Il comportamento del mercato è “puzzling”: perché così tanti investitori stanno facendo incetta di safe assets che – se includiamo tassazione e inflazione – hanno un rendimento reale nullo? Ad esempio il Bund tedesco, as of writing, quota 1.63%, nuovo minimo storico nominale. Gli operatori stanno nuovamente fuggendo dall’equity alla ricerca di asset class che riducano l’impatto della volatilità sul mark-to-market delle proprie holdings? Considerando che l’azionario dovrebbe avere un’ottica d’investimento di lungo termine, monitorare la variabilità delle quotazioni nel breve (ad esempio, 1-yr rolling) significa – da parte dei regulator – forzare un mismatch temporale. Ma è davvero questa la ragione?
Certo, sui bilanci di fondi pensione e altri investitori istituzionali fanno male le performance intra-day di mercati come l’Italia (-3.83%) o la Spagna (-2.76%), soprattutto se accompagnate da allargamento degli spread sui periferici (BTP +12bps, Bonos +10bps) e anche su alcuni core come l’Olanda (tasso decennale al 2.4%, con differenziale contro la Germania a +16bps) o la Francia (tasso degli OAT al 3.08%, in allargamento di altri 7bps). Il newsflow politico-elettorale sta sicuramente pesando sul sentiment complessivo, soprattutto perché l’incertezza è destinata a durare ancora per qualche giornata: come avrete letto, in Francia ci si può ancora giocare il tutto e per tutto da qui al 6 maggio e in Olanda la crisi di governo potrebbe destabilizzare il fiscal compact – oltre che impattare negativamente l’industria domestica dei fondi pensione, a causa di un possibile downgrade del rating del regno.
Ma da qui discende un’altra domanda: perché sinora – da un lato all’altro dello “spettro” – né la Grecia né la Germania hanno abbandonato l’area euro? Da un parte, infatti, rimanere significherebbe richiedere uno sforzo deflativo abnorme per recuperare competitività; dall’altra, conservare l’area euro così com’è dovrebbe portare – come molti stanno chiedendo (e ottenendo) – a un aumento dei prezzi e dei salari, che urterebbe i nervi dei sensibili policymaker tedeschi, notoriamente avversi ai temi inflativi. E per chi richiede a gran voce ulteriori programmi d’espansione monetaria o nuove misure “salva fuoco”, nel corso del week-end sono arrivate la doccia fredda di Draghi – che replica al Fondo Monetario Internazionale – e la consapevolezza che le risorse per lo stesso FMI sono condizionate da logiche politiche che vanno al di là della crisi in area euro. Quindi, per ora l’euro tiene solo per motivazioni di realpolitik?
Pensiamo infine alla Spagna, che nelle ultime settimane è entrata (a ragione) nell’occhio del ciclone: non rasserena osservare che le difficoltà di Madrid sono cresciute “multi-dimensionalmente” man mano che le misure d’austerità prendevano terreno. Il settore privato non è più in grado di pagare i propri debiti, con calo delle vendite e difficile gestione della liquidità a breve; il debito pubblico cresce man mano che si includono regioni e altre voci fuori bilancio; il settore immobiliare pesa sui bilanci delle famiglie, tra le più indebitate in Europa per quanto riguarda i mutui ipotecari; e il settore bancario, ovviamente, sta accumulando NPL man mano che la crisi prosegue.
E poiché lo shock deflativo è – per l’economia reale – più difficile da assorbire (viste le sue intrinseche rigidità strutturali, che i policymaker vogliono riformare proprio ora), ecco forse spiegato il “puzzle” di cui sopra. Siamo tornati nella spirale viziosa dell’estate dell’anno scorso?