À rebours

Nel nostro lavoro è spesso molto più importante arrivare in ufficio la mattina e – dopo aver letto le news – convincersi di non agire a tutti i costi, piuttosto che lasciarsi andare alla tentazione di fare operazioni, di fare trading. Spesso, però, vince la logica del cosiddetto tactical asset management rispetto ad altri approcci, dove la due diligence e la pazienza portano a migliori risultati rispetto alle scelte mensili di sovrappeso o di sottopeso rispetto a un benchmark.

Dico questo riprendendo una riflessione che altri, prima di me, hanno fatto in relazione ai grandi trend secolari del mercato azionario, che possono essere bull (rialzisti) o bear (ribassisti). Oggi credo che stiamo vivendo l’ultima gamba di un secular bear market iniziato ormai dodici anni fa con lo scoppio della bolla IT (e mi riferisco ai listini globali nel loro complesso): nel 2000 c’è stato un forte crollo durato tre anni, quindi un forte reflation rally fino al 2008, un altro crash con nuovi minimi e poi un altro rally che si è stoppato l’anno scorso con la crisi del debito sovrano in area euro. Ora, l’ipotesi è che si possa assistere a un altro, ultimo storno azionario prima di poter finalmente scrivere la parola fine a questo lungo secular bear market: il problema, per noi, è di capire se il crash sarà globale o – come sta avvenendo in questi mesi – localizzato solo in una certa regione del globo.

Certo spaventa molto scoprire (per caso) che Bloomberg sta già testando sui propri terminali la nuova dracma (non vi dico il codice, perché l’hanno già oscurato). E intimorisce notevolmente registrare che gli Stati Uniti stanno decelerando il proprio passo, sia sul fronte delle nuove assunzioni che su quello prettamente produttivo. Infine, lascia piuttosto perplessi la forza complessiva del dollaro, che se pesato rispetto ai partner commerciali degli Stati Uniti, ha guadagnato in un anno oltre il 13%.

If the job of a fund manager is to seek inflation-beating real returns whilst minimizing risk, then now is probably one of the worst times ever to be in this business”. La sensazione è che per la maggioranza delle persone ora sia il momento buono di aprire i materassi e gonfiarli nuovamente di banconote (quali??), dato che gli “investimenti” in generale sembrano offrire rendimenti reali assurdamente bassi. In più – come abbiamo detto più volte – è estremamente difficile ottenere visibilità sugli sviluppi macro, data la incredibile mediocrità politica di chi vuole fare il policymaker. E, infine, subiamo quell’ondata di flussi risk-off che – anche in questo caso – abbiamo spesso analizzato anche nell’ottica della loro funzione di “collaterale” nel sistema finanziario moderno.

Ma vorrei invece trascorrere il week-end ripensando alle parole di un Barone Rothschild che, nel XVIII secolo, aveva giustamente affermato “the time to buy is when there’s blood in the streets”. È forse una view contrarian, ma questo momento storico potrebbe davvero rappresentare la più grande opportunità per un fund manager di potersi accaparrare affari straordinari: se pensiamo a quanto stiano aumentando le richieste di alcuni clienti istituzionali che si orientano sempre di più verso strategie passive o che minimizzano il tracking error, o se ponderiamo l’avversione che in media è possibile registrare nei confronti dell’asset class azionaria, allora ci accorgiamo che stanno arrivando veramente i saldi.

E allora riprendiamo un libro di Gustav LeBon – “The Crowd” – per ricordarci come, in estrema sintesi, il mercato sia una folla irrazionale che tende a pensare per connessioni illogiche, spesso prive di praticità, e che reagisce emozionalmente prendendo l’iniziativa senza un pensiero coerente che la giustifichi. Meglio quindi fare due diligence, e provare a essere disciplinatamente contrarian…perché andare controcorrente potrebbe regalare ghiotte soddisfazioni!

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