Il 27 ottobre 2011 – il giorno dopo il Summit dell’Unione Europea a Bruxelles – l’Eurostoxx 50 guadagnò oltre il 6%. Aveva quindi perso quasi il 17% nel mese di novembre, prima di ripartire verso nuovi massimi, toccati a metà marzo di quest’anno. Allo stesso modo, i mercati dell’area euro sono saliti quasi del 5% durante la giornata di venerdì scorso, a seguito questa volta di un Summit dell’Unione Europea che, alle prime battute, pare sia stato interpretato come più incisivo rispetto a quello dell’autunno passato. È comunque ancora presto per cantare vittoria, sebbene vi sia questa settimana l’annuncio sui tassi dalla Banca Centrale Europea che potrebbe dare ulteriore fiato a chi afferma che la situazione stia ormai volgendo per il meglio.
Dal punto di vista fondamentale pare che gli economisti e gli analisti sell-side abbiamo ormai definitivamente aggiustato al ribasso le proprie stime per il resto del 2012. Le sorprese macro sono alle volte utilizzate come una misura anticipatrice rispetto alla performance dei mercati azionari: quando le aspettative sono troppo basse, è più probabile che vi siano incrementi marginali nel newsflow a sostegno del mood complessivo di chi si occupa d’investimenti. Forse anche per questa ragione il mercato ha dato poco peso a un ISM manifatturiero brutto sia nell’headline che nei dettagli (è stato deludente soprattutto l’andamento dei nuovi ordinativi, che da 60.1 di maggio è sceso a 47.8). As of writing, i mercati principali registrano infatti già ottime performance da inizio mese (in euro): S&P 500 +1.1%, Eurostoxx 50 +2.2%, FTSE MIB +1.2%, Russia +4.9%, Brasile +3.8%.
C’è chi dice che sia proprio durante i fenomeni di contrazione economica che è possibile fare i migliori affari sui mercati azionari. Non è un’affermazione empiricamente verificata, anche perché sono difficilmente quantificabili causalità e correlazione tra bottom del ciclo economico e inizio di un rally sui mercati. Certo è che lo sconto esiste e il posizionamento degli investitori è compatibile con un periodo di sovraperformance degli asset più rischiosi. Se si è posizionati correttamente, è possibile godere ancora per qualche giorno (o settimana) del vento in poppa. Ma dato che gli intoppi sono molto frequenti di questi tempi, è opportuno essere consapevoli relativamente a certi rischi che, a parere di molti, non sono stati ancora correttamente quantificati.
Prendete ad esempio lo scenario peggiore, ovvero di un crollo dell’area euro: si è discusso molto degli effetti “economici” palesi, ma quali riflessioni sono state fatte sui temi “legali” di tale risoluzione dell’Unione Monetaria Europea? La ridenominazione in singole valute nazionali che effetti avrebbe su passività e attività emesse secondo giurisdizioni differenti? Che impatto subirebbero le transazioni cross-border? Quali rischi di controparte emergerebbero per chi detiene i propri risparmi su banche dell’area euro? Se qualcuno pensa all’opportunità di svalutare la propria valuta per guadagnare in competitività, si rende altrettanto conto dell’incremento esponenziale nel valore delle passività nette “estere” di quel dato paese? E se proviamo a ricordare le origini del successo dell’Unione Europea – ovvero, integrazione in un momento storico caratterizzato da crescita e diffuso benessere economico – è possibile ritrovare oggi le stesse basi in una fase in cui viviamo deleveraging e contrazione dei consumi e della produzione su scala paneuropea?
Esiste il detto che “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”: sarei curioso di sapere quanti operatori sono veramente attivi (e a che punto sono) nel proprio contingency planning…