Piano Marshall o Nuovo Rinascimento?

Ci stiamo avvicinando a grandi passi a nuove occasioni d’acquisto. Non perché le soluzioni da noi prospettate siano effettivamente dietro l’angolo – la checklist è ancora lungi dall’essere completata – ma perché stiamo raggiungendo degli estremi rari nella valutazione di molte asset class. Valutazioni incompatibili con alcune considerazioni di base.

Prendiamo ad esempio il caso della Germania. A prescindere dal fatto che oggi Berlino può indebitarsi a 10 anni pagando l’1.19%, con un costo medio del proprio debito introno al 3.29% (rispetto al 4.30% del 2008), i costi di bail-out sinora sostenuti dalla Germania sono – in rapporto al PIL – più bassi di quelli sostenuti da altri paesi: 4.4% contro il 6.4% di Malta, il 4.8% dell’Italia o il 4.7% della Spagna. Mentre, viceversa, sarebbe il paese a soffrire maggiormente nel caso di un crollo dell’Unione Monetaria Europea. In questo senso, solo a guardare i costi “espliciti” del non procedere al bail-out, raggiungiamo velocemente i mille miliardi di euro. Mentre se si volesse salvare tutti – e ritenendo possibile tale necessità anche per l’Italia – il costo di un salvataggio si aggirerebbe intorno ai 700 miliardi (ovvero, un impegno della Germania sarebbe meno oneroso). E, ciò detto, non è facile immaginare quali potrebbero essere gli effetti di secondo o di terz’ordine nel caso di un mancato soccorso in aiuto alla periferia europea.

Questo significa innanzitutto che il Bund è estremamente caro. Anche perché, per comprenderlo, basta ripercorrere un semplice passaggio logico: nel caso la Grecia abbandonasse l’euro, il core dell’Europa si troverebbe dinanzi a una scelta difficilissima: ovvero, implementare una qualche policy che limiti in parte il rischio di credito contingente – ma cristallizzando immediatamente le sostanziali perdite economiche e finanziarie – oppure attuare una politica più “ammortizzante” (e più politicamente efficace, nelle nostre viziate democrazie occidentali), che incrementerebbe però le cosiddette contingent liabilities, ovvero i costi potenziali per il core nel futuro. Quindi, un’uscita di Atene dall’euro è una scommessa enormemente pericolosa (e costosa) per la Germania e i paesi del core.

Ora, proprio stasera ho sentito parlare Romiti di un nuovo piano Marshall, per l’Italia colpita dal terremoto fisico e per l’Europa attaccata dall’immobilismo politico: un piano che sappia “superare la volontà di Paesi vecchi come sono oggi tutti quelli europei creando gli Stati Uniti d’Europa”. Probabilmente è la visione semplicistica o nostalgica di un ottuagenario che la sa comunque molto lunga nonostante l’età, ma non posso non pensare alle opportunità che l’investimento in Italia oggi può offrire in ottica di lungo periodo. L’Italia è differente da tutti gli altri PIGS che sono stati invece risucchiati nella crisi del debito: non abbiamo mai vissuto una bolla speculativa nel settore immobiliare, non abbiamo mai cavalcato una bolla speculativa sui mercati finanziari, non abbiamo mai avuto (ahinoi) una domanda domestica in crescita oltre il 5% p.a. e non abbiamo mai sofferto di una vera crisi delle partite correnti. La conseguenza di tutto ciò è che dallo scoppio della bolla globale nel 2008, il nostro deficit pubblico è cresciuto molto meno che in Germania, negli Stati Uniti o in Inghilterra, e – soprattutto – non abbiamo dovuto subire una crisi del nostro sistema bancario nazionale della portata di quelle avvenute nei paesi anglosassoni. Quindi, il nostro deleveraging competitivo sarà molto meno doloroso e, potenzialmente, offrirà più ghiotte opportunità per il lungo termine.

Sempre che si riesca veramente a implementare quel piano – Marshall o Rossi che sia – per sbloccare ciò che trattiene il nostro Nuovo Rinascimento…

Lascia un commento