Shadow banking system

Chiudiamo la settimana proseguendo la riflessione che abbiamo abbozzato ieri, ovvero analizzando quale sia l’importanza dei “money substitutes” all’interno della nostra moderna economia globale: la comprensione di questo fenomeno ci permette di prevedere con un certo margine di certezza che l’aumento di liquidità generato dall’azione concertata di banche centrali di mezzo mondo non avrà subitanei effetti sull’andamento dei prezzi, almeno fintanto che il sistema economico in aggregato non avrà concluso la fase più drammatica del suo “deleveraging”.

Il cosiddetto “shadow banking system” è stato mal compreso sia prima della crisi dei sub-prime negli Stati Uniti sia durante lo scoppio del bubbone sub-prime dei periferici. In sostanza, oltre agli aggregati monetari tradizionali, vi sono un numero considerevole di altri sostituti monetari che fungono da collaterale e alterano – in questo modo – la gestione stessa della liquidità da parte degli operatori economici. Se prendete per esempio l’asset class primaria, ovvero l’immobile residenziale, negli Stati Uniti questa è stata una fonte rilevantissima di liquidità, potendo essere messa come collaterale a fronte di una linea di credito. Lo stesso discorso è valso anche per i BTP o i Bonos prima della crisi: ipotizzando di detenere un bond con un valore di 100, pagando uno sconto del 5% potevo ottenere una liquidità di 95, evitandomi quindi attraverso questo processo di collateralizzazione il problema di mantenere troppo “cash” sul mio conto corrente.

La sfida sorta negli ultimi anni del decennio scorso è stata quella relativa alla fiducia reciproca degli operatori finanziari, la quale è calata drasticamente, obbligando istituti centrali come le banche centrali a intervenire massicciamente per colmare quel gap che si era andato a creare nello “sconto” applicato su tutte le tipologie di collaterale. Parallelamente, si è osservata una marea di flussi arrivare sulle uniche asset class veramente ritenute sicure e sufficientemente “solide” per essere utilizzate come pegno: US Treasuries, Bunds e Gilts. E, come abbiamo visto, l’effetto sull’appetito per il rischio e il posizionamento degli investitori sulle altre class è stato rilevantissimo.

Altra conseguenza è stata rappresentata dall’impatto deflativo di questa mancanza di fiducia e della connessa riduzione d’offerta di liquidità: qui è fondamentale che permanga l’atteggiamento “dovish” di banche centrali quali la Fed e la BCE, e che l’industria finanziaria non venga eccessivamente “costretta” a ridurre la propria attività precipua di trasformazione di scadenze e tipologie di credito. Gli investitori, infatti, confidano ora in azioni più o meno scientemente indirizzate a questi scopi dalle banche centrali, mentre temono grandemente qualsiasi severità politica che si ponga in contrapposizione con questo fenomeno. Va bene infatti pensare che le banche commerciali tornino a fare un “boring business” di intermediazione, ma è male auspicare che anche ciò che sta alla sua “ombra” debba contrarsi o scomparire.

Si trasformerebbe, infatti, in un clamoroso errore di calcolo…

Ma per il momento, lasciamo da parte la valutazione dei rischi politici e godiamoci questa settimana di fenomenali performance azionarie!

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