I mercati – secondo la teoria economica classica – attraverso le dinamiche di domanda e di offerta rappresentano in ogni dato momento la summa delle informazioni (più o meno) liberamente reperibili dagli operatori. I mercati, però, sono anche noti per essere estremamente sdrucciolevoli in talune circostanze: questa settimana, ad esempio, sarà ricordata come una delle più scivolose degli ultimi mesi. L’Italia ha perso quasi il 6% negli ultimi cinque giorni, peggio della Spagna (-5.35%) e dell’area euro in generale (Eurostoxx 50: -4.46%). In estremo contrasto, abbiamo l’S&P in calo solo dell’1.5% e il Nikkei che, in euro, guadagna addirittura lo 0.36%. Sull’obbligazionario Madrid continua il flirt con il 6%, seguita a ruota dal BTP nostrano, che ora è a 376 punti base di distacco rispetto al Bund tedesco (all’1.73%). La volatilità è tornata su livelli più average, con il VIX al 18.93%, e già si percepisce nuovamente l’attenzione al rischio di downside da parte dei commentatori e di molti investitori.
L’avevamo detto a inizio anno: il 2012 sarebbe stato volatile. Il che non significa che sarà un anno tragico. La volatilità di per se stessa non ha un’accezione negativa o positiva. Non è la “paura”. Non è l’indice VIX. E non è nemmeno la semplice deviazione standard né un numero statistico su un campione di dati. Come dicono alcuni, la volatilità è uno “strumento di verità”, nel senso che – a prescindere dal come viene misurata – lei riflette la differenza tra come ci immaginiamo che sia il mondo e come il mondo è realmente. È il platonico “fuoco” che proietta strane ombre per i prigionieri della caverna, i quali, una volta liberati, scoprono un mondo totalmente differente. Sopprimere la volatilità crea percezioni sbagliate e abitua i partecipanti al mercato a condizioni irreali. Ecco perché, se da una parte sembra che la liquidità delle banche centrali aiuti il sistema, dall’altra appare evidente che esacerba un problema di “prezzatura” delle informazioni.
E quali informazioni abbiamo oggi in più di ieri? Sappiamo che in area euro molte economie stanno facendo aggiustamenti strutturali (e non soltanto ciclici), che il policy framework sta lentamente (e nonostante i tedeschi) diventando più coerente, che il firewall è in qualche modo imbastito (anche se insufficiente a curare tutti nello stesso momento) e che la BCE può essere creativa ed efficace. Quali informazioni invece non sono state “aggiornate”? C’è il problema della mancanza di “collaterale” di qualità – dove i Bund non sono interessanti per i tassi che offrono e i rischi per il bilancio di Berlino, e dove i BTP pagano troppo poco rispetto ai rischi sistemici che derivano dalla periferia. C’è la questione che la crescita da qualche parte bisogna farla pur uscire (e chi c’è in Europa che può crescere al nostro posto, mentre facciamo austerità?). E infine c’è il problema che da rischi idiosincratici ci stiamo sempre di più avviando verso la concatenazione e aggregazione di rischi che rendono ogni volta sistemica qualsiasi crisi sorga in ciascuno dei paesi dell’area euro.
In tutto questo, la volatilità c’entra? Sì, perché come per il prigioniero che a un certo punto viene liberato dalla caverna, anche per noi prima o poi arriverà il momento in cui potremo distinguere il fuoco dal sole, che “è esso a produrre le stagioni e gli anni e a governare tutte le cose del mondo visibile e ad essere causa, in certo modo, di tutto quello che egli e suoi compagni vedevano”. A quel punto, torneremo a valutare correttamente i fondamentali.