La Grecia come l’Iran?

Il contesto rimane paradossale. Il programma di sostegno alla Grecia prevede che durante questo trimestre vengano trasferiti oltre 30 miliardi di fondi ad Atene da parte della Troika. Se questi denari non trovano la loro strada per l’Acropoli, le casse dello Stato rimarranno all’asciutto. Ora, il primo contendente – Samaras (di New Democray) – ad avere il diritto a formare un governo di unità nazionale ed evitare il peggio, ha proprio oggi gettato la spugna, e adesso è il turno di Alexis Tsipras, giovane leader di Syriza, uno dei partiti che aveva rifiutato di firmare prima delle elezioni il cosiddetto Memorandum of Understanding tra la Troika e i partiti greci. Ovvero, il signor Tsipras non è assolutamente vincolato a rispettare gli impegni con Berlino, Bruxelles e Washington: il rischio di un altro fallimento è all’orizzonte.

A questo punto non ci rimane che chiamare George W. Bush, far dichiarare al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che Atene intende sviluppare un programma atomico contro la Turchia e poter quindi sanzionare il paese, riportandolo sulla retta via. Ma escludendo questi scenari tragicomici, il rischio di un nuovo default di Atene è strettamente legato anche all’ipotesi di un’uscita dall’area euro stessa, che sarebbe a sua volta legata indissolubilmente a un’uscita dall’Unione Europea. Una strada poco pratica, demagogica e difficilmente praticabile anche per i partiti “estremi” che in questa fase storica stanno guadagnando i riflettori nell’arena politica.

Si sprecano nuovamente i commenti sulla possibilità di un disfacimento dell’Unione Monetaria Europea. La strategia di abbandono è estremamente dispendiosa: ritornare a una valuta precedente lo status-quo attuale significherebbe creare una nuova moneta nazionale e sostenere l’inevitabile impatto di transazioni internazionali che rimarrebbero denominate in euro (pesando quindi in maniera “randomica” e ineguale sul benessere del paese che abbandona qualsiasi unione monetaria). Questa versione “legalistica” del problema si basa sull’assunto che – relativamente al progetto dell’euro – la sovranità monetaria è stata “tradotta” dalla proprietà nazionale all’autorità comunitaria, e quindi risulta svincolata da qualsiasi intervento governativo extra-territoriale. Ovvero, il currency risk si concentra interamente sull’analisi dei contratti vigenti con l’estero – per il benessere dei nostri avvocati. Meno casuale sarebbe invece l’effetto sul sistema finanziario domestico, che dovrebbe sostenere flussi di panico in uscita dal paese – salvo imporre restrizioni sui movimenti di capitale, di per sé un breach contrattuale rispetto ai trattati istitutivi dell’Unione Europea. Ergo, chi esce dall’euro esce anche dall’Unione.

Atene perde oggi un altro 4%, e si riporta ai minimi dal 1992, gli spread si allargano su tutti i periferici e di nuovo il Bund tedesco rasenta l’insostenibile (1.54%). L’atteggiamento risk-off permea molte altre asset class, e sembra che gli investitori vogliano provare a scontare lo scenario peggiore. E se invece la pressione della contingenza portasse a una revisione complessiva dell’atteggiamento verso l’austerità fiscale? Quanto è scontato questo scenario?

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