Abbiamo iniziato il 2012 con la consapevolezza che non sarebbe stato più facile rispetto al 2011. E questo primo trimestre dell’anno – che si concluderà proprio questa settimana – ci lascia con l’amaro in bocca: quanti avrebbero desiderato essere fully invested in azioni od obbligazioni dei periferici per godere di un significativo rally dei risky asset? Quanti hanno veramente ponderato questa opzione, ben sapendo quali sarebbero stati i rischi e le difficoltà che le nostre economie occidentali avrebbero dovuto (e dovranno) affrontare nei prossimi mesi e anche negli anni che verranno?
Probabilmente, proprio questo tipo di forma mentis – così comune nei costanti dialoghi con clienti, investitori, colleghi e amici – ci impedisce di cogliere quello che, con tutta probabilità, è un cambio di trend epocale nel rapporto tra investimenti rischiosi e asset class considerate “sicure”. Ne abbiamo già parlato in altre occasioni, ed è certamente un tema su cui sarà difficile tacere nel medio termine: a marzo 2009 è avvenuto qualcosa – una scossa tellurica finanziaria – che ha avviato un moto ondoso sull’azionario tale da poter eliminare i cattivi ricordi della decade iniziata a marzo 2000. Dal picco valutativo della Tech Bubble siamo scesi verso nuovi abissi per poi faticosamente recuperare solo in parte quanto perduto…salvo riperderlo nuovamente con il crollo del mercato immobiliare americano. Quanti investitori istituzionali – penso ai fondi pensione, ad esempio – sono stati scottati da quei mercati, e quanti ora trovano l’incentivo a ritornare sull’azionario? Ricordate – per chi se ne rendeva conto allora – l’atmosfera di frenesia collettiva e di euforia paradossa che circondava tutto quello che era IT-related? Ripensate, invece, a quale atteggiamento avevamo durante il terzo trimestre dell’anno scorso, e a quali conseguenze ha avuto sui rendimenti di molti safe asset: i tassi reali delle obbligazioni governative (su diverse scadenze) non sono mai stati così bassi.
È quindi lecito domandarsi come possa essere possibile che, ancora oggi, ci sia chi – tra i teorici della finanza – consiglia che il risparmio aggregato, man mano che il nostro profilo demografico si deteriora, venga allocato in strumenti che consegneranno ai loro detentori rendimenti reali “negativi”. E non era nemmeno troppo complesso prevedere che l’aspetto saliente dell’ultima ondata di globalizzazione – con il ruolo fondamentale dei mercati emergenti – sarebbe stato rappresentato da una spinta strutturalmente deflattiva.
Ora, facevamo cenno prima a un periodo che è culminato nel 2000 con posizioni di sovrappeso estremo sull’azionario. Oggi, viceversa, è ragionevole pensare che ci sia un’enorme quantità di asset allocati in sovrappeso su strumenti “sicuri”, principalmente obbligazioni governative di paesi come gli Stati Uniti, il Giappone e alcuni paesi europei. Avendo desunto la paradossalità di tali posizionamenti – che producono rendimenti sostanzialmente negativi per i prossimi 3-5-10 anni, con rischi ancora maggiori se i tassi si muovessero verso l’alto – è ancora teoricamente valida l’assunzione che l’equity sia veramente più rischioso dell’investimento in bond? Non ha forse preso davvero avvio un nuovo ciclo – ancora non pienamente riconosciuto – in cui l’azionario sovraperformerà i Titoli di Stato nel medio-lungo termine?
E per chi finora è stato più cauto nel suo investimento – se si considerano i rischi del reddito fisso, la “rinascita” manifatturiera negli Stati Uniti, la rivoluzione dello shale gas – non diventa più verosimile l’idea che a marzo 2009 si siano gettate le basi per un nuovo Bull Market?
Una volta avevamo scritto “memento audere semper”.
Oggi – viste le difficoltà erculee che negli ultimi anni abbiamo dovuto affrontare sui mercati – potremmo anche osare dire “per aspera sic itur ad astra”.