La Rupe di Tarpea

Stiamo pericolosamente ciondolando sulla rupe Tarpea, luogo di morte nell’antica Roma per chi tradiva l’Urbe. Morte come esilio simbolico dalla Città Eterna. Più che la cantilena monocorde dei mercati azionari, quello che mi lascia perplesso è l’andamento da inizio mese del Bund tedesco: il decennale ha iniziato a muoversi dai minimi del 1 giugno (1.12%) fino ad arrivare oggi a un massimo intraday di 1.53%. Significa che il mercato ha iniziato a scontare che la Germania pagherà? È un’indicazione che il “premio assicurativo” contro la dissoluzione dell’euro sta per andare in fumo?

Non è ancora detto, perché lo stesso brutto movimento di tassi al rialzo lo possiamo osservare anche sull’Italia (BTP al 6.2%, con lo spread intorno ai 470 punti base) e sulla Spagna (Bonos al 6.75%, con differenziale oltre i 520bps). Quindi, un movimento risk-off. Mentre sull’euro – che aveva iniziato a deprezzarsi a fine aprile con nuova foga – ora sembra seguire il movimento dei tassi, con un parziale short covering tra l’1.22 e l’1.25. E il risk-on prosegue sull’azionario, che sta dando dei segni di vita interessanti (e contrastanti): da inizio mese l’IBEX ha guadagnato oltre l’8%, mentre l’Italia rimane flat. La Germania perde quasi il 2% e gli Stati Uniti registrano un onesto +1% (in dollari). Anche sui mercati emergenti ci sono lumi di speranza, con la Russia a quasi +4% (in euro) e il Brasile che in valuta locale arriva a +2.6%.

Il problema è che si tratta solo di rumore in un contesto ancora decisamente poco chiaro a livello macro. In Europa gli indicatori economici anticipatori segnalano che il continente vivrà una recessione che, forse, sarà ulteriormente esacerbata dalle misure di austerità fiscale. La fiducia delle famiglie e le loro attitudini di spesa sono piuttosto depresse e l’unica variabile positiva è rappresentata dal prezzo del petrolio, che è calato dagli oltre $125 di metà marzo ai $97 attuali. Questo movimento aiuta anche dall’altra parte dell’Atlantico, dove la congiuntura è marginalmente più rosea per via di un maggiore ottimismo da parte delle imprese (i leading indicators puntano a una forza relativa del settore domestico) e un contributo di spesa per i consumi che è sicuramente più sostenuto (e qui aiuta sensibilmente il calo della benzina). L’unica nota dolente sono i posti di lavoro, dove gli ultimi dati mostrano revisioni al ribasso e un rallentamento delle dinamiche salariali: le imprese, insomma, per mantenere stabili i margini fanno leva sui lavoratori.

Ma il riferimento alla mitologica rocca del Campidoglio non è per spiegare la congiuntura macroeconomica o di mercato, bensì per esemplificare una condizione ancora titubante relativamente alla “politica economica”. Faccio un esempio: siamo davvero sicuri che in una fase deflativa come quella che stiamo vivendo, sia davvero necessario rafforzare il loop vizioso che lega le banche nazionali ai propri Stati sovrani? Non è che aumentando i requirement di capitale noi stiamo andando ad amplificare l’effetto deflativo di un processo di deleveraging ancora tutto da concludersi? Quale modello le banche europee dovranno seguire in un futuro con poca crescita e una regolamentazione che le costringe pro-ciclicamente? C’è forse spazio per avviare un’epocale disintermediazione del sistema creditizio europeo, sullo stile di quello statunitense?

Tante domande, troppe per chi sta ancora in equilibrio sulla rupe Tarpea…

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