E il settimo giorno…

…il mercato continuò a scendere. Dopo l’euforia iniziale post EU-summit, le borse globali hanno preferito ritornare sui propri passi e tingere di rosso i report di performance. As of writing, da inizio mese l’Eurostoxx 50 perde l’1.5%, l’Italia è sotto del 4.84%, la Spagna è calata del 6.7% e gli spread non hanno voluto essere da meno: solo il tasso decennale in Germania è calato dall’1.58% di fine giugno all’1.24% attuale, mentre nell’ultima settimana il BTP ha di fatto gironzolato attorno al 6%.

Benché sia indubbio che l’ultimo incontro tra i leader europei abbia apportato importanti novità al framework politico-economico dell’area euro, come spesso è capitato in passato sono mancati maggiori dettagli. Pur riconoscendo i vari deficit nell’architettura finanziaria dell’euro – valuta imperfetta e malata di zoppìa – i policymaker non sono stati in grado di fornire al mercato una roadmap che, sulle tematiche politiche, fiscali e finanziarie, fosse più chiara e specifica nei suoi contenuti (tutto è stato infatti rimandato ad altri ulteriori approfondimenti che saranno poi comunicati al pubblico nel corso della seconda parte dell’anno).

Nel frattempo, a causa di tale incertezza, proseguono ininterrotte le “fughe” di capitali all’interno dell’Unione Monetaria Europea: c’è chi ha provocatoriamente detto che il problema non è tanto se l’Italia e la Spagna rimarranno nell’euro, ma se l’euro stesso potrà rimanere in Italia e in Spagna. Nei paesi periferici aumentano i costi per ottenere finanziamenti, continua a calare la fiducia delle imprese e, di conseguenza, le prospettive di riduzione nella produzione interna peggiorano di settimana in settimana. Ciononostante, è molto importante affrontare l’incertezza che sta impaurendo gli investitori: i flussi in uscita di capitali domestici ed esteri genera stress finanziario ma anche pressioni sull’attività produttiva nel suo complesso. Ad esempio, in Spagna la fuga di capitali è arrivata a essere (in termini annualizzati) pari a circa il 50% del PIL spagnolo: e se prima il problema era legato soprattutto a investitori stranieri, ora – analizzando le statistiche del sistema TARGET2 – si osservano investitori domestici che iniziano a esportare capitali all’estero. Viceversa, ovviamente, se si guardano i flussi verso la Germania…

Alcuni economisti rilevano che i flussi in uscita sono molto più “potenti” nei loro effetti rispetto ai flussi in entrata da parte, ad esempio, della Banca Centrale Europea: i primi, infatti, sono la contropartita di liquidazioni forzate di investimenti in portafogli azionari e obbligazionari nazionali, mentre i secondi sono prestiti al settore finanziario che – se si escludono gli acquisti di BTP e di Bonos – non vengono poi reimpiegati in attività produttive o finanziarie domestiche. Altra conseguenza ovvia: con uno stock di capitale inferiore, i costi per accedervi aumentano, portando quindi nuova debolezza a un tessuto industriale già allo stremo delle proprie forze.

Rimane quindi la priorità numero uno procedere nei confronti del mercato con una comunicazione efficace e disciplinata, dove sia chiaro, condiviso e definitivo il percorso che dovremo intraprendere nei prossimi mesi. Per evitare che al settimo giorno, sperando di poter finalmente riposare, ci manchi infine anche l’aria per respirare…

Lascia un commento