Lezioni dal 1931

La storia non aiuta a prevedere l’andamento dei mercati finanziari – ed è per questo che sulla documentazione di fondi o prodotti d’investimento sono sempre bene in vista i disclaimer che avvisano gli investitori sul fatto che “rendimenti passati non sono garanzia di risultati futuri”. E poco importa che ieri i listini fossero positivi e oggi siano flattish. Tuttavia, per comprendere le possibilità future dei mercati, non si possono dimenticare le lezioni “politiche” che arrivano dalla rilettura degli eventi passati. A questo proposito, i ricercatori della Bank for International Settlements hanno cercato di comparare la crisi del 2008-2009 con quanto avvenne nel 1931, quando il famoso Credit-Anstalt dichiarò bancarotta, innescando a livello globale quella che noi oggi conosciamo come Grande Depressione. Tuttavia, in buona fede, fanno un errore di valutazione storica: avendo scritto il loro paper Banking Crises and the International Monetary System in the Great Depression and Now” nel novembre del 2010, si sono totalmente persi quanto sta accadendo oggi in Europa.

La crisi dei subprime e del fallimento di Lehman è stata affrontata dalla Federal Reserve e dallo Stato americano senza grandi vincoli monetari o di bilancio. I vari “bazooka” utilizzati hanno sortito l’effetto atteso ed è stato quindi posto un limite al panico. Soprattutto la liquidità offerta dalla banca centrale statunitense ha grandemente superato l’ammontare tecnicamente disponibile nel 1931 all’interno del sistema monetario internazionale, che a quel tempo era ingessato in un gold standard (rinato nel 1925). È stato questo “blocco” istituzionale a creare un deficit di liquidità, portando dopo il crollo del Credit-Anstalt a una fuga di capitali e a una richiesta di pagamenti a vista che, di fatto, ha distrutto il sistema monetario dell’epoca e ha causato una contrazione depressivo-deflazionistica dell’economia reale.

Cito una frase del paper: “the gold standard limited the amount of credit that central banks could create; that was its purpose”. Non suona sinistramente familiare a quanto stiamo vivendo oggi? Non è forse vero che l’euro – e il framework istituzionale dietro la Banca Centrale Europea – è ontologicamente (e teutonicamente) programmato per non consentire un’espansione di liquidità illimitata? Quoto un altro paragrafo cruciale dello studio della BIS, evidenziando alcune parole chiave: “Official international lending was obstructed by political obstacles, and more generally by the fact that no country was both willing and able to provide liquidity to others on a scale commensurate with the problem. The result was that the gold standard, the international monetary system of the time, was destroyed. Some countries imposed exchange controls to prevent gold outflows, while others allowed their exchange rates to float. Exchange controls, the standstill agreements imposed on some international short-term debts, and the spread of protectionism all caused output and employment to become further depressed as the 1930s wore on

Oggi, rispetto alla crisi del 2008-2009 studiata nel paper, abbiamo una combinazione molto più letale: stiamo vivendo una crisi di debito che si sta legando a doppio filo a una crisi bancaria, la quale a sua volta implica una progressiva perdita di fiducia verso l’attuale store of value dell’Unione Monetaria Europea, ovvero l’euro. La nostra moneta unica non è tanto diversa dall’oro quando proviamo a ripensarla come una sorta di cambio fisso che alcuni paesi concordano di avere nei confronti dell’esterno. È un setup che strutturalmente limita la necessaria flessibilità monetaria che è associata al governo stesso della moneta da parte di qualsiasi stato sovrano. Con il pericolo aggiuntivo di indurre una contrazione depressiva nel caso non venisse risolta tale contraddizione. È poi altrettanto importante ricordare che senza crescita, l’aritmetica che sta alla base delle soluzioni di austerità fiscale finora proposte per risolvere la crisi non funziona. E diventa quindi sempre più difficile politicamente proseguire nelle riforme strutturali.

Questa contingenza non è solo figlia dell’euro, ma anche del concetto moderno di democrazia europea che – come ha scritto oggi sul Wall Street Journal il commentatore Bret Stephens – è di una varietà “post-liberale”. Un post-liberalismo che, quoto, “cerca di rimpiazzare quello classico delle libertà individuali, dello Stato “minimo”, dei diritti di proprietà e della sovranità democratica, con un liberalismo che favorisce i diritti e i beni sociali, i governi intrusivi/tecnocratici e le leggi transazionali”. In pratica, dice Stephens, è questo post-liberalismo – inteso come grande schema di redistribuzione di ricchezza – che ha ridotto sul lastrico la Grecia e sta mettendo in difficoltà il resto d’Europa.

E cosa succede a una democrazia quando va in bancarotta?

Quali opzioni “storiche” abbiamo?

La Repubblica di Weimar? L’Argentina di Peròn? La Russia di Yeltsin?

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