Ci siamo: stasera Hollande e Merkel avranno un bell’argomento di cui discutere: le elezioni in Grecia per il prossimo giugno. Dopo pranzo è infatti clamorosamente fallita la negoziazione guidata dal Presidente della Repubblica Papoulias. E la botta sul mercato non si è fatta attendere. Dopo un’apertura positiva, le borse sono ora tutte “in rosso”: Atene perde il 3.6%, Milano il 2.2%, la Spagna l’1.3%. E sugli spread assistiamo a un nuovo allargamento: +12bps per il BTP, +10bps per i Bonos, anche la Francia allarga di 4bps e il Portogallo di oltre 30 punti base. Euro/dollaro al di sotto dell’1.28, pronto a raggiungere i minimi di gennaio e – forse – ad aiutare un po’ le esportazioni europee.
Benché rimanga fondamentalmente ottimista sulla possibilità che l’area euro raggiunga finalmente un nuovo “ordine” (per quanto caotico e disordinato), non posso esimermi dall’autocritica, ricordando questo passaggio della psicologa Tali Sharot: “Humans exhibit a pervasive and surprising bias: when it comes to predicting what will happen to us tomorrow, next week, or fifty years from now, we overestimate the likelihood of positive events, and underestimate the likelihood of negative events. For example, we underrate our chances of getting divorced, being in a car accident, or suffering from cancer. We also expect to live longer than objective measures would warrant, overestimate our success in the job market, and believe that our children will be especially talented. This phenomenon is known as the optimism bias, and it is one of the most consistent, prevalent, and robust biases documented in psychology and behavioural economics”.
Certo è che, guardando alcuni sondaggi, il mio ottimismo è estremamente solitario. Più che altro, la maggior parte degli investitori sono paralizzati dalla paura, mantengono livelli di cash piuttosto alti, stanno sottopesati sull’azionario, sovrappesati sui core bond e attendono l’arrivo del ciclone per sfruttare l’opportunità di panico e iniziare delle posizioni contrarian. Posizioni assolutamente ragionevoli ed estremamente consensus.
Ora, nell’ottica del consensus, occorre individuare il timing di questa ghiotta occasione d’acquisto. Innanzitutto, rimango convinto che – ipotizzando che nessun leader politico sia attualmente schizofrenico – un’uscita della Grecia dall’area euro sia una via impraticabile e costosissima verso la risoluzione della crisi. In estrema sintesi, nel caso Atene non accettasse più i termini del programma di sostegno della Troika, assisteremmo a uno stop improvviso dei pagamenti, che a sua volta porterebbe a un crollo dell’economia tale da eliminare il deficit fiscale primario. Molte imprese pubbliche si ritroverebbero senza cash a disposizione per operare correttamente e la rigidità del mercato del lavoro greco porterebbe a un inevitabile aumento nel tasso di disoccupazione (con i ben noti impatti sociali). Il sistema bancario dovrebbe affrontare questa ipotetica situazione cercando di preservare il flusso di credito alle imprese, consentendo alle famiglie il libero accesso ai propri depositi, mantenendo nel frattempo attivo il sistema di pagamenti. Ma il rischio di sudden stop rimane enorme.
La BCE avrebbe il ruolo o di estremo untore o – viceversa – di salvatore della moribonda economia greca: la reazione di Draghi a un eventuale stand-off tra Troika e nuovo governo greco sarebbe determinante per i collaterali che le banche greche scambiano con la banca centrale, per le obbligazioni di Atene che sono nel bilancio di Francoforte e per i rischi di una corsa agli sportelli che potrebbe prosciugare la base depositi nazionale.
Ragionevolmente possiamo immaginare quali carte la politica voglia giocare in questa fase. Difficilmente possiamo stimare quale sia la soglia di sopportazione dello stress per molti leader europei. Spero che qualcuno prima o poi faccia come Groucho Marx, quando diceva: “questi sono i miei principi, e se non ti piacciono… beh, ne ho altri”.