Bluff e long shot

Ci troviamo in una situazione estremamente complessa e difficile da analizzare. Alcuni dicono che il mercato si comporta sempre in modo efficiente: ovvero, gli agenti che vi operano riescono ad analizzare e a prezzare in un dato momento tutte le informazioni disponibili. Più spesso è vero il contrario: gli operatori credono di essere ahead of the curve, mentre invece non fanno altro che rincorrere il flusso informativo, analizzando soltanto ciò che in quel dato istante “appare” loro interessante. Questo coincide solo raramente con ciò che “è realmente interessante”, lasciando quindi ampio spazio a speculazioni informative in tutti gli altri casi di divergenza “ontologica”.

Ora, è incosciente non ritenere che il cielo fosco che vediamo all’orizzonte (Atene che perde un altro 4.5%, Madrid sotto del 2.6%, spread in allargamento di 25bps su BTP e Bonos) non possa portare ulteriore tempesta a breve. Altrettanto sciocco è non cercare di essere previdenti: ecco quindi qualcuno che acquista Bund a questi livelli (sotto l’1.5%) e che finalmente sposta qualche centesimo dagli euro ai dollari (in guadagno oggi dello 0.5%). Ma a dispetto di tutte le notizie che scorrono davanti ai nostri occhi in questi giorni, credo che lo scenario di Grexit – ovvero di uscita di Atene dall’Unione Monetaria Europea – sia eccessivamente “caro” da acquistare sul mercato, vista anche la sua probabilità “pratica”. Mentre è molto più interessante interpretare la mano (politica) di poker che si sta giocando proprio in queste ore – e a quali bluff sono stati recitati lì dove il piatto (la sopravvivenza stessa della moneta unica) è più prezioso.

Partiamo dal week-end: la “notizia” è di una disfatta del partito di Angela, con rimonta dei social-democratici nello stato più popoloso e attivo della Repubblica Federale. La Merkel, d’ora innanzi, sarà palesemente più debole su qualsiasi tavolo di negoziazione: il primo è forse già domani sera, sulla tavola imbandita a Berlino per una cena informale con Hollande. Dovrà accettare che le supply economics non bastano, e che in questa fase c’è bisogno innanzitutto di domanda, tempo e fiducia. Passiamo quindi all’Ellade: la “notizia” è che le negoziazioni tra i partiti più importanti vanno a rilento e che, probabilmente, neanche Venizelos è in grado di formare un governo d’unità nazionale. Ricordiamoci che (un po’ come è accaduto in Italia) né il Pasok né New Democracy si sono veramente resi conto prima delle elezioni di quale fosse la reale condizione del proprio elettorato – e il giovane Tsipras del partito di sinistra radicale si è furbescamente infilato lì dove il destino gli aveva preparato il podio. Questo giovane politico prestato sin dai tempi dell’università agli ideali comunisti oggi dichiara che (quoto) “target is to keep Greece in Euro”. Però fa ancora la prima donna e tenta un gioco piuttosto pericoloso, puntando a fare all-in alla prossima tornata elettorale (se non si formasse un governo ora).

La retorica è in procinto di cambiare? Forse, anche perché qualcuno ha iniziato a capire il bluff della Germania, la quale sarebbe la nazione a soffrire di più nell’eventualità di una crollo dell’Unione Monetaria (per le technicalities rimandiamo a un’altra occasione): se la Grecia uscisse – e fa sorridere che il “legalistico” ministro delle finanze tedesco non ricordi che un’uscita dall’EMU significa un’uscita dall’Unione Europea – l’intera unione sarebbe in preda a fughe di capitali verso lidi più sicuri e le perdite (economiche e politiche) da redistribuire per un fallimento definitivo di Atene peserebbero innanzitutto su Berlino/Francoforte e su quei leader che hanno sperato di fare una mano “long shot” senza avere carte giuste in mano.

E se sono davvero in molti a credere (o a volere) un’uscita della Grecia dall’euro, allora ciò che il mercato sta prezzando in questo momento non è lontanamente vicino a quello che sarà effettivamente la realtà dei fatti una volta arrivati al main event. D’altro canto, in ottica contrarian,sarei molto curioso di sapere quanti (me escluso) sono veramente bullish o possibilisti sul futuro dell’area euro, tanto da aver iniziato ad accumulare posizioni risk-on nel caso l’euro sia destinato a più lunga vita…

La botte di Diogene

Chi di voi segue i mercati minuto per minuto avrà probabilmente la sensazione di essere all’interno di una botte che rotola lungo uno scosceso pendio. Ieri i mercati globali hanno perso quasi lo 0.8%; oggi quasi tutte le borse sono positive (con la Spagna e la Grecia rispettivamente a +3.4% e a +6.2%). Gli spread si restringono nuovamente e le aspettative si concentrano tutte sulle trattative politiche che Venizelos (il terzo contendente al governo greco) sta portando avanti in queste ore.

Il paragone della botte porta alla mente personaggi come Diogene di Sinope, famoso non solo per le sue eccentriche boutade, ma anche per il suo spiccato e antesignano cosmopolitismo. Un atteggiamento che forse, analizzando con maggiore lucidità la situazione, si può ritrovare anche nel cuore dei suoi concittadini contemporanei. Infatti, contrariamente a quanto la stampa sta rapacemente sentenziando, non ritengo probabile un’uscita dall’euro né per Atene né per Madrid né per alcuna altra capitale europea. Sono speculazioni da cronisti sensazionalisti e dispiace leggere con quale leggerezza venerandi economisti commentano sulle probabilità di un’uscita della Grecia dall’Unione Monetaria Europea. Come è accaduto l’anno scorso, anche adesso si dà libero sfogo alle parole, che spesso vengono espresse giusto per dare aria alla bocca.

Noi però guardiamo i mercati, e i mercati sono luogo d’incontro di uomini (e algoritmi di trading), i quali a loro volta sono animali sociali dotati di una psicologia complessa ma non del tutto imprevedibile. E complessità e incertezza sono i leit-motiv di questo trimestre, che – come l’anno scorso – molti temono sia preludio di maggiori drammi nel corso dell’estate. Ma se è vero che il mercato contiene in ogni momento tutte le informazioni disponibili in ogni dato istante, oggi credo che lo sconto della crisi politica in area euro sarà molto più limitato rispetto a quello dell’anno scorso. Se da una parte – e con tutto il dovuto rispetto – anche il macellaio e il verduraio si riferiscono alla Grecia come al primo paese che abbandonerà l’euro, dall’altra un atteggiamento post-kantiano e perennemente critico sulla mente umana può suggerirci di essere meno scettici sull’evoluzione dell’Unione Monetaria Europea. Mi spiego.

A prescindere dagli aspetti puramente economici – per i quali ci sentiamo di dire che non c’è all’orizzonte alcuna tempesta – la partita politica sta diventando molto più interessante (e chiedo venia per chi è più appassionato di numeri e performance). Abbiamo sempre pensato che la Germania si trovasse in una difficile situazione contrattuale rispetto al resto dell’Europa, e che prima o poi avrebbe dovuto riconoscere che molto del suo benessere oggi deriva anche dalle politiche (sbagliate) dei PIGS. Ora, senza Sarkozy come controparte, la Merkel deve ammorbidire il suo atteggiamento relativamente al tema della “crescita”. Troppa austerità porterebbe infatti a un conto eccessivamente salato anche per Berlino (e a uno scontro politico insostenibile): escludendo la Grecia per un istante, Italia e Spagna sono troppo importanti per essere lasciate al loro destino, e sono troppo grandi per essere salvate dalla stessa Germania.

Il paradosso è che una decisione che per molti sarebbe stata più agile da intraprendere tre anni fa, oggi si sta dipingendo all’orizzonte grazie alla pressione combinata di mercato ed elettori. Ovviamente questo dipende dalla “deficienza” politica della stessa Unione Europea – che, con il suo framework istituzionale, non agevola il consensus buiilding – ma proprio la sua stessa natura ci fa pensare che (per dirla con i cinesi) “ogni crisi rappresenta sempre un’opportunità”. Attenzione quindi a posizionarsi con troppa acrimonia relativamente all’euro e ai risky assets. La seconda metà dell’anno potrebbe concedere molte sorprese.

La scienza avanza un funerale per volta

L’illusione europea si basava su due assunti fondamentali. Innanzitutto quello “politico”: l’Unione Europea sarebbe diventata la forma istituzionale che avrebbe racchiuso al suo interno culture e società non più divise ideologicamente e accomunate dalla minore considerazione degli aspetti localistici e dalla maggiore propensione verso visioni transnazionali. E quindi, quello “economico”: la visione liberale e di free-trade promossa già nel dopo guerra avrebbe aiutato, guidato e sostanziato l’unione politica degli Stati membri. Nonostante un sistema di social welfare che prima o poi avrebbe consegnato il conto ai commensali.

Oggi, estrema destra ed estrema sinistra hanno confermato di poter raccogliere molti più consensi di quanti l’establishment di Bruxelles si potesse attendere. Diventano incredibilmente (e di nuovo) influenti la politica populista e xenofoba, e la retorica contraria alla perdita di sovranità, ai flussi migratori incontrollati e a un sistema che – fino a ora – è sembrato essere più supportive verso una classe rispetto ad altre. L’ultimo atto della tragedia europea non avrà connotati economico-finanziari: sarà prettamente politico.

Prendete la reazione dei mercati alla notizia che Alexi Tsipras – dei radicali di sinistra – possa formare un governo: da inizio mese i listini perdono in Europa tra il 2.6% e il 14% (quest’ultima è ovviamente la borsa di Atene, anche oggi sotto pressione). Gli spread si allargano nuovamente (il decennale della Spagna è al 6%) e l’euro è uscito dal suo incapibile trading range con il dollaro. Leggete ora le affermazioni di questo moderno homo novus che è Tsipras: “the popular verdict clearly renders the bailout deal null”. A capo di un partito che ha preso il 17%, a suo modo “interpreta con incredibile arroganza” (parole di Samaras, leader del centro destra) il risultato delle elezioni, utilizzando una retorica che rischia di portare nel caos la sua nazione e il resto dell’Europa. Un continente che – malgrado i dispendiosi consigli di luminari e professionisti dell’economia politica – non sta portando avanti alcuna riforma che potrebbe incentivare gli investitori e i produttori a investire e a creare nuova ricchezza. E, quindi, nuova crescita.

Al contrario: la nuova Francia socialista (ma bisogna attendere forse le elezioni parlamentari) vuole disincentivare ulteriormente quegli attori con nuove tasse e nuove restrizioni regolamentari. In Grecia, c’è chi vuole la nazionalizzazione delle banche (tremate, risparmiatori). In più circoli, c’è chi vuole più carta, più moneta, così da risolvere “nominalmente” i problemi che ci affliggono. Benvenuti nel 2012, l’anno in cui assistiamo alla socializzazione più estrema dei driver della crisi. Chi vince oggi è chi ha investito sulla paura: ad esempio, il Bund, che ha sforato al ribasso l’1.5%, o il DAX – che relativamente all’Eurostoxx 50 è vicino ai massimi degli ultimi due anni.

Max Planck una volta disse che “la scienza avanza un funerale per volta”: speriamo che non valga lo stesso per gli esperimenti economico-sociali. Sarebbe un funerale costosissimo.

La Grecia come l’Iran?

Il contesto rimane paradossale. Il programma di sostegno alla Grecia prevede che durante questo trimestre vengano trasferiti oltre 30 miliardi di fondi ad Atene da parte della Troika. Se questi denari non trovano la loro strada per l’Acropoli, le casse dello Stato rimarranno all’asciutto. Ora, il primo contendente – Samaras (di New Democray) – ad avere il diritto a formare un governo di unità nazionale ed evitare il peggio, ha proprio oggi gettato la spugna, e adesso è il turno di Alexis Tsipras, giovane leader di Syriza, uno dei partiti che aveva rifiutato di firmare prima delle elezioni il cosiddetto Memorandum of Understanding tra la Troika e i partiti greci. Ovvero, il signor Tsipras non è assolutamente vincolato a rispettare gli impegni con Berlino, Bruxelles e Washington: il rischio di un altro fallimento è all’orizzonte.

A questo punto non ci rimane che chiamare George W. Bush, far dichiarare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che Atene intende sviluppare un programma atomico contro la Turchia e poter quindi sanzionare il paese, riportandolo sulla retta via. Ma escludendo questi scenari tragicomici, il rischio di un nuovo default di Atene è strettamente legato anche all’ipotesi di un’uscita dall’area euro stessa, che sarebbe a sua volta legata indissolubilmente a un’uscita dall’Unione Europea. Una strada poco pratica, demagogica e difficilmente praticabile anche per i partiti “estremi” che in questa fase storica stanno guadagnando i riflettori nell’arena politica.

Si sprecano nuovamente i commenti sulla possibilità di un disfacimento dell’Unione Monetaria Europea. La strategia di abbandono è estremamente dispendiosa: ritornare a una valuta precedente lo status-quo attuale significherebbe creare una nuova moneta nazionale e sostenere l’inevitabile impatto di transazioni internazionali che rimarrebbero denominate in euro (pesando quindi in maniera “randomica” e ineguale sul benessere del paese che abbandona qualsiasi unione monetaria). Questa versione “legalistica” del problema si basa sull’assunto che – relativamente al progetto dell’euro – la sovranità monetaria è stata “tradotta” dalla proprietà nazionale all’autorità comunitaria, e quindi risulta svincolata da qualsiasi intervento governativo extra-territoriale. Ovvero, il currency risk si concentra interamente sull’analisi dei contratti vigenti con l’estero – per il benessere dei nostri avvocati. Meno casuale sarebbe invece l’effetto sul sistema finanziario domestico, che dovrebbe sostenere flussi di panico in uscita dal paese – salvo imporre restrizioni sui movimenti di capitale, di per sé un breach contrattuale rispetto ai trattati istitutivi dell’Unione Europea. Ergo, chi esce dall’euro esce anche dall’Unione.

Atene perde oggi un altro 4%, e si riporta ai minimi dal 1992, gli spread si allargano su tutti i periferici e di nuovo il Bund tedesco rasenta l’insostenibile (1.54%). L’atteggiamento risk-off permea molte altre asset class, e sembra che gli investitori vogliano provare a scontare lo scenario peggiore. E se invece la pressione della contingenza portasse a una revisione complessiva dell’atteggiamento verso l’austerità fiscale? Quanto è scontato questo scenario?

Quando Parigi starnutisce…

Quando nel 1848 la Restaurazione ha dovuto confrontarsi con nuove rivoluzioni, si dice che all’abdicazione di Luigi Filippo d’Orleans Metternich abbia sentenziato: “quando Parigi starnutisce, l’Europa si busca un raffreddore”. Bell’aneddoto che è stato più volte riapplicato ad altri contesti e che ritrova ora la sua ratio fondamentale: la Francia è troppo importante per il continente Europeo. Lo era allora e lo è oggi. La vincita di Hollande – ampiamente prevista e, probabilmente, altrettanto ampiamente scontata dai mercati – all’apertura dei listini odierni ha fatto temere ad alcuni che ci fosse qualcosa di non ancora perfettamente prezzato dagli investitori, salvo poi farli assistere a una giornata che si è chiusa con forti guadagni across the board.

L’Eurostoxx 50 è salito dell’1.5%, inseguendo la Francia (+1.65%) e, soprattutto, l’Italia e la Spagna (rispettivamente +2.5% e +2.7%). Gli Stati Uniti, dal carattere più difensivo, raccolgono le briciole di una giornata confusa: as of writing, siamo a un nulla di fatto sull’S&P 500 e con pochi basis point di guadagno sul NASDAQ (in attesa della superquotazione del decennio…Facebook). Gli spread si allargavano e poi si sono andati a chiudere con un’ottima performance di Italia (-6.4bps) e Portogallo (-15.7bps…!!!). La Germania invece perde terreno, con il Bund che ritorna sopra quota 1.6%. Insomma, il mercato si è spaventato molto, salvo poi ricordare il detto (poco) famoso “the great thing about democracy is that it gives every voter a chance to do something stupid”.

Scherzi a parte, la Francia di Hollande ha già spinto sull’acceleratore relativamente al tema crescita – e lo fa soprattutto per opportunismo politico, dato che con le elezioni parlamentari alle porte c’è ancora bisogno di molta pessima retorica…anche se alla fine vincerà la realpolitik – e sta quindi cercando sponde anche qui da noi. Quoto il suo campaign manager: “Italy is a very important partner for our growth strategy”. Di fatto, contatti tra Monti, Bersani e Hollande pare siano già avvenuti, mentre il tentativo di Merkel (ormai non più “Merkozy”) di avvicinare a sé il Professore sono al momento in stand-by. Tra le sorprese (positive), c’è anche il Ministro delle Finanze tedesco – Wolfgang Schaeuble – che per la prima volta fa cenno al tema dei salari germanici, che possono salire (moderatamente) e quindi contribuire dalla loro parte a un riequilibrio degli sbilanci economici intra-area euro.

Contrariamente però a quanto diceva il Principe Klemens Wenzel von Metternich, oggi fa molta più paura l’instabilità politica in Grecia, gli interessi russi sull’Ellade sempre più pressanti e il rischio che la compagine politica europea sia sconquassata da spinte populiste. Spinte che anche qui in Italia si stanno facendo sentire (ma è meglio non commentare sulle amministrative). Questo è il trend macro che i mercati stanno cercando di ponderare. Alla fine oggi ha trionfato l’ottimismo, ma chi e quando farà veramente buscare il raffreddore a questo strano esperimento europeo?

A morte il razionalismo cartesiano!

È un venerdì amaro. Il dato sul mercato del lavoro negli Stati Uniti ha deluso le aspettative e, nonostante le revisioni al rialzo di alcuni numeri precedenti, i risky assets stanno stornando. C’è una certezza: il Bund è ai minimi storici (1.58%), sempre per le solite ragioni – è l’unica asset class ritenuta safe da parte degli investitori, e la domanda è superiore all’offerta. Sull’azionario, l’Eurostoxx 50 è a -1.7% e l’S&P500 a -1.1%: una conclusione di settimana che ci riporta nuovamente indietro, con la novità del petrolio che ora affoga sotto i $100 e indebolisce anche la Russia e altri commodity producer.

Sulle valute, invece, poco cambia: l’euro/dollaro è immobile, lo yen guadagna qualcosa contro entrambe e il franco svizzero – naturalmente – rimane ancorato al “massimo” relativo contro l’euro: 1.20. Ma di cosa stiamo parlando, veramente? Le banche centrali sono in azione e ormai fanno politica economica, oltre che monetaria. Se ripensate un momento alle stesse valute (e a cos’erano una volta…intendo quasi 100 anni fa), oggi viene facile pensare che non sono altro che un “derivato sul nulla”. A suo tempo c’era l’oro che ne garantiva almeno la convertibilità in qualcosa che cercava di rimanere avulso dal controllo di qualsiasi pianificatore. Oggi, c’è la “parola” dei policymaker.Alla fine, il tasso d’interesse – ovvero il costo di ogni moneta – non è altro che un “prezzo”, e la decisione di pianificarne il governo è un paradosso del capitalismo moderno: il market clearing è impedito e i tentativi di stabilizzare il ciclo economico portano in realtà a nuova instabilità e a ulteriore speculazione. È un libero mercato zoppo e dinoccolato.

Ci dicono che le banche centrali servono a evitare inflazione e deflazione. Ma a cosa o a chi serve la stabilità dei prezzi? Ci sono più vantaggi a forzare la “stabilità dei prezzi” per la programmazione economica degli operatori o vi sono più benefici nel lasciare che il mercato determini liberamente il valore di qualsiasi attività (anche la moneta), permettendo quindi che la volatilità che ne deriva sia d’aiuto a chi fa programmazione economica “privata”: ovvero, instilli prudenza, maggiore responsabilità e un più attento calcolo per tutti gli operatori?

In un sistema realmente di libero mercato (e non di fiat-money), ci sarebbero comunque le ondate di lending e borrowing speculativo che abbiamo e stiamo osservando da anni? Non è forse verosimile attendersi che il rischio inerente alla libera determinazione del costo del denaro porterebbe viceversa a un comportamento più “onesto” e lungimirante da parte di tutti gli agenti coinvolti? È necessaria più regolamentazione? Forse sì, ma semplicemente quella che impone che se un banchiere presta denaro e poi il prenditore di fondi fallisce, è l’azionista (e non il tax-payer) che deve risponderne. Quindi, il banchiere stesso.

Qualcuno prima di noi (Hartley Withers, direttore dell’Economist tra il 1916 e il 1921) ha detto che “good banking is produced not by good laws, but by good bankers”. E la paura è un fattore determinante – oltre all’abilità – nel definire un buon prestatore di fondi. Forse oggi un atteggiamento kantiano non è molto di moda, ma al posto di qualsiasi “central planning” e “central banking” cercherei di apprezzare il fatto che è impossibile conoscere come va il mondo (viva la volatilità!): vale invece la pena cercare di capire il funzionamento della nostra mente e i modi attraverso i quali essa organizza e categorizza al suo interno le nostre volubili percezioni.

Mi è poco utile sapere dal centro studi della Fed o della BCE che – statisticamente – il ciclo economico si è comportato in una certa maniera piuttosto che in un’altra. Mi è più utile sapere che il giudizio che gli operatori economici e sociali esprimono non è basato su dati incorreggibili e definitivi, ma su di un flusso continuo di impressioni sul funzionamento del mondo – un flusso aiutato dal meccanismo del libero mercato di determinazione dei prezzi. È quindi utopico pensare che sia possibile regolare e gestire il comportamento di una moltitudine di agenti umani – e non di fenomeni fisici – basandosi sulla presunzione (odierna) di scientificità delle scienze sociali.

In definitiva, ciò che avviene nella società, nell’economia e nella politica non è altro che il prodotto di un’attività “creativa” e caotica degli esseri umani, e non l’effetto di una necessità dettata da leggi naturali. A morte, quindi, il razionalismo cartesiano! Purtroppo, noi tendiamo a percepire ciò che ci aspettiamo di percepire, e non possiamo modellizzare la realtà umana allo stesso modo in cui Newton interpretò la caduta della sua mela. Difficile quindi dire se la debolezza odierna è frutto di un misunderstanding sui mercati finanziari (e quindi opportunità d’acquisto) o di un corretto assessment delle prospettive di crescita: direi più che è un’occasione di acquisto, ma lo scopriremo solo nel medio-lungo termine.

Le due città dickensiane

Charles Dickens iniziava il suo famoso “Racconto di due città” con un paragrafo che ci va particolarmente a genio: “Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza, era un’epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. A farla breve, era quello un tempo così simile al nostro che alcune fra le voci più autorevoli, quelle che più strillavano, insistevano a giudicarlo, nel bene e nel male, solamente per superlativi”.

Parimenti ci sembra oggi che la narrativa delle più importanti banche centrali del mondo – Federal Reserve e Banca Centrale Europea – sia altrettanto divergente. E da questo racconto contemporaneo, ne consegue che anche le prospettiva di crescita tra Stati Uniti e Unione Monetaria Europea siano (almeno per quest’anno) opposte: +2.1% per i primi e -0.3% per la seconda. Questa divergenza deriva anche da come i due istituti hanno fatto fronte alle rispettive problematiche interne. La crisi americana era stata affrontata trattando direttamente lo “stock” di debito privato (i mutui), mentre per quella dell’area euro l’ingaggio è stato limitato più che altro ai “flussi” di debito bancario, con l’LTRO che ha sostenuto il funding delle banche senza alterare però il profilo creditizio delle stesse. E oggi la BCE di Draghi ha purtroppo condiviso un messaggio che non includeva alcun taglio del costo del denaro né indicazioni che lo scenario base sia per loro mutato: ovvero, la politica monetaria è già accomodante a sufficienza, quindi nessun movimento sui tassi d’interesse.

Il mercato – prima dell’annuncio di Draghi – stava registrando una buona performance intraday. Vicino alla chiusura, sull’onda della delusione, è invece tornato flat rispetto alla giornata di ieri. Questo perché molti temono che le politiche sinora adottate (austerità, LTRO 1 ed LTRO 2) non permetteranno all’area euro di uscire velocemente da una pericolosa spirale deflativa (recessione, credit crunch e crescita potenziale sempre più misera). Lo si vede da tempo comparando la performance degli indicatori anticipatori statunitensi rispetto a quelli europei (più forti i primi dei secondi). Lo si osserva anche sulle misure approssimative di volatilità dei listini azionari, rappresentate dal VIX (sull’S&P 500) e dal V2X (sull’Eurostoxx 50): 10 punti di differenza tra i due, ben al di sopra della media degli ultimi 4 anni (il picco – quasi 15 punti – lo si è visto nell’autunno dell’anno scorso). E se sul fronte dei prestiti all’economia reale in area euro abbiamo visto un piccolo recupero, per lo meno per quanto riguarda i lending standard del primo trimestre, con gli spread che da inizio aprile sono nuovamente saliti abbiamo qualche dubbio che il trend sugli impieghi possa migliorare sensibilmente nel breve. Soprattutto se si considera il deleveraging che, ad esempio, bisogna ancora fare in Spagna e in molti altri paesi dell’area.

E come nel “Racconto delle due città” di Dickens, anche le quotazioni azionarie riflettono due condizioni opposte: S&P 500 a +11% da inizio anno, contro un Eurostoxx 50 a -1.3% e un Italia a -6.4%. Tra fede e incredulità, quanto possiamo ancora sperare nel “deep value” del nostro mercato azionario?