Il downgrade sull’Italia da parte di Moody’s possiede un retrogusto grossolanamente intimidatorio: alla base della decisione vi è il deterioramento dello scenario economico E politico, nonostante che – secondo l’agenzia di rating – le riforme sinora attuate possano comunque innalzare il potenziale di crescita nel lungo periodo e, quindi, migliorare le prospettive per le finanze statali.
Non si capisce però la ratio di un riduzione del merito creditizio da A3 a Baa2 (ben due notch): il governo Monti, infatti, gode ancora di un sostegno diffuso e le elezioni anticipate sono soltanto un miraggio estivo; inoltre, le decisioni prese dai leader europei a fine giugno hanno per lo meno riorientato l’agenda politica verso la direzione giusta; infine, sebbene vi sia stato un effettivo rallentamento della congiuntura, il nostro Paese gode ancora di un sensibile avanzo primario (al primo trimestre di quest’anno) nell’ordine dell’1.2% sul PIL (contro l’1% della fine del 2011) e le riforme strutturali potrebbero essere ben associate a una maggiore sostenibilità del debito nel lungo termine.
Da parte loro, i mercati azionari si sono velocemente scrollati di dosso questa sgradita novità: dopo un inizio di mattinata confuso, nel pomeriggio vi è stato un deciso andamento al rialzo, con il FTSE MIB che – as of writing – guadagna circa l’1%, l’Eurostoxx 50 l’1.2% e il DAX l’1.8%. Sono più deboli i Titoli di Stato, sia in Italia (BTP al 6%) che, paradossalmente, in Germania: il movimento risk-on sembra essere legato più alla buona performance di JPMorgan (+4.9% dopo i risultati) che ad altri fattori, politici o economici che siano. Anche l’inversione dell’euro rispetto ai minimi appena toccati sembra rientrare in questo contesto.
Tali bizzarìe del mercato sono però dipinte su di uno sfondo di costante incertezza, di breve e di lungo termine: ad esempio, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e la possibilità di vedere incrementi di tassazione e tagli di spesa pari al 4% del PIL americano; oppure, il riequilibrio dell’economia cinese e l’altrettanto importante cambio di leadership a Pechino. Questa “volatilità” è percepita da Wall Street e da Main Street: le imprese continuano ad allontanare le decisioni d’investimento e di assunzione, mentre gli animal spirits dei consumatori americani sono altrettanto a rischio di estinzione man mano che ci avviciniamo all’autunno.
La distanza tra domanda e offerta aumenta sempre di più, con la consapevolezza però che è la seconda ad aver sofferto maggiormente negli ultimi mesi: questo può portare a pensare, con una buona dose di ottimismo, che appena si risolvessero alcune delle incertezze che ancora offuscano la visibilità per le imprese, la relativa schiarita potrebbe portare con sé una nuova stagione di investimenti (dato che, al momento, la maggior parte degli operatori sta facendo affidamento sulle scorte). E sul fronte della domanda, un boost potrebbe arrivare dal passaggio di una nuova tassa per consumi in Giappone, i quali potrebbero quindi essere anticipati (e incrementati) dando vita a una nuova iniezione di forza anche a livello globale…probabilmente più che sufficiente a farci dimenticare quell’inutile sapore amaro che Moody’s ha voluto regalarci stamattina…