“Hope is a 4 letter word: holding and hoping is not a strategy. Cut your losses, learn from it and never look back. Never ever get into something you can’t get out of”.
Questa è una massima d’oro per chi fa investimenti, sebbene sia sempre piuttosto difficile riuscire a seguirla con fedeltà. La speranza non è però alla base delle valutazioni che portiamo avanti da qualche tempo a questa parte: non crediamo che la dissoluzione dell’area euro sia un evento probabile, soprattutto perché non crediamo che Atene arrivi (o venga costretta) a decidere sulla propria permanenza nell’area monetaria dell’euro e all’interno dell’Unione Europea. Le speculazioni sui mercati abbondano e addirittura ci sono Cassandre che prevedono una “Grexit” con una probabilità del 50%. Ma contrariamente a quanto dicono costoro, credo che stiamo osservando lentamente uno spostamento dei punti di pressione.
Intanto, all’ultimo sondaggio ci risulta che New Democracy dovrebbe arrivare a circa il 26% dei consensi, seguita da Syriza al 23.7% e quindi dai socialisti del Pasok, i quali – con i loro ipotetici 41 seggi – aiuterebbero il primo partito del paese ad assicurarsi un margine di maggioranza (164 seggi) di oltre 14 parlamentari. Questo sta avvenendo probabilmente per le ragioni che intravedevamo già nei giorni scorsi: ovvero, che un’uscita dall’euro e una consequenziale svalutazione della “nuova” dracma porterebbe il paese a soffrire una deflazione interna nell’ordine del 50%, con chiusura immediata del deficit di partite correnti e con conseguenze ben peggiori rispetto ai piani di austerità comminati dalla mal digerita Troika. Se questa frugalità istituzionale può essere paragonata a un’influenza leggera, uscire dall’euro significherebbe ammalarsi di una gravissima broncopolmonite, privati oltretutto dell’aiuto dei partner europei.
E benché la riunione del G8 abbia mantenuto il suo tenore “delfico”, non lasciando intendere chiaramente quale sia la strategia che i grandi del mondo vorranno adottare nel breve termine, non è difficile indossare i panni dell’oracolo e immaginare che nelle prossime due/tre settimane arriveranno ad Atene messaggi più concilianti, soprattutto rivolti a un elettorato che è ben consapevole dei rischi di un ritorno alla dracma.
Detto ciò, i mercati settimana scorsa hanno preso un’altra bella lavata di capo, con l’Eurostoxx 50 in negativo di quasi cinque punti, seguito dall’S&P 500 (-4.3% negli ultimi cinque giorni) e preceduto dal comparto dei mercati emergenti (-6.6%). I tassi sui decennali core sono scesi su nuovi minimi e l’euro ha finalmente ingranato una nuova marcia (abbiamo bisogno di un euro debole per controbilanciare l’austerità). Rimane un diffuso scetticismo relativamente alla situazione in area euro e, probabilmente, siamo arrivati a un punto di svolta, dove le possibilità di uno short-squeeze stanno maturando velocemente. Gli spread sui Bonos sono a nuovi massimi, i Bund sono ai minimi, l’azionario dell’area euro ha perso oltre il 17% dai massimi, molti indicatori di sentiment stanno iniziando a segnalare capitulation.
Non sapendo vaticinare in esametri, mi limito prudenzialmente a suggerire che è forse più alta ora la probabilità di un cambio di direzione, piuttosto che di una conferma della crisi. Sperando tuttavia che la Pizia non voglia smentirmi con troppa celerità…