Dato che parlarvi oggi delle performance dei mercati sarebbe oltremodo deprimente, oggi mi viene in aiuto il buon Euripide – come un degno deus ex machina – attraverso la sua tragedia “Le supplici”. Che ciascuno interpreti come vuole i contenuti di questo memorabile lascito della cultura greca (quando esserne espressione era sinonimo di καλὸς κἀγαθός). Naturalmente, non mi esimio dal condividere la mia esegesi sacrilega.
Innanzitutto, è gustoso il dialogo tra Teseo – considerato il padre della patria e della democrazia – e l’araldo tebano che non vuole restituire i cadaveri dei guerrieri di Argo morti nell’assalto (fallito) a Tebe. Si tratta di una discussione sui meriti e i demeriti di due sistemi di governo del tempo, dittatura e democrazia. Nonostante gli sforzi del re di Atene, l’araldo osserva che la democrazia ha un difetto fondamentale: poiché cerca di difendere gli interessi ora dell’uno, ora dell’altro, il governo dello Stato finisce per essere ondivago, dato che chi comanda non ha modo di esercitare decisioni coerenti (La città dalla quale son giunto, è governata da un uomo sol, non da la folla).
Altro frammento interessante è rappresentato dal momento del rito funebre – ovvero dopo che gli ateniesi sono riusciti a vincere su Tebe, ottenendo in restituzione i corpi dei guerrieri argivi: una delle mogli dei caduti, si lancia sul rogo dove stanno cremando suo marito, dimostrando un’incredibile devozione coniugale (dalla mia casa or precipito, la fiamma della pira cercando, ed una fossa dove i dolor’ miei cessino, dove finir la vita grama io possa).
Se al primo aneddoto, tutto incentrato sulla dialettica e su elementi razionali, corrisponde il lato apollineo della tragedia greca, il secondo episodio è decisamente dionisiaco, proprio per la passione e la disperazione che travolge la vedova, trascinata infine a quel gesto estremo. E in conclusione, dovrebbe arrivare la Nemesi alata a dispensare una giustizia compensatrice, con l’obiettivo di armonizzare la parziale schizofrenia che si desume dalla rappresentazione di ogni tragedia greca.
Oggi, non discutiamo di democrazia e tirannide, bensì di una pletora di stakeholder e della mancanza di un decisore ultimo. Ovvero, della differenza tra un’Unione Europea e una realtà che sarebbe vicina agli Stati Uniti d’Europa. Se il mercato può avere un pregio nelle sue speculazioni attorno ai fondamentali e allo sconto dei diversi fattori di rischio, tale virtù deriva dalla sua capacità di spingere e accelerare un qualsiasi progetto politico, che avrebbe altrimenti tempi biblici per potersi realizzare. La paura di conseguenze ignote – per molti, peggiori di quelle che abbiamo visto con Lehman – potrebbe finalmente portare molti leader europei a riconsiderare il sistema di pesi e di misure associato al framework di austerità finora promosso. E, forse, aiuterebbe il progetto di fusione politico-fiscale che – nonostante le reticenze dei francesi – molti visionari auspicano da tempo.
E benché non sia a me noto alcun legame coniugale tra Berlino e Atene, è invece risaputo come la “sposa” greca nel corso dei secoli abbia dato in dote al “marito” europeo diverse opere immortali – oltre alla democrazia come forma di governo. Come ha detto nell’autunno scorso un funzionario pubblico greco: “se devo morire di fame, voglio morire accanto alle opere dei miei antenati”! Dubito ora che la Merkel voglia gettarsi sulla pira di fuoco che brucerà Atene nel caso Tsipras – possibile vincitore alle future elezioni – decida di uscire dall’area euro.
Preferisco pensare che la Nemesi alata riesca, attraverso un allentamento della tensione e dell’austerità fiscale, ad armonizzare questa tragedia prima del suo drammatico epilogo.