Il business cycle viene studiato – per costruzione – in ottica puramente ciclica (si parla di anni). Sembrerebbe un pleonasmo, ma sarebbe altrimenti un ossimoro pensare a qualche aspetto “strutturale” del ciclo economico. Viceversa, le decadi – in termini macro – dovrebbero essere analizzate in ottica organica, individuando quei trend strutturali che ne determinano l’evoluzione. Ad esempio, negli ultimi anni abbiamo osservato un trasferimento continuo di debiti tra un agente e l’altro: è stato un deleveraging mascherato, dato che gli asset trasferiti sono finiti sui bilanci di qualche altro operatore (le banche centrali) senza venire effettivamente svalutati. A conti fatti, solo il debito greco e alcuni mutui sub-prime dell’era Lehman sono stati effettivamente “elisi” o ristrutturati sensibilmente. Il resto, rimane ancora appeso da qualche parte nel sistema.
In un tale contesto strutturale, la cura contro il debt overhang può essere apportata solo attraverso 1) nuova crescita economica, 2) inflazione o 3) fallimento di massa. La prima è da scovare (dove?), la seconda è politicamente accettabile (ma non per tutti), l’ultima è socialmente pericolosa (con effetti globali). Tra le tre ipotesi, quella più pragmatica prevede un ulteriore ampliamento dei bilanci delle banche centrali (stampaggio di moneta) che priverebbe però molte asset class del loro valore. Se invece indossassimo le lenti tedesche, ci ostineremmo a professare riforme “strutturali” (supply economics) per dare vita a un nuovo percorso di crescita economica (quindi, prima ipotesi). Salvo che – permettetemi la metafora – cercheremmo di curare un problema di diabete quando è più incipiente il rischio di una degenerazione della broncopolmonite che blocca la respirazione dell’Unione Monetaria Europea. E se il malato muore, aver fatto i passi giusti per curare il diabete sarà servito a molto poco.
Nessuno nega che la pessima situazione attuale rappresenti anche un’opportunità unica per sistemare molti dei problemi che affliggono le economie continentali (e anche la Germania deve ancora fare molto), ma la risposta che sinora è stata data a questa grave crisi è deficitaria per molti aspetti: primo fra tutti, la consapevolezza che molti paesi dell’area euro stanno soffrendo di una malattia molto grave – la cosiddetta balance sheet recession – che, se non adeguatamente curata, potrebbe accelerare in una spirale deflativo/depressiva; in secondo luogo, la comprensione che la competitività tedesca è frutto di uno sbilancio interno all’area euro e non soltanto conseguente alle riforme fatte da Berlino dopo lo scoppio della bolla IT (tanto che il surplus con gli Stati Uniti e l’Asia in generale è cambiato di poco negli ultimi dieci anni, mentre è quintuplicato verso i partner dell’area euro…chissà perché?).
Il rapporto tra la Germania e il resto dell’area euro è simile a quello che intercorre alle volte tra due amanti: l’obiettivo finale (strategico e “strutturale”) è quello di sposarsi, fare una bella famiglia e vivere felici e contenti. Ma tra il dire e il fare si interpongono una miriade di ostacoli più “ciclici”, che vanno e vengono a più riprese: bisogna vivere la quotidianità, gestire i malintesi, dare un ritmo alla relazione e, soprattutto nelle prime fasi, non spaventare il partner con progetti troppo ambiziosi. La Germania di oggi è impetuosamente orientata all’obiettivo finale: deve però saper gestire con molta umiltà diverse incomprensioni, se vuole veramente stringere a sé l’intera area euro. È nel loro interesse, e nel nostro. Una prematura separazione sarebbe devastante.