Oggi non c’erano contrattazioni negli Stati Uniti.
Eppure in Asia e poi in Europa, come hanno scritto alcuni giornali, si è assistito a un black monday.
Durante la giornata l’indice DJ Euro Stoxx 50 € ha perso oltre il 7%. Hong Kong ha chiuso a -5.49% mentre il Nikkei ha corretto “solo” del 3.86%. Nei mercati emergenti, Cina e India hanno chiuso la giornata registrando rispettivamente -5.14% e -7.41%. La Russia ha perso il 7.38% e il Brasile il 6.60%.
Ormai è chiaro come i mercati stiano scontando (a torto o a ragione?) una recessione negli Stati Uniti e, soprattutto, un rallentamento a livello globale. Questo possibile periodo di crescita negativa porterà evidentemente a una contrazione degli utili, contrazione della quale non ci sono ancora stime attendibili.
Come si dice in questi casi, non siamo ancora out of the woods. Ma può anche darsi che il mercato stia esagerando: come si è già detto, che stia andando in overshooting.

Gli analisti non hanno ancora fattorizzato pienamente nei loro modelli l’eventualità di un rallentamento più marcato della congiuntura economica, una decelerazione della crescita che questa volta, a differenza del 2001, vede direttamente coinvolti i consumatori americani. I quali, come si può osservare dal
grafico qui allegato (tratto dalla Federal Reserve Bank di St. Louis), sono diventati strutturalmente incapaci di risparmiare.
A questo proposito mi viene in mente una riflessione che si collega all’analisi della curva dei rendimenti. I risparmi, come insegnano ai corsi di macroeconomia di base, rappresentano la fonte principale di capitali per l’economia: in particolare, sono la contropartita degli investimenti. Il tasso d’interesse è il prezzo di risparmi/investimenti, ovvero del fattore capitale, e viene determinato sul mercato dal libero incontro tra domanda e offerta: se la prima eccede la seconda, il prezzo del bene deve aumentare, viceversa il prezzo deve diminuire. È la formulazione più semplice della teoria dell’equilibrio economico.
Ora, si è osservato come il tasso di risparmio negli Stati Uniti sia attualmente negativo. Questo significa che c’è un’offerta limitata di capitali da parte dei consumatori americani. Di conseguenza, se si ponesse l’irrealistica ipotesi di “economia chiusa”, ciò comporterebbe ceteris paribus un innalzamento del costo del capitale, ovvero un incremento del tasso d’interesse per le scadenze corrispondenti alla durata media degli investimenti che le imprese intraprenderebbero se avessero a disposizione tale capitale.
Allo stesso tempo, si ponga l’ipotesi di una Federal Reserve in procinto di intervenire sul costo del denaro (ovvero sulla parte a breve della curva), per implementare una politica monetaria espansiva.
Risultato: si osserverebbe un irripidimento marcato della curva dei rendimenti, con i tassi a breve che scenderebbero e quelli a lunga che salirebbero (fra l’altro, una delle condizioni migliori per gli istituti finanziari, che appunto si finanziano a breve e investono a lungo termine).
Eliminando l’ipotesi di “economia chiusa”, le considerazione sinora fatte possono contemplare l’inserimento della componente dei risparmi esteri, in massima parte di quelli asiatici e dei pasi produttori di petrolio, che Alan Greenspan era solito chiamare in causa per giustificare il suo conundrum e che Ben Bernanke ha analizzato per spiegare il saving glut. Secondo le loro riflessioni, i risparmi asiatici e quelli dei paesi produttori di petrolio (veicolati secondo loro attraverso le banche centrali di queste economie) hanno mantenuto bassi i tassi d’interesse sulla parte medio-lunga della curva, in quanto vera e propria offerta di capitale a caccia di rendimenti.
Ma se si ritiene che questo saving glut non si ridimensioni in tempi brevi, allora si ottiene non un irripidimento bensì un appiattimento della curva dei rendimenti (la condizione peggiore per gli istituti finanziari, che vedrebbero così compressi enormemente i propri margini d’interesse, a causa di uno spread ridotto tra tasso creditore e tasso debitore).
La conseguenza immediata è rappresentata da una contrazione dell’offerta di credito. Già il tasso di risparmio dei consumatori è basso, si aggiunga quindi una possibile ritrosia da parte delle banche di effettuare prestiti, ed ecco gli ingredienti principali per una crisi economica sulla falsa riga di quanto è successo in Giappone.
Non si dimentichi che sebbene i quotidiani e i giornali continuino a parlare di inflazione (che si ricordi, significa incremento generalizzato del livello dei prezzi nel tempo), ci sono alcune considerazioni che possono far pensare all’opposto: rallentamento della congiuntura economica, discesa dei prezzi nel mercato immobiliare, crollo delle quotazioni degli asset finanziari, correzione delle materie prime.
Probabilmente è troppo presto per iniziare a parlare di
deflazione. La maggior parte dei commentatori sono più attenti al tema della
stagflazione. Certamente, credo che un mutamento nel
trend di risparmio negli Stati Uniti debba avere luogo. E questo non potrà essere portato avanti se non da una
contrazione del credito offerto da parte delle banche.
P.s.: oggi ho acquistato qualche punto percentuale dell’ETF db x-trackers DJ EURO STOXX 50 Short, per scommettere su un ulteriore ribasso dei mercati. Inoltre, sono andato lungo di yen, facendo leva su una riduzione progressiva del fenomeno dei carry-trades.