Spesso ci siamo detti come la crisi attuale dipendesse anche e soprattutto dall’excess leverage presente nel sistema: troppo debito rispetto al reddito che riusciamo a produrre ogni anno. È un problema di stock e, al contempo, di flussi: settore pubblico, privato e sistema bancario sono eccessivamente a leva, la crescita potenziale è insoddisfacente e, tra la bassa produttività del lavoro e del capitale e la rendita sub-ottimale degli asset domestici, finiamo per avere deficit fiscali strutturali e partite correnti negative.
Supponiamo per un istante che in Italia sia possibile estrarre dai cittadini un ulteriore contributo (in forma di tassazione straordinaria) per ridurre il debito una tantum di 150 miliardi: potremmo associarvi contemporaneamente 1) un risparmio annuale di 30 miliardi in termini di interessi da corrispondere ai creditori e 2) un regime di detrazione annuale che “restituisca” in dieci anni ai cittadini la tassa patrimoniale pagata. Ipotizziamo inoltre che allo stesso tempo abbiano successo gli sforzi di razionalizzazione e modernizzazione della spesa pubblica: outsourcing e utilizzo delle nuove tecnologie, decommissioning della spesa improduttiva e incremento delle risorse per comparti che aiutano ad aumentare la produttività del sistema economico (ad esempio, venture capital). Che cos’altro rimarrebbe da fare? Certamente vengono in mente liberalizzazioni e privatizzazioni.
Per le prime, c’è da riconoscere che spesso i benefici economici (soprattutto legati alla struttura dell’offerta) sono differiti nel tempo, mentre i costi sociali e politici sono attualissimi e concentrati nei confronti di alcuni settori dell’economia; d’altro canto, liberalizzare significa attirare nuovi investimenti verso mercati che, finalmente, diventano più competitivi, producendo quindi benefici diffusi per l’intera collettività. Per le seconde, invece, l’approccio che si potrebbe adottare è quello mutuato dal mondo delle procedure fallimentari (per evitare la bancarotta): ovvero, il modus operandi del debt-to-equity swap.
Nel nostro caso, lo Stato potrebbe indire un’asta pubblica – aperta a investitori qualificati italiani ed esteri – con il duplice obiettivo 1) di privatizzare attività, immobili e crediti pubblici e 2) di ridurre una tantum lo stock di debito pubblico. Per accedere a quest’asta i partecipanti dovrebbero depositare come “garanzia” una certa quantità di Titoli di Stato – in termini di valore nominale – pari alla base minima di partenza dell’asta. Quindi, ogni lotto aggiudicato verrebbe saldato direttamente in BTP, così da concludere lo swap tra debito e quote di partecipazione in attività statali ora privatizzate. Per partecipare all’asta, gli investitori dovrebbero perciò detenere o acquistare Titoli di Stato del nostro Paese, supportando quindi il mercato delle obbligazioni sovrane italiane. L’incasso di tali privatizzazioni andrebbe poi a ridurre direttamente il carico del debito pubblico, dato che gli introiti ottenuti in forma di Titoli di Stato non potrebbero essere utilizzati per coprire le spese correnti.
Ipotizzando – come stimato da Reviglio (2011) – circa 220 miliardi di possibile realizzo per un monte di attività ben più alto, l’impatto di riduzione sul rapporto debito/PIL potrebbe essere tra il 10% e il 15% (ancora più alto se aggiungiamo i 150 miliardi di prima). Sono forse pensieri troppo arditi o fuori dagli schemi? Vedete altre scariche di adrenalina possibili?