Vittoria di Pirro

“Un’altra vittoria come questa e me ne torno in Epiro senza più nemmeno un soldato”. Così diceva Pirro II durante la campagna militare in Italia. E qualcosa di simile, forse, si stanno dicendo l’un l’altro i leader europei dopo le ultime elezioni greche, che hanno visto vincente la Nuova Democrazia, seconda Syriza e terzo il PASOK – attenzione però al tasso di partecipazione dell’elettorato: 62%! Di fatto, c’è ancora un governo da formare e, quindi, i tagli di €11bn da implementare entro luglio: è palese come la nazione sia ormai allo stremo delle forze e si rende assolutamente necessaria una rinegoziazione del programma di aiuti, ad esempio con un diverso timing rispetto al riordino dei conti. Ma chi fermerà poi Irlanda e Portogallo dal richiedere migliori condizioni?

Come lunedì scorso, purtroppo, l’apertura molto forte di questo lunedì è stata seguita da una nuova ondata di vendite, con il decennale spagnolo che ha raggiunto nuovi massimi (7.24%). Sul due anni, Madrid quota oltre 520bps rispetto al Bund (5.24% nominale) e l’Italia subisce questa influenza negativa, allargando di 10bps (BTP a 2 anni al 4.39%). I listini azionari erano partiti con un segno più che positivo, e ora in chiusura fanno -1.38% sull’Eurostoxx 50 e -3% in Spagna. Le banche italiane (Intesa: -7.8%, UniCredit: -4.7%) soffrono insieme a quelle francesi (BNP: -4.2%, SocGen: -3.9%) e a quelle spagnole (Santander: -4.4%, BBVA: -3.8%), mentre ancora si attendono per queste ultime i dettagli del piano di ricapitalizzazione di €100 miliardi. Questa settimana ci sarà anche l’intervento della Federal Reserve: molti investitori e numerosi commentatori confidano in un’azione decisiva (addirittura, in una mossa coordinata con le altre banche centrali) per gestire in ottica di risk management le probabilità che la congiuntura macro sia più debole del previsto. Questo gioca a favore del mercato statunitense, ma va a detrimento della dialettica politica europea, dove i grandi mutamenti di framework avvengono solo in condizioni di stress estremo (e la BCE non può sostituirsi alla politica comunitaria).

Certo è che ci stiamo nuovamente avvicinando al limite di sopportazione. La crescita del G20 è in stallo, con il rischio di rivedere una recessione nel 2013 se negli Stati Uniti non si risolve il tema del fiscal cliff. Questo potrebbe accadere in una fase dove i principali indicatori macro (produzione industriale, occupazione, PIL del settore privato) non hanno ancora raggiunto i picchi toccati nell’ultimo ciclo economico, e in uno scenario dove lo stock di debito delle principali nazioni debitrici pesa per oltre tre volte il PIL mondiale (e, fra l’altro, fa da collaterale a operazioni derivate per un multiplo di questa cifra).

Le domande legittime sono: come salvare le banche, i bilanci dello Stato e quelli dei privati senza provocare una distruzione di ricchezza collettiva o, più genericamente, una riduzione del benessere collettivo? Ci rimane una scelta tra default o inflazione? In entrambi i casi dobbiamo considerare il pericolo che l’intero sistema bancario sta correndo, sia per quanto riguarda il “rischio controparte” (chi sarà abbastanza solido?) sia per quanto concerne le attività garantite dal collaterale rappresentato dai Titoli di Stato. Parafrasando Pirro II, “un’altra vittoria come questa e me ne torno in Epiro senza più nemmeno un euro”…

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