Italia: goloso peccato?

“Speculare” e “investire” sono attività che danno il proprio nome a due parrocchie totalmente differenti. E se la prima è più vicina al gioco d’azzardo, la seconda non può che essere un lavoro a tempo pieno. Chi fa investimenti distress, invece, si colloca forse tra gli scomunicati di entrambe le chiese: il rischio di sbagliare è molto più elevato, ma se gli studi preparatori sono ben fatti, le possibilità di vincita al tavolo di gioco possono essere ragguardevoli.

Oggi chi investe in Italia è uno “scomunicato” che cerca di rientrare in parrocchia (quella dell’investire). Dai massimi del 2007 il nostro listino ha perso oltre il 60%, le valutazioni sono depresse (Price-to-Book intorno allo 0.6, P/E all’8.7) anche se prese in relazione alla media europea. Se non è un mercato distressed è per lo meno un listino deep-value. Ovviamente scontiamo la preponderanza di nomi bancari a Palazzo Mezzanotte (e questi nomi soffrono della dinamica sul debito e sul BTP), ma oggi c’è un eccesso di pessimismo che ha portato, viceversa, a valutazioni eccessive sugli altri nomi difensivi – e qui mi riferisco a tutte quelle società che sono poco “domestiche” e più legate invece al ciclo economico globale.

Tuttavia, come spiegavamo a suo tempo l’anno scorso, il nostro Paese ha diversi pregi che lo distinguono chiaramente da molti (quasi tutti) gli altri periferici dell’area euro. Ad esempio, l’Italia si può vantare di un avanzo primario che – con gli spread normalizzati – potrebbe portare al raggiungimento dei target del 2013 (zero deficit) anche nell’evenienza di un calo ulteriore del prodotto interno lordo. Inoltre, le famiglie e le società italiane sono assai meno indebitate di quelle spagnole, irlandesi o portoghesi – per non citare la ricchezza del lato asset, che come alcuni lettori sanno, può rappresentare una risorsa importante in ottica di riduzione una tantum del debito. Infine, a differenza di quanto è avvenuto negli Stati Uniti o in Inghilterra, il nostro mercato non ha vissuto una vera e propria bolla immobiliare: il processo di deleveraging sarà quindi molto meno deflativo di quanto deve invece avvenire in Spagna.

Detto ciò, l’investitore distressed smetterebbe di “speculare” sullo stato dell’economia italiana e potrebbe affermare – con l’occhio dell’investitore – che il Bel Paese è una sorta di Giappone con rendimento. Perché oltre ai fondamentali più rosei (anche demograficamente) e alle cedole associate ai nostri Titoli di Stato, anche il risk premium del nostro listino – come visto sopra – può probabilmente più che compensare le prospettive di crescita sub-normali che al momento il mercato affigge sul ticket di prezzo del nostro stivale.

Graficamente, e in un’ottica di lungo periodo, la tentazione di andare lunghi sul FTSE MIB è difficile da contrastare per il nostro “scomunicato”. Ma essendo ancora un miscredente, l’unica cosa che lo preme è conoscere quanto è alta la ricompensa per i rischi che si va a prendere. E forse, questo “peccato” è davvero troppo goloso per non goderne.

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