Rumore vs. “big picture”

Il mercato ha poca voglia di scendere – Eurostoxx 50 chiude a -0.35%, S&P 500 è flattish (e sopra la quota di 1400), ma i settori energetici e finanziari sottoperformano – mentre sull’obbligazionario ex-core c’è allargamento rispetto al Bund: BTP +15.8bps, Bonos a +23.1bps, Francia a +4.8bps e anche il Belgio a +8.7bps. Dall’altra parte, abbiamo i Treasuries, i Gilts e Bunds che recuperano terreno (poco..5bps), mentre lo yen – valuta da carry-trade – non si smuove molto e rimane in un trend che potrebbe favorire implicitamente anche il mercato giapponese, che da inizio anno guadagna in valuta locale il 19.29% (contro il 10.84% dell’Eurostoxx 50 e l’11.69% dell’S&P 500).

La giornata è nel suo complesso scarna di eventi di rilievo e c’è il solito rumore di sottofondo che rischia di distrarre dalla “big picture” più costruttiva: Bernanke ha detto che l’Europa deve rafforzare ulteriormente le proprie banche e che la sua situazione finanziario-economica rimane ancora difficile; il mercato immobiliare ha registrato dati rivisti rialzo per il mese di gennaio ma marginalmente deludenti per febbraio; infine, alcuni membri del comitato della Banca Centrale d’Inghilterra – forse consci dell’esperienza giapponese degli anni ’90 e dei rischi di una “balance sheet recession” – hanno spinto per incrementare ulteriormente lo stimolo monetario a favore dell’economia nazionale.

Tuttavia, una veloce review di quello che accade a livello fondamentale nei mercati emergenti ci permette di confidare in uno scenario di medio termine ancora decisamente ottimista. Tutti gli indicatori di crescita di breve, infatti, hanno registrato miglioramenti incoraggianti: soprattutto i cosiddetti PMI New Orders (i nuovi ordinativi del settore manifatturiero) sono rimbalzati dai livelli minimi osservati durante l’estate scorsa. Certo non abbiamo ancora potuto riscontrare questa evoluzione sull’andamento della produzione industriale (indicatore lagging rispetto ai PMI), dove il tasso di crescita – se si escludono alcune delle sue componenti più volatili (ad esempio la Thailandia, dove gli effetti delle inondazioni si stanno annullando) – sta mantenendo nei mercati in via di sviluppo un decoroso e stabile 5%.

Infine, come ci eravamo detti tempo fa, si sta ora iniziando a parlare molto di più di politica fiscale negli Stati Uniti e di politica interna cinese: sul primo punto il dibattito pre-elettorale si sta scaldando molto, ma sembra che entrambe le parti abbiano sinora prodotto proposte insoddisfacenti (probabilmente il mercato si focalizzerà su questo topic nel corso della primavera/estate); sul secondo tema, invece, c’è forse un eccesso di pessimismo sulle possibilità di Pechino. Il rallentamento del colosso cinese c’è stato, ma non tanto quanto atteso dalla lettura di alcuni leading economic indicators: stiamo comunque parlando di un “soft landing” orchestrato e gestito da un establishment politico dirigista. E, come detto poco fa, i nuovi ordinativi stanno rimbalzando in maniera più decisa.

Attenzione quindi alle Cassandre che parlano di un deragliamento cinese: anche negli anni ’90 avevano avuto seguito facile, salvo poi rimanere isolate di fronte alla crescita “double-digit” dell’ultimo decennio…focus on the big picture…

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