L’illusione europea si basava su due assunti fondamentali. Innanzitutto quello “politico”: l’Unione Europea sarebbe diventata la forma istituzionale che avrebbe racchiuso al suo interno culture e società non più divise ideologicamente e accomunate dalla minore considerazione degli aspetti localistici e dalla maggiore propensione verso visioni transnazionali. E quindi, quello “economico”: la visione liberale e di free-trade promossa già nel dopo guerra avrebbe aiutato, guidato e sostanziato l’unione politica degli Stati membri. Nonostante un sistema di social welfare che prima o poi avrebbe consegnato il conto ai commensali.
Oggi, estrema destra ed estrema sinistra hanno confermato di poter raccogliere molti più consensi di quanti l’establishment di Bruxelles si potesse attendere. Diventano incredibilmente (e di nuovo) influenti la politica populista e xenofoba, e la retorica contraria alla perdita di sovranità, ai flussi migratori incontrollati e a un sistema che – fino a ora – è sembrato essere più supportive verso una classe rispetto ad altre. L’ultimo atto della tragedia europea non avrà connotati economico-finanziari: sarà prettamente politico.
Prendete la reazione dei mercati alla notizia che Alexi Tsipras – dei radicali di sinistra – possa formare un governo: da inizio mese i listini perdono in Europa tra il 2.6% e il 14% (quest’ultima è ovviamente la borsa di Atene, anche oggi sotto pressione). Gli spread si allargano nuovamente (il decennale della Spagna è al 6%) e l’euro è uscito dal suo incapibile trading range con il dollaro. Leggete ora le affermazioni di questo moderno homo novus che è Tsipras: “the popular verdict clearly renders the bailout deal null”. A capo di un partito che ha preso il 17%, a suo modo “interpreta con incredibile arroganza” (parole di Samaras, leader del centro destra) il risultato delle elezioni, utilizzando una retorica che rischia di portare nel caos la sua nazione e il resto dell’Europa. Un continente che – malgrado i dispendiosi consigli di luminari e professionisti dell’economia politica – non sta portando avanti alcuna riforma che potrebbe incentivare gli investitori e i produttori a investire e a creare nuova ricchezza. E, quindi, nuova crescita.
Al contrario: la nuova Francia socialista (ma bisogna attendere forse le elezioni parlamentari) vuole disincentivare ulteriormente quegli attori con nuove tasse e nuove restrizioni regolamentari. In Grecia, c’è chi vuole la nazionalizzazione delle banche (tremate, risparmiatori). In più circoli, c’è chi vuole più carta, più moneta, così da risolvere “nominalmente” i problemi che ci affliggono. Benvenuti nel 2012, l’anno in cui assistiamo alla socializzazione più estrema dei driver della crisi. Chi vince oggi è chi ha investito sulla paura: ad esempio, il Bund, che ha sforato al ribasso l’1.5%, o il DAX – che relativamente all’Eurostoxx 50 è vicino ai massimi degli ultimi due anni.
Max Planck una volta disse che “la scienza avanza un funerale per volta”: speriamo che non valga lo stesso per gli esperimenti economico-sociali. Sarebbe un funerale costosissimo.