Europa, ja oder nein?

C’è un’idea antica che – un po’ pretestuosamente – afferma che possedendo le parole, si riuscirebbe a possedere la realtà. È un po’ come pensare che la “declamazione” che si fa all’università sia paragonabile a una “discussione” gestita con senso critico.

L’abbiamo condiviso più volte: di questi tempi, c’è chi da troppa aria al proprio apparato fonatorio, e c’è chi non riflette adeguatamente sulle radici storiche di questo momento contingente. Un momento che oggi, nostro malgrado, è “rosso” nella sua espressione della crisi. Dopo il rimbalzo di ieri, le conferme positive che attendevamo non sono ancora arrivate e il flush dei mercati è ancora una volta deprimente (esempio fra tutti, il -3.6% dell’Italia). Ma dato che anche voi siete spettatori atterriti di questo spettacolo quotidiano, non è elegante riproporne i drammi. Ma, piuttosto (magari sbagliando), preferisco condividere delle riflessioni più costruttive.

Muniti dei nostri modesti binocoli, osserviamo un labiale a Berlino che potrebbe suonarci all’incirca “Europa, ja oder nein?”. È una domanda esistenziale, che però nasconde una certa retoricità: non è vero che se la Grecia uscisse dall’euro, i piani di contingenza sarebbero sufficienti a bloccare un contagio agli altri paesi periferici; e non è vero che basterebbe stampare moneta per risolvere questa crisi. Chi lo afferma, a mio parere, “declama” un ritornello che fa notizia, ma che non riflette alcuna valutazione critica sulla “sostanza” di questa strana unione monetaria.

C’era una logica nel modello propugnato dal duo Mitterand/Kohl: sebbene entrambi consapevoli della ritrosia politica del proprio elettorato ad avvallare una vera unione politica, il setup di un’unione monetaria come quella che noi conosciamo non avrebbe portato da nessuna parte se non a una finalissima unione fiscale. La crisi sarebbe prima o poi arrivata e uscire dall’euro sarebbe stato un processo talmente impraticabile (e distruttivo) che – a buona ragione – non è stato nemmeno inserito come un’opzione all’interno dei trattati istitutivi. E se, come credo, il progetto politico europeo è nato innanzitutto da un élite che sentiva ancora doloranti le cicatrici delle due grandi guerre mondiali, sono sempre più convinto che la deriva populista degli elettorati nazionali arriverà più o meno velocemente a riconsiderare alcune opportunità strategiche. Come, ad esempio, accettare un deferimento della politica nazionale nei confronti di una struttura federale.

Il populismo è senza credito in Europa, anche per causa dei fascismi/nazismi del passato. Può avere dei guizzi di entusiasmo, ma con una demografia in invecchiamento come la nostra, c’è molta più voglia di vivere una pensione sicura piuttosto che una vecchiaia incerta. E questo significa invariabilmente che si arriverà a una mutualizzazione dei debiti, con la Germania pronta a pagare alcuni conti. Forse mi sbaglio, ma in extremis ciascuno farà la sua parte. Sia a Berlino che nel resto dell’area euro. Più ci avviciniamo al collasso, più mi sembra che si allineino gli incentivi tra le parti…Europa, ja oder nein? Ja, sicher!

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