Quello di oggi è un aggiornamento piuttosto lungo (e me ne scuso), ma cerca di riassumere alcune riflessioni già fatte in passato condensando in pochi paragrafi una rozza analisi comparata tra la Grande Depressione e la crisi attuale, le cui similarità – come leggerete – sono davvero notevoli (e per inciso, quella odierna è “consanguinea” – piuttosto che figlia – della crisi americana dei sub-prime, la quale è stata risolta in altri modi). In vista dei summit del 28 e 29 giugno, spero possa aiutare anche a meglio “interpretare” quanto ne uscirà.
Partendo da molto lontano, è utile ricordare che nel 1929 il mondo occidentale aveva ancora le colonie, che a seconda dei casi giocavano il ruolo di mercato di sbocco o di approvvigionamento. In realtà, la stessa Prima Guerra Mondiale – figlia di una Germania in espansione – fu in parte causata dalla saturazione di questi mercati, da alcuni blocchi commerciali e da un intensificarsi delle tensioni protezionistiche tra le nazioni di allora. In realtà, la Grande Guerra posticipò una crisi economica strutturale, fornendo ossigeno (attraverso l’indotto della domanda “bellica”) per qualche anno ancora. Ma il mondo coloniale era arrivato a un limite di assorbimento: mancavano i mercati di sbocco. Oggi, potremmo dire che manca il PIL per pagare il capitale e gli interessi relativi al debito globale, privato o pubblico che sia.
Negli Stati Uniti, in particolare, gli avanzamenti tecnologici (soprattutto l’elettrificazione dei processi industriali) avevano consentito di raggiungere nuovi livelli di produttività nel comparto manifatturiero, il quale a sua volta poteva permettersi di registrare profitti record (e quindi pagare ottimi dividendi) in un contesto del mercato del lavoro tuttavia stagnante. Infatti, all’aumento di produttività non era corrisposto un aumento dei salari: e quindi, mancava la fonte di domanda per consumare beni e servizi (grande similarità con quanto è accaduto negli Stati Uniti negli ultimi 10-15 anni). Poi, si ripeteva un problema già visto anche nell’Ottocento: in un contesto commerciale internazionale vivo e vivace, una nazione che iniziasse a esportare beni a più basso costo rappresentava un problema per le altre nazioni. Quindi, sulla fine del secolo, era diventato molto frequente l’avvio di politiche protezionistiche per proteggere le economie domestiche.
Comunque sia, la sensazione che dopo la guerra l’economia americana stesse correndo a grande velocità portò molti risparmiatori a iniziare a investire sulla borsa valori. La deregulation del sistema bancario agevolò sicuramente questo processo, dato che – insieme a un costo del denaro molto basso – permetteva di operare sul mercato attraverso il margining. La bolla speculativa che ne derivò era anche figlia di un assurdo concetto dell’epoca, ovvero che in borsa si potesse scommettere per vincere, invece che investire per partecipare alla crescita armoniosa dell’economia reale. Inoltre, la struttura societaria di molte imprese di allora vedeva holding che si facevano pagare dividendi dalle controllate per pagare a loro volta obbligazioni che queste stesse holding emettevano per acquistare società o giocare in borsa. Era un circolo pericolosamente vizioso.
C’è anche un altro elemento da considerare: gli Stati Uniti, come vincitori della Grande Guerra insieme agli Alleati, avevano imposto alla Germania delle onerose riparazioni di guerra e avevano altresì prestato ingenti somme di denaro ai vincitori (Francia e Inghilterra). Il circolo vizioso che li legò sin dall’inizio fu che – in estrema sintesi e semplificando molto – la Germania riceveva dei finanziamenti dagli Stati Uniti (i quali si rendevano conto che Berlino non ce l’avrebbe fatta da sola a recuperare i livelli di PIL pre-bellici), che poi venivano utilizzati per pagare Francia e Inghilterra, le quali a loro volta pagavano gli Stati Uniti. Questo vincolo tra le parti iniziò a vacillare nell’istante esatto in cui ci fu lo scoppio della bolla speculativa negli Stati Uniti, dato che da quel momento in avanti gli Stati Uniti non poterono più esportare capitali all’estero.
La crisi del ’29 ci fu anche perché le banche (e i consumatori) avevano esteso oltre i limiti il sistema creditizio, che era effettivamente in bolla. Quando il mercato iniziò a capire che la politica del Presidente Hoover relativamente ai dazi doganali avrebbe alla fine danneggiato l’economia americana, il movimento di vendita ebbe inizio. Ed essendo un mercato sostanzialmente a leva, l’effetto del crollo fu più che amplificato, con effetti di sfiducia anche sull’economia reale, downsizing dell’attività produttiva e aumento ulteriore della disoccupazione. Senza considerare che le tariffe sugli scambi con l’estero – sebbene create per proteggere il mercato domestico e il comparto manifatturiero – bloccarono totalmente il commercio internazionale, di fatto esportando globalmente la recessione americana.
Ma con la crisi del ’29 e l’arresto dell’economia americana, arrivò anche il blocco dei flussi di capitali verso l’estero, che provocò un rallentamento ulteriore della crescita in Germania e nel resto d’Europa, che – come ovvio – reagirono cercando di proteggere i propri stakeholder attivando altri “muri” doganali, danneggiando ancora di più il commercio internazionale e minando la fiducia complessiva degli imprenditori e delle famiglie.
Tuttavia, l’evento fatale che ha propagato e intensificato un crollo della produzione globale che, almeno fino a quel momento, poteva leggersi come una recessione particolarmente pesante, fu il fallimento della banca viennese Creditanstalt: letteralmente utilizzata per gestire e proteggere gli interessi austro-ungarici nell’impero nel corso dei decenni precedenti, negli anni post-bellici è stata riempita di asset tossici o di dubbio valore, tanto che nel 1931 un dirigente della banca stessa si rifiutò di firmare i bilanci, causando una revisione di tutti gli impieghi, una loro svalutazione e, quindi, una richiesta d’aiuti allo Stato. In realtà, la Banca Centrale Austriaca già da anni stava coprendo e aiutando il Creditanstalt: ora, però, mancavano i denari necessari per evitare un fallimento vero e proprio dell’istituto. E qui, arriviamo alle similarità evidenti con la nostra crisi.
Per salvare la banca austriaca, si cercò a lungo e con poco successo di organizzare un prestito internazionale (ritornano in mente la Grecia, i PIIGS in generale e le banche spagnole, vero?), con l’obiettivo di contenere la crisi ed evitare un allargamento del problema ad altri centri finanziari. Come oggi, anche allora le stime furono troppo ottimiste e si dovette arrivare anche alla formulazione di una seconda ipotesi di salvataggio, che tuttavia fallì soprattutto a causa della reticenza di Parigi (oggi, sarebbe Berlino…), ma più in generale perché mancava una potenza leader ed egemone che avesse il potere e la volontà di imporre una soluzione veloce al problema. È surreale, ma si facevano anche allora gli stessi ragionamenti di oggi (salvo che a farli era la Francia, ricchissima di riserve auree, e non la Germania).
Di fatto, il crollo del Creditanstalt portò a un intensificarsi del deleveraging che già si stava osservando nel resto del mondo. Depositi in fuga e impieghi in riduzione: questo fu un fenomeno che distrusse fondamentalmente il sistema monetario internazionale del tempo, ancorato a un regime aurifero che era, tuttavia, disancorato dalla realtà. Non potendo espandere la base monetaria senza limiti, così da fornire liquidità alle banche in difficoltà (questo era il limite del gold standard), la conseguenza è stata di maggiore panico e maggiore tensione, dato che non c’era nessun lender of last resort in grado di rispondere alla domanda di liquidità-collaterale-safe assets. Questi tre elementi sono gli stessi che troviamo oggi in un’Unione Monetaria Europea bloccata internamente in un regime di cambi fissi, dove ci sono una carenza strutturale di collaterali di qualità da poter utilizzare nelle operazioni di rifinanziamento e una riduzione costante del pool di investimenti non rischiosi, che hanno un ruolo di simil-cash in situazioni vicine alla nostra.
Se negli anni ’20-’30 pesavano le riparazioni di guerra, oggi pesano i sistemi di welfare dei paesi occidentali: bisogna comunque pagarli, ma non si sa come affrontare la questione. Allora si generano debiti, che a loro volta si traducono in crediti non soddisfatti e il ciclo si conclude con un clearing del mercato a nuovi livelli più bassi (o più “depressi”). Come accennavo all’inizio, oggi nel mondo non c’è una generazione di PIL a sufficienza per pagare tutto il nostro debito. Quindi, o si trovano altre leve (maggiore produttività, nuovi mercati di sbocco) o ci si avvicina pericolosamente a un nuovo reset. Alla fine, l’origine della nostra crisi si innesta in un più ampio contesto di excess leverage nel sistema occidentale, costretto oltretutto in un regime di cambio inflessibile (com’è effettivamente l’euro, se visto dall’ottica nazionale dei componenti l’Unione Monetaria Europea). Non c’è un lender of last resort, non c’è una gestione federale della fiscalità statale, non ci sono meccanismi di ribilanciamento degli squilibri macroeconomici interni, non c’è una reale mobilità del fattore lavoro (mentre invece c’è una mobilità totale del fattore capitale, che può “scappare” in porti sicuri). Insomma, è un’Unione in surplus di “zoppìa”.
Gli Stati Uniti hanno rischiato di vivere qualcosa di simile alla nostra crisi nel 2008: ma, a quell’epoca, hanno avuto la possibilità, la volontà e la fortuna di compiere i passi giusti: TARP, TALF e tutte le misure adottate in tandem dalla Federal Reserve e dal Dipartimento del Tesoro americano hanno iniettato fiducia al mercato, sostituendosi a quest’ultimo nella generazione di simil-cash-collaterali-safe assets-liquidità. Oggi abbiamo un problema nuovo per il fatto che la Germania – implicitamente l’economia più forte sul Continente – non riconosce di aver ereditato un ruolo “egemone” all’interno dell’Unione Europea. O meglio, crede di averlo ma lo utilizza puritanamente e non con l’atteggiamento benevolo che potrebbe portarla a ottenere un’investitura palese di questo suo ruolo. È un impasse per la Merkel, la quale – anche volendolo – dovrebbe riorientare un’agenda politica pubblica che si è ormai fossilizzata su una rappresentazione di sé e della situazione contingente totalmente falsata. Oltretutto, è indifendibile quel primato morale che, anche attraverso la loro stampa domestica, i tedeschi cercano di imporre agli altri concittadini europei.
Tra le due guerre, il problema in Germania era che mancava una destra liberale (o una destra “storica”) di grande presa popolare. La disoccupazione che venne causata dall’intensificarsi della recessione globale trovò una valvola di sfogo nel Partito Nazista, che riuscì infatti a salire al potere nel 1933, ovvero solo due anni in seguito al crollo del Creditanstalt in Austria (curioso ricollegare anche l’antisemitismo dell’epoca al fatto che il Creditanstalt fosse una banca dei Rothschild). Oggi questo rischio non lo corre la Germania, bensì le economie periferiche in condizioni di asservimento economico verso il core. Da questo punto di vista, quindi, potrebbe apparire meno preoccupante l’evoluzione politica in Grecia, dove gli estremismi hanno comunque ottenuto quote importanti di consenso popolare: difficilmente potrebbero causare un problema geopolitico rilevante. Diversa valutazione si potrebbe fare nel caso il trend economico in Germania virasse per causa di un crollo dell’Unione Monetaria Europea. La Germania è sempre stata un interessante animale geopolitico: non ha confini difendibili né a est né a ovest. Nei momenti di massimo spolvero (politico-economico-militare), ha sempre cercato di garantirsi uno spazio di manovra a oriente e a occidente: in entrambe le due guerre mondiali ha infatti scelto strategie che avevano l’obiettivo di risolvere il problema franco-russo in contemporanea o con un timing che cogliesse i suoi antagonisti di sorpresa. Altre volte hanno tentato di formare alleanze, che però hanno avuto vita breve (penso a come è nata la stessa Unione Europea, o all’avvicinamento russo-tedesco degli ultimi anni). Ma non credo vi siano le condizioni oggi per assistere a un rinnovato impeto tedesco su questi temi.
Tornando alle similarità tra l’epoca ’29-’39 (la Grande Depressione è infatti più che altro un termine riferito a questo decennio, nella sua interezza), in Europa stiamo oggi assistendo a un progressivo flusso di capitali che è un vettore con direzione opposta a quello che fino a poco tempo fa aveva guidato l’industria bancaria continentale. Gli impieghi delle banche nazionali verso l’estero (estero inteso come altri paesi europei) stanno calando drasticamente, invertendo una tendenza che aveva visto banche come BNP o Unicredit trovare nell’estero uno dei mercati più promettenti (alternativamente, funding cheap o impieghi interessanti). Allo stesso tempo – ed è questo forse un aspetto inedito – le banche si stanno sempre di più legando agli Stati sovrani, acquistando il debito di quest’ultimi. Da questo punto di vista, la regolamentazione finanziaria sta operando viziosamente in ottica “repressiva”, poiché garantisce un trattamento di favore nei confronti degli asset domestici rispetto a quelli esteri. E sia questo punto che quello precedente sono una spada di Damocle sul sistema creditizio europeo nella sua interezza: chi farà da lubrificante all’economia europea, se le banche non hanno la capacità e la mobilità tale da impiegare le loro risorse cross-borders? C’è forse la possibilità (e opportunità) di vedere un mercato del credito disintermediato rispetto al settore bancario, come avviene negli Stati Uniti (dove ¾ del funding per le imprese viene attinto dai mercati dei capitali)?
Il problema è che la crisi sta accelerando il passo e il deleveraging potrebbe raggiungere somme tali da far impallidire quello avvenuto nel 1931 (e seguenti). Come ho ricordato recentemente, oggi è necessario che la Germania rilegga la storia del Novecento con uno sguardo più genuinamente pragmatico (anche se c’è sempre il rischio, come diceva il filosofo spagnolo Santayana, che quelli che non ricordano il passato siano sempre condannati a ripeterlo). E se saprà cogliere l’opportunità, potrà ottenere un sicuro ruolo da “egemone benevolo” all’interno dell’Unione Europea.
Ma non è solo il loro passato che i tedeschi devono ricordare…