Antonio Machado scriveva: “caminante, no hay camino, se hace camino al andar”. Se utilizzassimo le parole e la sintassi della filosofia, Machado direbbe che non esiste una strada prescritta, ma infiniti percorsi che si realizzano con l’andare, attraverso le scelte che gli uomini compiono, “precipitando” le potenzialità dell’infinito e facendo emergere ogni volta nuove strade e nuove realtà (e “uccidendone” altrettante). È una metafora ardita per criticare il dirigismo della politica economica di stampo keynesiano, ma anche le esasperazioni monetariste sullo stile di “Helicopter Ben”: entrambe necessarie – notate bene – per preservare il nostro comune benessere, o per illuderci di essere stati in grado di mantenerlo.
Tutto ciò non contraddice quanto abbiamo discusso nel corso dell’ultimo anno, ma ci permette di realizzare che 1) la storia è soprattutto una storia di inflazione – solitamente ingegnerizzata dai governi per la propria autoconservazione politica – e che 2) i policymaker sono oggettivamente impossibilitati a gestire l’economia e il mercato, che altro non sono che “precipitati” di scelte compiute da imprevedibili animali sociali. Quando ci provano, in un senso o nell’altro, essi inevitabilmente falliscono. Ritardando il clearing di domanda e offerta, impediscono l’adeguata formazione della conoscenza nel mercato e, quindi, aiutano ad alimentare bolle autopoietiche o, come dice Soros, riflessive. Questo perché i policymaker hanno la presunzione di prescrivere una strada, invece che di spiegare il “linguaggio del cammino”.
Un nuovo grande piano “Marshall” per l’area euro – o anche per gli Stati Uniti, che ancora oggi dimostrano di non avere abbastanza forza economica per creare un numero sufficiente di posti di lavoro (80mila a giugno contro i 100mila attesi) – dovrebbe fornire “sintassi e parole” attraverso le quali schiudere nuove opportunità. Chi dirige un’azienda o un dipartimento ministeriale ha anche la responsabilità di far emergere la creatività, offrendo chiavi o linguaggi per schiudere le porte delle infinite possibilità. Viceversa, per banalizzare questa riflessione in un raffronto con i mercati finanziari, un Bund a dieci anni che stringe in 5 giorni di 28bps lo interpreto come un disperato segnale di “impossibilità”, così come la sovraperformance dei titoli difensivi rispetto al resto del mercato: non c’è convinzione relativamente a un nuovo slancio economico (= nuove opportunità), ma vi è solo una minima riduzione delle percezioni negative sui tail-risk di breve termine – e il rally dei finanziari da fine maggio è da leggere sotto questa luce (ma che dire del -4% degli ultimi due giorni?).
Non stupiscono quindi i commenti della Lagarde – “lo scenario economico mondiale sta peggiorando” – e del ministro delle finanze tedesco Schaeuble – “la fine dell’euro porterebbe a una catastrofe economica globale”. Siamo in uno stallo aerodinamico che necessità di manovre urgenti, ma anche di nuove direzioni una volta tornati in assetto. L’euro fragile, nonostante i dati deboli dagli Stati Uniti, è la metafora di un sistema esaurito, squilibrato e anche pusillanime. Purtroppo, si ha la sensazione che verranno ripercorse strade vecchie e consunte: come scriverebbe Machado, “al andar se hace el camino, y al volver la vista atrás se ve la senda que nunca se ha de volver a pisar”. Girando indietro lo sguardo, si vede il sentiero che mai si deve tornare a calpestare…