull’acceleratore dell’integrazione fiscale e della politica economica comune. A questo proposito, infatti, non ho ancora capito bene quale sarà il ruolo strategico, economico e geopolitico della Grecia – una volta fallita – in un’Europa ancora con le calze rotte.

E anche per l’Italia rimane valido il discorso che si fece qualche mese fa: è prioritario risolvere il problema dei flussi (spesa pubblica da efficientare, maggiore produttività e spostamento a settori produttivi di forza lavoro oggi impiegata in comparti improduttivi), anche attraverso il recupero della competitività perduta (avere Draghi alla BCE potrebbe essere un “atout”). Poi, una volta assicurati un avanzo fiscale e una bilancia commerciale positiva, si può anche pensare alla riduzione una tantum del debito in ottica di mercato: ad esempio, cogliendo l’opportunità di privatizzare a migliori condizioni, sfruttando il modello “debt-to-equity swap” per massimizzare la riduzione dello stock.

A quel punto, parafrasando Archimede, anche l’Italia potrebbe fare finalmente leva sulle proprie migliori potenzialità.

L’impasse persiano

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Pare che Albert Einstein una volta abbia affermato: “non mi preoccupo mai del futuro, arriva sempre abbastanza presto”. Noi invece dobbiamo preoccuparci, perché il “come” ci posizioniamo per questo futuro (che “arriva presto”) è determinante per la nostra bottom-line, la nostra carriera e il nostro futuro. Allo stesso tempo rimane un esercizio estremamente difficile scegliere tra un’ottica “tattica” e una “strategica”, sebbene sia confortante scoprire che un guru come Barton Biggs (http://tinyurl.com/88efn88) sia anch’egli combattuto su come posizionarsi per il 2012: “I’m terrified I’m not long enough if we’re going to have a strong rally here, which we could. […] At the same time […] I’m terrified I’m too long if the apocalypse is coming in Europe”, ha detto oggi su Bloomberg TV.

Nelle scorse sedute abbiamo di volta in volta registrato la cronaca dei mercati, che anche oggi proseguono nel loro cammino positivo (Eurostoxx +0.6%, FTSE MIB +1.7%, ma S&P e Brasile entrambi a -0.25%). Anche lo spread del BTP sul Bund continua a stringeresi (-18.5bps), con il tasso decennale vicinissimo a tornare sotto il 6%. Ma commentando una notizia odierna (ovvero, che l’Unione Europea ha bandito le importazioni di petrolio iraniano), credo sia opportuno rifocalizzare l’attenzione sulle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e, in particolare, sui rapporti tra Stati Uniti e Iran. Riprendendo anche alcune analisi di Stratfor, l’innalzamento delle tensioni nel Golfo Persico non rappresenta una novità inattesa: il ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq ha creato un vuoto di potere a Baghdad che Teheran non ha mai nascosto di voler colmare, cogliendo così l’opportunità di rendere maggiormente sicuri i propri confini occidentali. In caso di successo – e supponendo che in Siria Assad rimanga al potere – il risultato di questa mossa sarebbe ben più significativo, poiché la sfera d’influenza “persiana” partirebbe dall’Afghanistan fino ad arrivare al Mar Mediterraneo.

Naturalmente, questo smottamento geopolitico va a infastidire non solo gli Stati Uniti, ma anche i paesi della penisola araba, poiché ridefinisce anche lo scenario in termini di “chi sfrutta le risorse petrolifere dell’area”. A prescindere dalle valutazioni militari (gli americani sono potenti, ma hanno problemi in casa, e l’Iran sarebbe comunque ingestibile anche attraverso una campagna area), il tema che ci interessa è che la partita a scacchi tra Washington e Teheran rischia di portare a radicalizzazioni pericolose per la stabilità politica dell’area, con impatti significativi sulle quotazioni petrolifere e, a cascata, sulla crescita economica globale. Nella fattispecie, il rischio è di “miscalculation” da una parte e dall’altra, ovvero che un bluff (“blocchiamo lo stretto di Hormuz”) o una misura eccessivamete restrittiva (“blocco delle importazioni dall’Iran”) vengano male interpretate e portino quindi ad azioni radicali più gravose per la comunità internazionale.

E il problema alla base è che nessuno dei due giocatori a questa partita si può permettere né di avvicinarsi all’altro e dichiarare “pari patta” né di alzare la posta e giocarsi il tutto per tutto, poiché le conseguenze sarebbero politicamente ingestibili per entrambi. Di conseguenza, temo che il futuro delle quotazioni petrolifere continuerà a essere preoccupato e influenzato da questo impasse geopolitico.