A morte il razionalismo cartesiano!

È un venerdì amaro. Il dato sul mercato del lavoro negli Stati Uniti ha deluso le aspettative e, nonostante le revisioni al rialzo di alcuni numeri precedenti, i risky assets stanno stornando. C’è una certezza: il Bund è ai minimi storici (1.58%), sempre per le solite ragioni – è l’unica asset class ritenuta safe da parte degli investitori, e la domanda è superiore all’offerta. Sull’azionario, l’Eurostoxx 50 è a -1.7% e l’S&P500 a -1.1%: una conclusione di settimana che ci riporta nuovamente indietro, con la novità del petrolio che ora affoga sotto i $100 e indebolisce anche la Russia e altri commodity producer.

Sulle valute, invece, poco cambia: l’euro/dollaro è immobile, lo yen guadagna qualcosa contro entrambe e il franco svizzero – naturalmente – rimane ancorato al “massimo” relativo contro l’euro: 1.20. Ma di cosa stiamo parlando, veramente? Le banche centrali sono in azione e ormai fanno politica economica, oltre che monetaria. Se ripensate un momento alle stesse valute (e a cos’erano una volta…intendo quasi 100 anni fa), oggi viene facile pensare che non sono altro che un “derivato sul nulla”. A suo tempo c’era l’oro che ne garantiva almeno la convertibilità in qualcosa che cercava di rimanere avulso dal controllo di qualsiasi pianificatore. Oggi, c’è la “parola” dei policymaker.Alla fine, il tasso d’interesse – ovvero il costo di ogni moneta – non è altro che un “prezzo”, e la decisione di pianificarne il governo è un paradosso del capitalismo moderno: il market clearing è impedito e i tentativi di stabilizzare il ciclo economico portano in realtà a nuova instabilità e a ulteriore speculazione. È un libero mercato zoppo e dinoccolato.

Ci dicono che le banche centrali servono a evitare inflazione e deflazione. Ma a cosa o a chi serve la stabilità dei prezzi? Ci sono più vantaggi a forzare la “stabilità dei prezzi” per la programmazione economica degli operatori o vi sono più benefici nel lasciare che il mercato determini liberamente il valore di qualsiasi attività (anche la moneta), permettendo quindi che la volatilità che ne deriva sia d’aiuto a chi fa programmazione economica “privata”: ovvero, instilli prudenza, maggiore responsabilità e un più attento calcolo per tutti gli operatori?

In un sistema realmente di libero mercato (e non di fiat-money), ci sarebbero comunque le ondate di lending e borrowing speculativo che abbiamo e stiamo osservando da anni? Non è forse verosimile attendersi che il rischio inerente alla libera determinazione del costo del denaro porterebbe viceversa a un comportamento più “onesto” e lungimirante da parte di tutti gli agenti coinvolti? È necessaria più regolamentazione? Forse sì, ma semplicemente quella che impone che se un banchiere presta denaro e poi il prenditore di fondi fallisce, è l’azionista (e non il tax-payer) che deve risponderne. Quindi, il banchiere stesso.

Qualcuno prima di noi (Hartley Withers, direttore dell’Economist tra il 1916 e il 1921) ha detto che “good banking is produced not by good laws, but by good bankers”. E la paura è un fattore determinante – oltre all’abilità – nel definire un buon prestatore di fondi. Forse oggi un atteggiamento kantiano non è molto di moda, ma al posto di qualsiasi “central planning” e “central banking” cercherei di apprezzare il fatto che è impossibile conoscere come va il mondo (viva la volatilità!): vale invece la pena cercare di capire il funzionamento della nostra mente e i modi attraverso i quali essa organizza e categorizza al suo interno le nostre volubili percezioni.

Mi è poco utile sapere dal centro studi della Fed o della BCE che – statisticamente – il ciclo economico si è comportato in una certa maniera piuttosto che in un’altra. Mi è più utile sapere che il giudizio che gli operatori economici e sociali esprimono non è basato su dati incorreggibili e definitivi, ma su di un flusso continuo di impressioni sul funzionamento del mondo – un flusso aiutato dal meccanismo del libero mercato di determinazione dei prezzi. È quindi utopico pensare che sia possibile regolare e gestire il comportamento di una moltitudine di agenti umani – e non di fenomeni fisici – basandosi sulla presunzione (odierna) di scientificità delle scienze sociali.

In definitiva, ciò che avviene nella società, nell’economia e nella politica non è altro che il prodotto di un’attività “creativa” e caotica degli esseri umani, e non l’effetto di una necessità dettata da leggi naturali. A morte, quindi, il razionalismo cartesiano! Purtroppo, noi tendiamo a percepire ciò che ci aspettiamo di percepire, e non possiamo modellizzare la realtà umana allo stesso modo in cui Newton interpretò la caduta della sua mela. Difficile quindi dire se la debolezza odierna è frutto di un misunderstanding sui mercati finanziari (e quindi opportunità d’acquisto) o di un corretto assessment delle prospettive di crescita: direi più che è un’occasione di acquisto, ma lo scopriremo solo nel medio-lungo termine.

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