All’interno del flusso entropico di informazioni (il mercato scende, il mercato sale, gli spread si allargano e poi si stringono, la Merkel dice una cosa e Schauble ne afferma un’altra), il nostro tentativo rimane sempre quello di estrarre dagli eventi o dalle notizie delle riflessioni che giornalmente possano poi aiutarci a immaginare – in misura “incrementale” – lo sviluppo dei mercati finanziari nel medio termine. E nonostante che sia più facile (e divertente) descrivere giornate sensazionalmente positive o, piuttosto, drammaticamente negative, talvolta vale la pena soffermarsi sui rumori del sottofondo e focalizzarsi sulla big picture.
Proviamo ad esempio ad analizzare quello che in economia – e prendendo a prestito la terminologia della Scuola Austriaca – viene definito “business cycle”. Alla base di tutte (e lo ripeto: veramente tutte) le assunzioni di analisti ed economisti troviamo la medesima intuizione: un ciclo economico che si sviluppa con un andamento sinusoidale, fatto di alti e bassi, dove ogni volta che la curva scende sotto la soglia dello “zero” si verifica una contrazione economica (ma non per forza una recessione), mentre negli altri casi si registra crescita, più o meno sopra o sotto trend. Se consideriamo ad esempio i mercati emergenti degli ultimi dieci anni, il trend (e potenziale) di crescita si era spostato decisamente verso l’alto, offrendo a questi paesi meno occasioni di contrazione; se prendiamo i paesi sviluppati e analizziamo quanto è accaduto tra la metà degli anni ’80 e il 2007, è evidente come la “Great Moderation” del business cycle abbia provocato una diminuzione della volatilità nell’andamento sinusoidale del ciclo, riducendo anche la frequenza e l’intensità degli episodi di contrazione. Quindi – evitando ora di disquisire sul ruolo delle banche centrali all’interno di questo fenomeno – la volatilità del ciclo economico e il livello potenziale di crescita aiutano a calmierare gli effetti di qualsiasi recessione.
Fast-forward sui giorni nostri, la situazione è decisamente cambiata: negli Stati Uniti, in Europa e in Giappone abbiamo assistito a un abbassamento progressivo e inesorabile del potenziale di crescita; e proprio mentre avevamo necessità di ridurre la volatilità del ciclo economico, la medesima si è elevata a livelli massimi rispetto agli ultimi decenni. E mano a mano che ci si rende conto che la politica monetaria rimane inerme nel procedere a un “kick-starting” dell’economia reale (è solo un “kick-the-can-down-the-road”), la politica economica si trova impedita dal peso dei debiti pubblici. Ergo, per noi la sfida diventa innanzitutto elevare il potenziale di crescita ed evitare quindi la nostra trasformazione in economie “zombie”.
Tra le tante definizioni di New Normal, quella che descrive cicli economici più volatili con fenomeni recessivi più frequenti connoterà più o meno fedelmente i prossimi due anni: e anche i mercati emergenti, nonostante i tentativi di “decoupling”, risentiranno comunque dell’effetto “frusta”, ovvero subiranno più o meno in ritardo – e da un punto di vista ciclico – le spinte di volatilità che arriveranno dai paesi sviluppati: e questo avverrà a causa della stessa natura della Global Supply Chain attuale. Nessuno smentisce che “strutturalmente” ci sarà un ribilanciamento dei driver di crescita dal nostro mondo al terzo mondo, ma l’elevata sincronizzazione del ciclo industriale influenzerà anche queste economie, almeno nel breve-medio termine.
Una conclusione generale per gli investitori? Una strategia buy-and-hold non è probabilmente la più consigliata: saper cogliere i punti di svolta nel business cycle può aiutare l’allocazione tra asset class, in un’ottica letteralmente “ciclica”. Nel particolare, invece, proveremo domani a riprendere alcune linee guida già condivise a inizio anno, per verificare come il sentiment di mercato e gli estremi valutativi possano aiutare il nostro timing d’investimento…