Tempus fugit

Il tempo vola – sed fugit interea fugit irreparabile tempus – e le banche centrali iniziano a muoversi con un “look & feel” che sa di coordinato (oggi ha tagliato la BCE, ieri la Banca Centrale Cinese, mentre a pranzo la Banca d’Inghilterra ha aumentato la size del proprio programma di quantitative easing). Sebbene tutti abbiano negato che vi sia stato uno scambio straordinario di informazioni o di strategie – di prassi, tutte le banche centrali mantengono comunque diversi canali di comunicazione aperti per il confronto su temi di politica monetaria e di analisi macroeconomica – l’impressione è che il global easing possa concretizzarsi come way-out dalla crisi di debito che ci attanaglia.

In realtà, il taglio del tasso di sconto da parte della BCE – 25bps, dall’1% allo 0.75% – non ha entusiasmato i mercati: ci si attendeva forse uno speech più aggressivo da parte di Mario Draghi, il quale ha comunque rilevato come si siano materializzati nuovi rischi al ribasso per lo scenario economico dell’area euro. E, soprattutto, i suoi commenti si allineano a un ruolo per la BCE che rimane tutto sommato convenzionale: aggiustamento dei requirement in termini di collaterali che le banche possono impiegare per le operazioni di rifinanziamento con l’istituto centrale (ma nessuna ipotesi di LTRO), attività d’agente in relazione agli acquisti che l’EFSF/ESM dovrà fare sul mercato e probabile ulteriore taglio dei tassi entro la fine del terzo trimestre. Ma l’essere “convenzionali”, si sa, non piace molto ai mercati: ecco quindi il BTP in allargamento di 28bps contro il Bund, il tasso sul decennale spagnolo in rialzo di 43bps, il FTSE MIB a -2% e la Spagna a -3%. Senza parlare dell’euro, che quota a -1% contro il dollaro e le principali valute globali.

Manca ancora quel bazooka che gli Stati Uniti seppero impiegare con maggiore disinvoltura durante la loro crisi (forse è un tratto bellico-culturale che ci differenzia): l’ampliamento del bilancio della Banca Centrale Europea – portando i tassi reali in territorio negativo – avrebbe diversi risvolti positivi. Il peso fiscale verrebbe ridotto, con un impatto dell’ordine dell’1% di minor austerità per ogni punto percentuale di calo nei tassi reali; la propensione al risparmio dei consumatori verrebbe contrastata al ribasso; gli investitori sarebbero forzati a muoversi lungo la frontiera dei rischi per trovare attività con maggiore rendimento; il costo di mutui e prestiti alle imprese verrebbe ulteriormente ridotto; e il potere d’acquisto di altri paesi verrebbe innalzato (si pensi ad esempio alle valute asiatiche, e al relativo impatto sui loro consumi in relazione al PIL).

Tuttavia, per ottenere questi risultati c’è bisogno di maggiore aggressività da parte dei policy-maker. Viviamo ancora di tentennamenti e tentativi: il summit di settimana scorsa non ha soddisfatto molti punti della nostra check-list, e lo stesso Governatore della BCE non ha “osato” lanciare il cuore oltre l’ostacolo. Stiamo osservando una dannunziana clessidra che perde granelli di sabbia nel continuum temporale di ogni giorno. Ma come ne “La Sabbia del tempo” del Vate – “un’ansia repentina il cor m’assalse” – sarà certamente necessario nuovo stress prima di vedere un vero bazooka anche da questo lato dell’Atlantico.

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