Isocrate ha ragione?

Nell’Areopagitico, Isocrate lancia una sferzata ai propri concittadini e ricorda (meglio: da vero conservatore, rimpiange) la costituzione di Solone e di Clistene, la quale “non educò i cittadini in modo tale che scambiassero il potere popolare per sfrenatezza, la libertà per assenza di leggi, l’uguaglianza per licenza, la felicità per possibilità di agire in questa maniera, ma odiando e punendo simili persone, rese tutti i cittadini migliori e più saggi”. Un tedesco di oggi rileggerebbe questo brano dell’oratore ateniese attraverso una chiave interpretativa denigrante nei confronti dei concittadini dei PIIGS, mentre un giovane Nietzsche indosserebbe i panni del filologo e richiamerebbe alla mente la tragedia greca e le sue interne contraddizioni.

Ma non è solo l’etica dell’apollineo e del dionisiaco che è carica di incoerenze: anche l’analisi macroeconomica mostra lati oscuri e angoli di luce, note positive e stonature negative. La settimana scorsa, ad esempio, la Cina ha tagliato i tassi, offrendo uno spiraglio di speranza in termini di capacità di influenzare ancora il comportamento degli operatori economici attraverso la politica monetaria. Allo stesso modo, la Banca Centrale Europea e la Banca d’Inghilterra – allergiche forse ad azioni più significative – hanno provato a “starnutire” sottovento. Il risultato? L’MSCI Europe ha perso quasi l’1% venerdì, oggi l’Eurostoxx 50 chiude a -0.34% e, fatto ancora più grave (ma legato forse all’inconcludenza dell’ultimo summit europeo), l’Italia e la Spagna allargano nuovamente sul decennale (con il BTP oltre il 6%). Ancora, se il dato sulle assunzioni negli Stati Uniti ha sancito un marcato rallentamento nel passo di crescita nel comparto del lavoro (la media degli ultimi tre mesi è calata a 78mila unità, contro 150mila da inizio anno), gli incrementi nelle ore lavorate e nella paga media danno qualche speranza a chi ritiene che la domanda domestica americana dovrebbe tenere anche nella seconda metà del 2012.

Insomma, diverse contraddizioni continuano a mantenere torbido lo scenario per i prossimi mesi. I mercati hanno impiegato poco a capire che il bicchiere mezzo pieno pubblicizzato a fine giugno non era altro che il solito calice mezzo vuoto: finito lo short covering post-summit sono venute a mancare le spinte fondamentali per vedere nuovamente sovraperformare i risky asset. Il momentum di crescita globale sta decelerando marcatamente e – sebbene sia altrettanto probabile che siamo nel bel mezzo della fase di contrazione – vi è ancora la possibilità che la congiuntura rallenti ulteriormente. Allo stesso tempo, credo che ormai la maggior parte delle informazioni siano state correttamente incorporate dagli analisti nei loro modelli: il calo delle aspettative per la stagione degli utili in arrivo è sintomatico di un riposizionamento marcato degli ultimi mesi. Ergo, i rischi al ribasso dovrebbero essere limitati dalle valutazioni già relativamente a sconto.

Quello che rimane è il già citato “stallo”. Isocrate direbbe che “se continuiamo ad amministrare la città come facciamo ora, necessariamente prenderemo decisioni, faremo guerre, vivremo, subiremo e compiremo quasi tutto così come accade ora ed è accaduto in passato”. Pensare fuori dagli schemi alle volte può tornare utile, ma sebbene in certe parti d’Europa la creatività non scarseggi, temo che l’estro germanico sia ancora tarpante rispetto a una soluzione definitiva della crisi dell’area euro…

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