Settimana scorsa condividevamo alcune valutazioni di tenore strategicamente “bullish” che – con il senno di poi – potrebbero suonare fuori luogo rileggendo l’andamento di questi ultimi tre giorni. Scrivevamo anche come “ci potranno essere occasioni in cui il mercato potrà preoccuparsi nuovamente della situazione in area euro, della crisi fiscale negli Stati Uniti, dell’evoluzione geopolitica in Medio Oriente o della transizione economica in Cina: occasioni per le quali sarà importante avere in portafoglio buone coperture. Ma dopo 9 anni di rendimenti reali negativi sul mercato US – se la Storia è d’insegnamento – siamo destinati a registrare l’opposto per gli anni a venire, con viceversa rendimenti reali negativi sulle asset class safe”.
In questi giorni che ero a Zurigo non ho potuto monitorare in tempo reale i mercati, ma quello che mi ha stupito nel ritornare oggi al desk è quanto di nuovo possiamo leggere sulla situazione economico-finanziaria globale nel suo complesso: ovvero, assolutamente nulla. Certo, i rendimenti sul BTP hanno preso altri 50bps, il FTSE MIB e la borsa spagnola perdono il 5.5% da inizio mese, e lo yen giapponese – in questi primi giorni d’aprile – guadagna sull’euro quasi tre punti percentuali. Ma, come in molti altri consessi, anche in borsa capitano fenomeni di “herd behaviour”, ovvero occasioni in cui diversi individui si muovono in gruppo agendo nello stesso modo senza alcuna pre-ordinata intenzione collettiva. Questo accade sia quando c’è chi grida “al lupo, al lupo” e l’effetto Cassandra domina sulle nostre valutazioni oggettive, sia quando la febbre dell’avversione al rischio porta investitori con ottica di lungo termine a riallocare i propri asset su strumenti che non offrono rendimenti reali positivi.
Sappiamo già che molti paesi dell’area euro dovranno prima o poi ristrutturare le proprie finanze, adoperandosi anche per intervenire con qualche forma di financial repression. Siamo altrettanto consci – i politici un po’ meno – che molte economie stanno soffrendo di una malattia diagnosticata l’ultima volta durante la Lost Decade giapponese e, all’interno del mondo occidentale, durante la Grande Depressione: la cosiddetta “recessione di stato patrimoniale” o balance-sheet recession, una malattia che porta a spirali deflative nel caso non via sia un “borrower of last resort” (a.k.a. lo Stato) che intercetti i risparmi abbandonati (e non reimpiegati) all’interno del sistema creditizio. Siamo infine consapevoli che le valutazioni di molte asset class – oro, franco svizzero, Bund – hanno raggiunto estremi che, prendendo a prestito l’esperienza della bolla IT degli anni ’90, ci fanno domandare: ma voi sareste disposti a concedere un premio così alto per una presunta sicurezza finanziaria? E laddove riceviamo dati rincuoranti sul fronte macroeconomico – ad esempio, dal mercato del lavoro negli Stati Uniti – la prospettiva che venga meno il sostegno monetario da parte della Federal Reserve (e qui ricorderei polemicamente Volcker, quando scriveva che “to some extent, central banks were looked upon and created as a means of financing the government”) getta in disperazione i commentatori generalisti, che altro non sanno scrivere per giustificare questo storno.
Ma non dicevamo forse che il mercato era destinato a stemperare gli eccessi di ottimismo accumulati dall’autunno scorso? Alla fine, l’S&P 500 è solo a un 1.5% scarso sotto i massimi dal maggio 2008 e, come dicevamo, ora sappiamo che la BCE è pronta a intervenire con misure straordinarie. Inoltre, con il Bund a 2 anni che rende ora lo 0.13%…la “safety” presunta costa davvero troppo. Tenuto conto che il cosiddetto “herd behaviour” nel nostro mondo è da evitare come la peste, se è vero che le notizie di questi giorni non sono “nuove”, perché non iniziare a comprare questo storno?