Balcanizzazione delle banche

Le scommesse sono aperte per il week-end: il settore bancario in Grecia, oggi, è salito infatti di oltre venti punti percentuali, in attesa di una vittoria di “New Democracy” durante le elezioni del 17 giugno. E si sprecano le speculazioni pure sui siti di online betting. Anche le banche italiane tentano un timido rimbalzo (+3.4%, Unicredit a +4.8% e IntesaSP a +2.8%), dopo le sofferenze dei primi due giorni della settimana. Stona purtroppo la Svizzera, dove Credit Suisse – a causa di un commento della Banca Nazionale Svizzera relativamente alla sua posizione di capitale – perde due franchi, chiudendo la giornata a -10%.

Nonostante la performance intraday di alcune banche europee (probabilmente si tratta di short covering) il sistema bancario rimane comunque sotto pressione. Il deleveraging guidato dall’inversione del processo d’integrazione finanziaria all’interno della Unione Europea (durato anni) penalizzerà, attraverso le banche, le prospettive micro e macro del nostro continente. E la regolamentazione continuerà a pesare (si veda oggi cosa è successo a Credit Suisse) in ottica ciclica, in una congiuntura dove i costi di finanziamento sono in aumento strutturale – per via del legame vizioso tra Stati sovrani e istituti finanziari che (garantiti dai primi) ne finanziano il debito – e la profittabilità continua a erodersi. La clientela europea dovrà disaffezionarsi dal “cheap credit” che è stato originato dalla convergenza dei tassi tra i paesi dell’Unione Monetaria Europea e gli investitori dovranno abituarsi a un “cap” sulle valutazioni del settore, il cui business model sarà costretto a riadattarsi. Senza dimenticare che per tenere tutto insieme, il core dovrà sostenere dei costi maggiori.

Anche se non vi fosse un’uscita della Grecia dall’area euro (o, peggio, un exit collettiva dei PIIGS – o della Germania – dall’Unione Monetaria Europea), il mantenimento dello status quo richiederebbe comunque un continuo smobilizzo degli attivi di bilancio, che impatterebbe la capacità delle banche di erogare prestiti sul territorio: da qui, ecco l’impatto sostanzialmente “costrittivo” sull’economia del continente. Il problema è che nel tentativo di proteggersi dall’implosione dell’euro (uscita della Grecia o dei PIIGS) i policymaker stanno mettendo in atto delle scelte che hanno – di fatto – già invertito il trend di integrazione finanziaria intra-europeo e che provocherà, alla fine, un reshaping sostanziale dell’industria bancaria. Dopo anni di “conquiste” all’estero, ci attendono anni da “riccio”, con maggiore frammentazione e nazionalizzazione delle operazioni di molti istituti. L’effetto sull’economia reale sarà di “chiusura dei rubinetti” del credito, con il Fondo Monetario Internazionale che stima una riduzione di €2’000bn nei bilanci delle banche, e quindi nei retail & commercial loans.

Si tratta del rischio – Dio non voglia – di una “balcanizzazione” del sistema bancario europeo.

Ci vuole un bel salto d’immaginazione politica per evitarlo, oltre che di tanta liquidità da parte della BCE…

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