España es el problema, Europa la solución

José Ortega y Gasset – per il suo convinto europeismo – viene citato spesso sui giornali spagnoli. E forse, trova una sponda di simpatia anche sui quotidiani tedeschi, che in questi giorni riflettono un atteggiamento differente su questo problema della ricapitalizzazione delle banche. Per la prima volta, non abbiamo assistito al solito melodramma paneuropeo che si protrae, interminabile, per settimane: appare chiaro, invece, che qualcuno (a Bruxelles o a Berlino) ha deciso di calibrare la gestione della situazione con un approccio diverso. E si tratta, quindi, di un nuovo “livello di conduzione” della crisi europea.

Apparentemente, non ci sono condizioni annesse al prestito di €100 miliardi: è verosimile però che saranno incluse delle richieste per ristrutturare il sistema bancario spagnolo. Berlino, da parte sua, sta finalmente realizzando l’inevitabile: un po’ come la Cina fa con gli Stati Uniti, anche la Germania dovrà riciclare parte del suo surplus per finanziare chi acquista i suoi prodotti. Mi rendo conto che è un paragone estremamente tirato, ma riflette l’imperativo geopolitico tedesco, che più volte abbiamo riportato nelle nostre analisi: il sistema attuale (l’area euro) deve essere preservato, migliorato e ulteriormente allargato. È una priorità strategica che riflette gli interessi nazionali teutonici, e che si riverbera nell’atteggiamento che la Merkel sta avendo ora relativamente al problema delle banche spagnole: abbiamo assistito a una battaglia senza feriti, senza alcuna “condanna” a maggiore austerità.

Certo rimane un problema: chi salva il sistema bancario di Madrid – as of writing – non avrà alcun controllo sullo stesso. Ed è proprio su questo aspetto – allargato anche al tema della “mutualizzazione” del debito sovrano – che si stanno invece affilando le armi. Se siamo infatti tutti corresponsabili dei debiti reciproci, chi ha le maggiori risorse in gioco ha altresì il diritto di mantenere un certo controllo sull’andamento dei prestiti futuri. È il concetto espresso dal Presidente della BuBa di “regalare la propria carta di credito a chi non ha limiti di spesa”. È anche lo specchio di una persistente divergenza di visioni relativamente alle origini di questa crisi: per i tedeschi, troppo debito; per i PIIGS, mancanza di competitività valutaria. Entrambi i fronti hanno ragioni e torti, ma è innegabile che in questa congiuntura globale sia estremamente difficile per la periferia dell’area euro competere con la Germania, proprio in virtù di un tasso di cambio “bloccato”.

Ma il problema più grande è di “sovranità”: se ipotizzassimo un ministro delle finanze paneuropeo e un’agenza di debito comunitaria, risolveremmo una questione, per portarne a galla una nuova. Gestire un bilancio statale è infatti un elemento centrale della sovranità nazionale: trasferirlo a funzionari non eletti nominati da un’entità multinazionale – come sono i piani attuali – comporta una trasformazione radicale del concetto di democrazia in Europa (cosa non impossibile, e già avvenuta in passato per altri “capitoli”). Ma è una trasformazione che costringe la libertà di pianificazione dei singoli governi europei.

È allora da considerare un re-orientamento dell’agenda politica verso una partecipazione attiva dell’elettorato pan-Europeo su queste scelte, evitando derive tecnocratiche, influenzate quest’ultime da quel pessimo approccio hegeliano che favorisce una piena razionalizzazione anche del processo politico. Un’idea che ha molto influenzato la politica comunitaria e che è chiaramente dietro al framework che si sta ora delineando.

Siamo davvero pronti a rinunciare alla nostra sovranità, con il rischio di ritrovarci di fronte a una crisi di legittimazione? Quale sarà il collante di questa nuova compagine europea?

Lascia un commento