La botte di Diogene

Chi di voi segue i mercati minuto per minuto avrà probabilmente la sensazione di essere all’interno di una botte che rotola lungo uno scosceso pendio. Ieri i mercati globali hanno perso quasi lo 0.8%; oggi quasi tutte le borse sono positive (con la Spagna e la Grecia rispettivamente a +3.4% e a +6.2%). Gli spread si restringono nuovamente e le aspettative si concentrano tutte sulle trattative politiche che Venizelos (il terzo contendente al governo greco) sta portando avanti in queste ore.

Il paragone della botte porta alla mente personaggi come Diogene di Sinope, famoso non solo per le sue eccentriche boutade, ma anche per il suo spiccato e antesignano cosmopolitismo. Un atteggiamento che forse, analizzando con maggiore lucidità la situazione, si può ritrovare anche nel cuore dei suoi concittadini contemporanei. Infatti, contrariamente a quanto la stampa sta rapacemente sentenziando, non ritengo probabile un’uscita dall’euro né per Atene né per Madrid né per alcuna altra capitale europea. Sono speculazioni da cronisti sensazionalisti e dispiace leggere con quale leggerezza venerandi economisti commentano sulle probabilità di un’uscita della Grecia dall’Unione Monetaria Europea. Come è accaduto l’anno scorso, anche adesso si dà libero sfogo alle parole, che spesso vengono espresse giusto per dare aria alla bocca.

Noi però guardiamo i mercati, e i mercati sono luogo d’incontro di uomini (e algoritmi di trading), i quali a loro volta sono animali sociali dotati di una psicologia complessa ma non del tutto imprevedibile. E complessità e incertezza sono i leit-motiv di questo trimestre, che – come l’anno scorso – molti temono sia preludio di maggiori drammi nel corso dell’estate. Ma se è vero che il mercato contiene in ogni momento tutte le informazioni disponibili in ogni dato istante, oggi credo che lo sconto della crisi politica in area euro sarà molto più limitato rispetto a quello dell’anno scorso. Se da una parte – e con tutto il dovuto rispetto – anche il macellaio e il verduraio si riferiscono alla Grecia come al primo paese che abbandonerà l’euro, dall’altra un atteggiamento post-kantiano e perennemente critico sulla mente umana può suggerirci di essere meno scettici sull’evoluzione dell’Unione Monetaria Europea. Mi spiego.

A prescindere dagli aspetti puramente economici – per i quali ci sentiamo di dire che non c’è all’orizzonte alcuna tempesta – la partita politica sta diventando molto più interessante (e chiedo venia per chi è più appassionato di numeri e performance). Abbiamo sempre pensato che la Germania si trovasse in una difficile situazione contrattuale rispetto al resto dell’Europa, e che prima o poi avrebbe dovuto riconoscere che molto del suo benessere oggi deriva anche dalle politiche (sbagliate) dei PIGS. Ora, senza Sarkozy come controparte, la Merkel deve ammorbidire il suo atteggiamento relativamente al tema della “crescita”. Troppa austerità porterebbe infatti a un conto eccessivamente salato anche per Berlino (e a uno scontro politico insostenibile): escludendo la Grecia per un istante, Italia e Spagna sono troppo importanti per essere lasciate al loro destino, e sono troppo grandi per essere salvate dalla stessa Germania.

Il paradosso è che una decisione che per molti sarebbe stata più agile da intraprendere tre anni fa, oggi si sta dipingendo all’orizzonte grazie alla pressione combinata di mercato ed elettori. Ovviamente questo dipende dalla “deficienza” politica della stessa Unione Europea – che, con il suo framework istituzionale, non agevola il consensus buiilding – ma proprio la sua stessa natura ci fa pensare che (per dirla con i cinesi) “ogni crisi rappresenta sempre un’opportunità”. Attenzione quindi a posizionarsi con troppa acrimonia relativamente all’euro e ai risky assets. La seconda metà dell’anno potrebbe concedere molte sorprese.

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