Maggiore disintermediazione per l’area euro!

Il primo trimestre – forse uno dei migliori da quasi 15 anni – si chiude con un piccolo ma significativo rimbalzo. Sicuramente hanno aiutato sia i dati negli Stati Uniti che il flusso di notizie da Copenaghen. Oltre Atlantico la fiducia dei consumatori e la spesa per consumi hanno sorpreso al rialzo le aspettative degli economisti (e notate bene che le “sorprese” erano in calo da diverse settimane), mentre in Europa i nostri leader – sfruttando vari trucchetti contabili – hanno deciso di aumentare le disponibilità del cosiddetto “muro di fuoco” a tutela della periferia dell’area euro fino alla fatidica somma di 800 miliardi di euro. Nonostante che quest’ultima notizia sia, a mio parere, meno rilevante, la decisione di prendere a prestito più tempo per risolvere i problemi strutturali dell’Unione rimane comunque un buon passo avanti “politico”.

Tuttavia, la “politica” non ha ancora risolto un problema rilevantissimo: le operazioni della Banca Centrale Europea (il famigerato LTRO, o Longer Term Refinancing Operations), hanno – come dicevamo gli altri giorni – sbloccato sicuramente alcune “tubature” del sistema creditizio europeo, ma non hanno assolutamente incentivato il bank lending tradizionale. E, come sappiamo, il nostro continente differisce dagli Stati Uniti d’America anche per un paio di accidenti storici che hanno permesso a questi ultimi di ristrutturare il proprio sistema finanziario (post-Great Depression e post-Saving&Loans Crisis) in modo tale che l’intermediazione bancaria su alcuni comparti – quello immobiliare e quello corporate – fosse meno rilevante per la vita dell’economia domestica. In Europa – dove l’accidente storico lo stiamo vivendo proprio in questi anni – le banche sono invece la fonte principale di mutui e prestiti alle imprese, con conseguenze non irrilevanti anche sul “come” e il “perché” siano tra loro differenti i bilanci dei nostri istituti finanziari e degli americani.

Ora, la domanda per i policy-maker è la seguente: se è vero che – nonostante che una disastrosa contrazione del sistema monetario europeo sia stata evitata dalla BCE – gli aggregati di lending all’economia reale continuano a ridursi in volume (le banche prestano ai governi e non alle imprese), il problema rimane che se le condizioni non migliorano a breve, l’ossigeno per le corporate, presto o tardi, verrà di nuovo a mancare. Perché quindi non incentivare lo sviluppo di un mercato del credito “disintermediato”, come capita negli Stati Uniti, tale per cui gli investitori che oggi accumulano strumenti governativi a tassi reali negativi possano avere l’interesse a spostare parte dei propri asset su investimenti legati alle imprese (corporate bond), permettendo quindi al mercato dei capitali di sostituirsi alle banche per alcuni aspetti, alleggerendone inoltre i bilanci (aiutando parte del deleverage che ancora devono sostenere)?

Se abbiamo infatti già espresso le nostre visioni “secolari” sulle principali asset class, rimane ancora accesa la spia rossa su un tema “ciclico” legato alle prospettive molto magre per la periferia dell’area euro – prospettive che pesano ovviamente sul sentiment complessivo del mercato e che derivano proprio da questo blocco del lending nella periferia. Credo tuttavia che la risposta alla domanda di cui sopra possa arrivare più presto di quanto prevediamo, consentendoci di intravedere oltre le ombre di questa crisi una schiarita che è anche un’opportunità per abbandonare un altro po’ di pessimismo.

Sperando che durante il week-end – quando usciranno i dati sul comparto manifatturiero cinese – il Regno di Mezzo non ci faccia un “pesce d’Aprile”, tale da spaventare nuovamente gli ancora fragilissimi animi di molti investitori…

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