Come scrive Martin Wolf sul Financial Times di oggi, “we still have that sinking feeling”. Prendete ad esempio il recentissimo Memorandum of Understanding per la ricapitalizzazione delle banche spagnole. È stato correttamente deciso di procedere con un bail-in, anche per interrompere quel circolo vizioso tra banche e Stato: ovvero, prima che il “pubblico” intervenga nel ripianare le perdite, è necessario che il “privato” sostenga gli istituti di credito. Peccato però che molti creditori/azionisti hanno prezzato poco correttamente il rischio del proprio investimento, pensando di allocare i propri risparmi in depositi più redditizi invece che in preferred shares od obbligazioni spacciate per conti deposito. Ecco quindi una nuova sfida per la goffa politica europea: come non dare vita a conseguenze elettorali centrifughe (e populiste) a seguito di scelte precedenti di grossolana entità. E nonostante il restringimento di questi giorni su Bonos e BTP (oggi rispettivamente a -18bps e -8bps), dubito che – a fronte anche di nuove dimostrazioni di piazza (si veda oggi a Madrid) – non saranno testati nuovi massimi nei prossimi mesi.
Alla ricerca di soluzioni alla crisi, molti si attivano con proposte e suggerimenti: ad esempio, l’Istituto Bruno Leoni ieri spiegava – attraverso il suo presidente, il senatore Nicola Rossi – come sia stato imposto ancora una volta un “conto” salatissimo alle tartassate famiglie e imprese italiane, quando lo Stato e il suo patrimonio non hanno ancora veramente dovuto pagare nulla rispetto alle conseguenze della crisi. Da Londra, invece, giunge la voce autorevole dell’amministratore delegato del London Stock Exchange Group, il quale ci ricorda che “we need an ecosystem where private equity, bank lending and public markets can fuel job creation”: perché, quindi, non tornare all’equity financing piuttosto che continuare a fare totale affidamento su un sistema del debito che è strutturalmente sovvenzionato dalla politica e dallo Stato? Se è vero che in Europa ci sono quasi 23 milioni di piccole e medie imprese, ipotizzando che ciascuna di queste società assuma un singolo lavoratore in più non è difficile comprendere l’impatto sul mercato occupazionale continentale.
E come finanziare questa formazione di nuovi posti di lavoro? Certamente bisogna riordinare questo ecosistema alterato da anni di over-lending e over-borrowing: occorre alleggerire le banche dal peso della “finanza di sviluppo”, riscoprendo e incentivando invece il ruolo di venture capital e private equity nella promozione degli investimenti produttivi (ad esempio, variando gli incentivi fiscali che ancora differenziano le diverse asset class). E se pensiamo a tutta quella regulation che sta per arrivare – Basilea 3 e Solvency 2 ne sono un esempio – bisogna davvero ridisegnare il perimetro d’azione dei policymaker, i quali anche in buona fede rischiano spesse volte di attuare politiche pro-cicliche.
Quanto dovremo ancora “affondare” prima di arrivare a una svolta?