Il ritmo è tutto

Come nella biologia, nelle arti e nelle stagioni, anche nel mondo economico e finanziario il senso del tempo è fondamentale. Il ritmo – e l’armonia che ne consegue – scandisce i cicli economici, l’andamento dei mercati e il tempismo delle scelte politiche. Per chi fa il nostro lavoro, il ritmo è un antagonista da battere, perché il timing delle scelte d’investimento può causare fortune e disgrazie. Da inizio mese, i mercati ci hanno fatto vivere un “allegretto” al rialzo, con l’IBEX che guadagna oltre il 10%, l’Italia il 6.8% e gli spread che un poco sono scesi (sebbene molto sia dovuto al rialzo dei tassi sul Bund, che da 1.2% sono saliti all’1.5%). Il problema è che questo “tempo” musicale sta allentando la pressione sulla politica, che reagisce solo sotto stress e rischia quindi di far “perdere il ritmo” al processo di riforma.

C’è invece un “adagio” che proseguirà ancora a lungo (e a prescindere da molte cose), un tempo che già coinvolge il sistema bancario e riguarda quel tema pluriennale dello scambio di ruoli tra banche e mercato nell’attività d’intermediazione creditizia. Se oggi in Europa più del 70% del rischio di credito corporate passa attraverso il bilancio delle banche commerciali e il rimanente 30% tramite il mercato dei capitali, il rapporto potrebbe invertirsi (come negli Stati Uniti) man mano che prosegue il deleveraging delle nostre banche continentali. Forse la Banca Centrale Europea – tramite operazioni ingegnose come l’LTRO – potrà ritardare questo processo di disintermediazione, che per il momento è più che altro guidato dal lato dell’offerta di credito (con i rischi deflativi più volte menzionati). Ma prima o poi questa rivoluzione avverrà anche da noi in Europa.

Infine, c’è una “sincope” che sentiamo in lontananza, e che potrebbe far andare “fuori tempo” molti investitori. Settimana prossima le votazioni sulla riforma del lavoro in Italia – a prescindere da giudizi di merito – rappresentano un passaggio cruciale per il governo Monti e potrebbero creare nuovo stress sui mercati. Ipotizzando una caduta del governo tecnico (come si legge anche oggi sul Financial Times), il BTP potrebbe andare velocemente in zona pericolo: molti si troverebbero impreparati (magari perché ringalluzziti dalle performance month-to-date) e poiché le correlazioni rimangono elevate, lo storno potrebbe lasciare la cicatrice.

Arnold Schoenberg negli anni ’20 inventò la musica dodecafonica, che ben si associava alla discrasia dell’Europa post-bellica. Oggi stiamo perdendo nuovamente il senso del ritmo e pochi sono equipaggiati per affrontare un movimento completamente “atonale”: i punti di riferimento mancano, la politica è fatta di piccoli uomini che, per salvaguardarsi, si rifugiano in cittadelle sempre più indifendibili e l’intonazione dei fondamentali sta riprendendo a stonare (si veda il Philly Fed di oggi – molto peggio delle aspettative – che disegna una congiuntura più fosca anche per gli Stati Uniti).

Bisogna avere coraggio e prendere il “tempo” giusto per buttarsi: la Merkel deve tuffarsi politicamente, la BCE deve stampare moneta e gli investitori devono essere pronti a cogliere l’inizio di un nuovo movimento. Sarà una sarabanda? Una toccata e fuga? Il preludio di uno scherzo o la variazione di una marcia funebre?

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