Se Dio esistesse – e noi avessimo fermamente creduto alla sua esistenza durante la nostra vita terrena, comportandoci di conseguenza – tutti noi saremmo alla fine vincitori. Viceversa, se non vi avessimo creduto da vivi, da morti il payout sarebbe stato per noi negativo. Infine, considerata la possibilità di una non-esistenza di Dio, il crederci o meno renderebbe lo stesso risultato – ovvero, nessun guadagno o perdita. È questa l’originale scommessa di Blaise Pascal, oggi rivista e rivisitata dai policymaker europei.
Già a suo tempo avevamo parlato della “teoria dei giochi” e del suo utilizzo per monitorare gli sviluppi della crisi in area euro. Oggi sul Financial Times un arguto commentatore riprende questa “scommessa su Dio” per descrivere l’atteggiamento dei politici europei: la possibilità di vedere l’Unione Monetaria Europea fratturarsi su varie direttrici, li sta spingendo a prendere decisioni politicamente difficili per evitare il peggiore degli scenari. Sono portati a “credere” dalla necessità di scongiurare una vita ultraterrena all’inferno. Tuttavia, le medesime decisioni – una volta implementate – rischiano di aumentare considerevolmente la sua probabilità di realizzo (si pensi ad esempio alla circolarità tra debito dell’EFSF/ESM e passività governative).
Il summit del 28-29 giugno ha provocato una fortissima reazione sui mercati. Tutti affermano diligentemente che le aspettative erano bassissime (è vero) e che, quindi, la risposta dei leader europei a proposito dei vari temi sul tavolo – seppur incompleta, come abbiamo preliminarmente visto venerdì – ha aiutato questo short-covering. In realtà, è più probabile che sia stato il timing delle comunicazioni a sorprendere: già venerdì mattina avevamo in mano tutte le informazioni rilevanti, tali da dimostrare l’apparente “buona volontà” dei policymaker. Per chi poi ritiene sia stata una vittoria di alcuni rispetto ad altri, la verità è che rimaniamo ancora in Pyrrhus’ neighbourhood: per molti dei passaggi intrapresi, ci sarà bisogno di molto tempo (e diversi passaggi parlamentari) prima di vedere execution degli stessi. Senza dimenticare che per alcuni aspetti, forse, si è fatto un passo indietro rispetto a quanto sarà effettivamente necessario: la seniority dell’ESM, ad esempio, era una condizione affinché i paesi “creditori” del core partecipassero a questo meccanismo di stabilizzazione dell’Unione Monetaria. Se viene tolta questa importante postilla, è facile pensare che sarà più difficile aumentare le risorse a disposizione e approvarne l’impiego d’urgenza.
Ciò detto, il rally dei mercati (Eurostoxx +1.2%, DAX +1%, Russia +1.2%, ma i Bonos si sono fermati, con spread in allargamento a +11bps) sta proseguendo nonostante dati deludenti sul fronte macro, dove negli Stati Uniti l’ISM manifatturiero per il mese di giugno (49.7) è sceso al di sotto della critica soglia dei 50 punti, in linea con le survey regionali delle scorse settimane. Questo è un dato importante, perché segnala un deficit di crescita nell’economia tuttora più rilevante del mondo: con le elezioni alle porte, diventa ancora più importante il ruolo della Federal Reserve, che probabilmente cambierà linguaggio già dal prossimo meeting. A questo “difetto” di crescita corrisponde un deficit democratico al di là dell’Atlantico: i poteri della BCE e della Commissione Europea – a seguito dei patti per la crescita e per l’austerità fiscale – aumenteranno in estensione e profondità; allo stesso tempo, non stiamo assistendo a un incremento di legittimità e di responsabilità di queste istituzioni verso i cittadini. È questo un tema altrettanto importante che porterà non pochi grattacapi ai nostri politicanti nei mesi a venire, man mano che i “mandarini” di Bruxelles e di Francoforte inizieranno a fare buon (o cattivo) uso del loro potere. Quindi, largo ai tecnocrati! Lunga vita ai burocrati!