Come diceva Lenin…

Alcuni hanno citato spesso la frase “ci sono decenni in cui non accade nulla, e settimane dense come decenni” – attribuita a Lenin – per contestualizzare quanto è avvenuto l’anno scorso in alcuni paesi del Mediterraneo durante la cosiddetta “primavera araba”. Altri, come i brillanti analisti di Gavekal, hanno utilizzato la stessa metafora per identificare alcuni punti di svolta nei trend strutturali che hanno caratterizzato e caratterizzeranno il futuro del mondo.

La prima decade del secondo millennio, da questo punto di vista, è stata figlia di eventi piuttosto puntuali, i quali hanno dato vita a tendenze e trend che sono durati sino a qualche anno fa: 1) l’attacco alle Torri Gemelle il 9 settembre del 2001, che ha dato lo spunto per un incremento di spesa pubblica negli Stati Uniti, incentivando al contempo un indebolimento del dollaro; 2) l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che ha provocato una mastodontica riorganizzazione delle linee di produzione dai paesi sviluppati al Regno di Mezzo; e 3) l’introduzione dell’euro e la creazione di un “rinnovato” mercato del debito governativo, fenomeni combinati che hanno favorito la crescita nominale di collaterali facilmente monetizzabili e – conseguentemente – sostenuto un incremento di spesa nei paesi del sud-Europa.

Come ben sappiamo, questo triplice “allineamento astrale” ha perso molta della sua rilevanza, con gli Stati Uniti che stanno rivalutando al ribasso il proprio budget di spesa per il lungo termine, la Cina che sta rallentando la spesa per investimenti e l’Europa che ha appena iniziato una fase di deleveraging che durerà ancora parecchi anni. Ciononostante, nel movimento tettonico dei macro trend strutturali stanno emergendo da tempo alcuni spunti che ci conducono, in questo framework, a nuove interessanti opportunità. Alcuni di questi temi li abbiamo già analizzati in passato, ma vale la pena ora connettere i punti e delineare uno scenario complessivo.

Innanzitutto, vi è la necessità della Cina di ristrutturare la propria economia interna e di ripensare anche le proprie relazioni esterne: molto del commercio estero di Pechino, infatti, avviene con partner asiatici e – sempre di più – con altri paesi emergenti. Perché quindi farsi pagare in dollari americani piuttosto che in yuan? Perché non sganciarsi dalla “trade finance” tanto connessa ai problemi di funding delle controparti finanziarie americane ed europee? Abbiamo già visto alcuni primi passi da parte della banca centrale cinese (PBoC) in questa direzione (ad esempio, la trasformazione di Hong Kong in un centro off-shore per la contrattazione di yuan) e altre riforme finanziarie saranno implementate nei prossimi anni per creare un vero e proprio mercato obbligazionario e interbancario denominato in valuta cinese. Le implicazioni di queste novità per i mercati saranno notevoli, anche perché andranno di pari passu con l’incremento di scambi commerciali su beni e servizi a più alto valore aggiunto (dimentichiamoci quindi la Cina degli ultimi dieci anni).

In secondo luogo, vi sarà un incremento dell’efficienza in termini di “robotica”: il cheap labor non sarà più un vantaggio competitivo e diventerà invece essenziale ottimizzare la logistica per essere vicini al cliente e alla fonte di lavoro “skilled” sui temi di “automation”, dove i costi si stanno riducendo e sta aumentando la flessibilità di applicazioni. Questo significherà un ritorno di fiamma sul mercato americano, quello europeo e quello giapponese, dove i grandi produttori di beni troveranno migliori condizioni. Attenzione però agli effetti geopolitici che questo avrà sulla Cina. Avrà il tempo di riadattarsi? Riuscirà a fare più “deregulation” per compensare questi trend e riallocare le proprie risorse domestiche (innanzitutto, la forza lavoro)? Lo yuan sarà strutturalmente competitivo contro il dollaro o l’euro (ovvero, il PBoC si comporterà più come la BuBa o la Fed)?

Infine – tema già trattato in uno dei nostri aggiornamenti invernali – negli Stati Uniti ci sarà una svolta epocale in termini di “autonomia” energetica, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei giacimenti di “shale gas” degli ultimi anni: l’impatto combinato di minori costi energetici e di maggiore efficienza robotica potrà trasformare gli Stati Uniti in un nuovo hub manifatturiero e porterà anche alla chiusura del deficit di bilancia commerciale, con relativa pressione al rialzo sul dollaro.

Insomma, tanta carne sul fuoco, con effetti importantissimi su come saranno allocati gli investimenti degli operatori istituzionali.

E con rispetto alla buon’anima di Lenin…

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