Nei dati macro di venerdì scorso – quelli sul mercato del lavoro negli Stati Uniti – non ci è stato possibile scovare nulla di buono. E il mercato si è subito dimostrato ansioso di raggiungere rapidamente i primi posti al “cinema” per assistere al film più atteso della seconda metà dell’anno: Quantitative Easing 3, diretto da Ben Bernanke. Il rendimento sul decennale americano ha toccato i minimi all’1.45%, scontando che la Federal Reserve – visti i dati in deterioramento – sia piuttosto attiva nel breve termine a intervenire nuovamente sul mercato. Ma come molti hanno potuto osservare in questi ultimi 4 anni, creare inflazione e spostare l’interesse degli investitori lungo lo spettro delle asset class non è affatto semplice in un contesto di public deleveraging & fiscal austerity. Ciononostante, a causa della possibilità di vedere nuova “carta” sul mercato, l’oro ha comunque segnato un buon venerdì, chiudendo a +4%, e il dollaro si è deprezzato di un punto percentuale abbondante tra la fine della settimana scorsa e l’inizio di questa. Rimane quindi ancora aperta la battaglia tra euro e dollaro, visto che anche dalle nostre parti ci si attende a breve un qualche intervento di rilassamento monetario.
Oggi è possibile assistere a qualche rimbalzo tecnico all’interno dell’Unione Europea, con la Spagna a +3% e l’Italia a +1.2%, mentre la Germania e l’Olanda chiudono entrambe male (-1.1%). Sembra quasi che gli investitori abbiano iniziato a riapprezzare il rischio che il core dell’Europa dovrà finalmente sostenere qualche costo in più a sostegno dell’Unione Monetaria stessa (cosa già vista sui CDS di Berlino, in apprezzamento da aprile a oggi). E se è vero che la teoria economica contemporanea (tutta fatta di austerità) ha dimostrato anche questa volta di essere fallimentare – d’altro canto, com’è possibile basare un metodo di studio degli eventi “sociali” attraverso un approccio “euclideo” o pseudo-newtoniano? – il pragmatismo politico sta iniziando a mostrarsi all’orizzonte di questo torbido mare tardo primaverile: si vocifera che il 23 maggio scorso i leader dell’area euro abbiano commissionato a Draghi (Presidente della BCE), Van Rompuy (Presidente del Consiglio Europeo), Barroso (Presidente della Commissione Europea) e Juncker (capo dell’Euro-gruppo dei ministri delle finanze) una sorta di “Master Plan” dagli obiettivi ambiziosissimi: integrazione delle politiche fiscali, creazione di un’unione bancaria, implementazione di un’unione politica e proposta di alcune riforme strutturali al framework europeo.
Questo altro “attesissimo film per l’estate” sarà presentato al prossimo summit dell’Unione Europea a fine giugno, insieme a una roadmap per la sua effettiva implementazione da qui a fine anno, e si tratta sicuramente di un elemento in più che, senza averne ancora letto i dettagli, permette di essere marginalmente più costruttivi sul completamento di altri importanti punti della nostra checklist. Abbiamo una finestra di tempo piuttosto limitata, come ha detto Soros questo week-end: 100 giorni di passione prima che diventi praticamente impossibile persuadere l’elettorato tedesco ad accettare nuove responsabilità “europeiste”. Perché è qui che giace ancora il nostro problema fondativo: fintanto che Berlino non riuscirà a risolvere il suo impasse interno (ricordiamoci che i tedeschi le riforme strutturali le hanno fatte anni fa, e quindi non concepiscono l’idea di sostenere altri costi “nominali” per il progetto europeo), lo stress di mercato continuerà a esercitare tutto il proprio peso sugli attori politici (e finanziari) di questa odissea.