On China

Molto dello storno odierno – che segue alla debolezza di ieri e di martedì, e che forse potrebbe essere comprato con moderazione – è stato attribuito al dato dei leading indicators di questa mattina: in primis, c’è stata la release cinese dell’HSBC PMI (48.1 a marzo vs. 49.6 di quello precedente) e quindi sono arrivate figures europee, con numeri quasi tutti sotto il livello di 50, discrimine tra “contrazione” ed “espansione”. Ma se per l’Europa c’era un po’ da aspettarselo – il 2012 sarà l’anno in cui l’austerità fiscale si farà sentire sull’economia reale – sulla Cina c’era la speranza che, come scrivevamo ieri, i nuovi ordinativi del mese precedente puntassero a un rafforzamento della congiuntura in Asia.

Intanto, su questo aspetto bisogna rammentare che Pechino ha attivato nel 2009 una serie di misure di stimolo all’economia che, prima o poi, sarebbero rientrate, anche per i rischi inflattivi che avrebbero potuto generare. Il “tightening” degli ultimi mesi è stato quindi conseguenza di tale policy, proprio per evitare che si istituzionalizzassero rincari incontrollati dei prezzi. E ha avuto effetti anche sulla crescita del PIL, nonché sulla domanda e il consumo di materie prime. Come per molti altri paesi, a questo riguardo anche per la Cina si guardano la produzione industriale e i cosiddetti “fixed asset investment”, misurandone il momentum (ovvero l’andamento tendenziale): rivedendo però il livello reale degli investimenti, si scopre che la crescita rimane ancora in linea con il trend iniziato nel 2004, ovvero non si è registrato un vero e proprio rallentamento – c’è stato sì un calo in dicembre, ma è abbastanza tipico nella serie storica. La paura di uno slowdown deriva quindi tutta dal mercato immobiliare, dove a livello di “costruzioni” quest’anno la crescita sarà comunque dell’8% (stime CS), mentre i timori si concentrano sull’eventualità di assistere a uno scoppio della bolla in stile Giappone/Stati Uniti.

Sul fronte invece della produzione industriale, un po’ per le difficoltà in Europa e un po’ per gli obiettivi di moderazione del Politburo, la crescita si assesterà nel corso della primavera a livelli probabilmente più bassi rispetto a quelli osservati negli anni precedenti. Ma dato che molto del rallentamento “imposto” dalla politica era legato ai timori di inflazione, ora che quest’ultima sta registrando un momentum meno preoccupante (al di sotto del 4%), si aprono nuove finestre d’intervento nel caso la crescita economica vada al di sotto di livelli ritenuti socialmente rilevanti (ricordiamoci il nuovo target del 7.5%).

Ma anche nell’ottica dei trend che abbiamo individuato questo martedì, possiamo desumere che la domanda e il consumo di materie prime da parte della Cina rallenteranno perché sono finiti tre boom strutturali: quello infrastrutturale, quello immobiliare e quello delle esportazioni. Going forward, ci saranno ancora alcuni progetti da completare (l’urbanizzazione va comunque avanti), ma il focus si sposterà da export e investimenti a consumi interni e commercio intra-EM: e se la transizione avrà successo, gli effetti saranno estremamente positivi per molti risky assets.

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